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Sarri, l’Europa League e ora la Juve: pensavo fosse il Che, invece era Richard Branson

di Francesco Prisco


Il Chelsea di Sarri batte l'Arsenal e vince l'Europa League

3' di lettura

E adesso vi piace? Adesso che ha finalmente vinto qualcosa d’importante, regalato un pezzettino d’Europa a un’Italia a secco dal Triplete interista, ora che, come direbbe il poeta, vi ha stracciato con la fantasia? Maurizio Sarri, napoletano di Figline Valdarno, ha guidato il Chelsea alla vittoria della finale di Europa League con un sonoro 4-1 sull’Arsenal. Ritira di diritto una tessera del club dei vincenti, lui che fino all’altro ieri era presidente onorario dell’associazione belli e perdenti. Ricordate? «Lo spettacolo si fa al circo, conta il risultato», lo punzecchiò due anni fa Massimiliano Allegri.

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L’uomo del nuovo corso juventino
Chissà se sarebbe disposto a ripeterlo oggi, dopo il benservito pieno di commozione a coronamento del record di cinque scudetti consecutivi offertogli dalla Juventus di Andrea Agnelli. Che a quanto pare avrebbe scelto proprio Sarri per il nuovo corso juventino, per costruire un gioco intorno al genio di Cristiano Ronaldo e riportare a Torino una Champions League che manca dai tempi di Ravanelli. D’accordo, ci penseremo domani che dopo tutto, come direbbe signorina Rossella, è un altro giorno. Per ora il subcomandante Sarri, il self made man del pallone, quello degli endorsement politici al Maurizio Landini del referendum a Pomigliano, dei romanzi di John Fante e delle sigarette fumate di nascosto a bordo campo, si gode la notte di Baku. Che, per inciso, fu capitale sovietica gemellata con Napoli.

Dedico questa vittoria ai tifosi napoletani, perché non sono riuscito a dare loro questa soddisfazione

La dedica ai napoletani
Vuoi che, in una circostanza del genere, l’allenatore partito dalla seconda categoria non ricordi proprio la città in cui è nato e il popolo che l’ha idolatrato? Puntuale arriva allora la dedica ai «tifosi napoletani, perché non sono riuscito a dare loro questa soddisfazione. I napoletani sanno benissimo l’amore che provo per loro», ha aggiunto. «L’anno scorso ho scelto l’estero per non andare direttamente in un’altra squadra italiana. Il tifo è una cosa, la professione è un’altra». Parole tra le quali uno potrebbe leggerci un messaggio: preparatevi all’idea di vedermi sulla panchina dell’Allianz Stadium. Se ne facciano una ragione quanti, a Figline, hanno esposto lo striscione: «Comandante, non tradire il popolo: Napoli ti ama».

La rivoluzione in giacca e cravatta
Secondo messaggio tra le righe, per qualche altro, potrebbe stare nella mise giacca e cravatta che l’inventore del «Sarri-Ball» indossava nel pre-partita. Della serie: porto sempre la tuta perché la rivoluzione non è un pranzo di gala ma, se proprio c’è un pranzo di gala cui partecipare, posso passare pure dal sarto. Il Mister ha comunque ragione quando dice che il tifo è una cosa, la professione un’altra. Ma, proprio perché conosce bene la città nella quale suo padre faceva il gruista all’Ilva, si immaginerà altrettanto bene che un suo eventuale passaggio alla Juve verrebbe percepito ai piedi del Vesuvio come uno sgarbo secondo solo a quello del figlioccio Higuain.

Quando disse: «Io alla Juve? Ci sono gli estremi per la querela»
Perché è stato Sarri - e per tre anni - a confondere i piani del tifo e della professione. «Dovunque andrò, voglio essere sempre ricordato come l’allenatore del Napoli», dichiarò poco prima di congedarsi dalla squadra per la quale ha sempre detto di aver fatto il tifo da bambino. È stato Sarri a rispondere, ai giornalisti che nel febbraio 2017 gli chiedevano conto di un possibile futuro passaggio alla Juventus, con un «ci sono gli estremi per una querela». È stato Sarri a porgere l’altro dito medio al tifoso bianconero che, prima del match Juventus-Napoli dell’aprile 2018, lo contestava davanti allo Stadium. E fu ancora Sarri a dirsi «deluso da Higuain», dopo la fuitìna a Madrid per le visite mediche in bianconero dell’estate del 2016. Da uomo vecchio stampo, si aspettava «almeno una telefonata».

Rivoluzionario sì, ma alla Richard Branson
Con l’idea - del tutto inattuale nell’epoca delle pay tv- del calcio inteso come identità e dell’organizzazione padrona del campo ma soprattutto con la narrazione della presa del Palazzo, si è guadagnato la patente di rivoluzionario, salutata dalla nascita di gruppi social come «Sarrismo - Gioia e rivoluzione». Ma si può andare alla Juventus e continuare a servire la Rivoluzione? Dipende da cosa intendiamo per rivoluzionario. Se il termine ci riporta in mente i comizi di Lenin e il basco del «Che», la risposta deve per forza essere negativa. Se il riferimento di rivoluzione che abbiamo è Richard Branson, l’uomo che con la Virgin lanciò la furia anarchica dei Sex Pistols per poi arrivare ad accumulare, cessione dopo cessione, un patrimonio personale da 5,1 miliardi di dollari, ci può stare pure Sarri alla Juve. In un’Italia che ha visto la Lega imporsi al Sud con il 23% dei consensi, figuriamoci se ci sorprende un landinista che il Palazzo lo prende per davvero. Ma entrandoci dalla porta principale.

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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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