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Saudi Aramco a caccia di pezzi di ricambio. Un fornitore: «Cannibalizzano i loro stessi impianti»

Gli attacchi di sabato 14 settembre hanno provocato «danni molto gravi», certamente più gravi di quanto Riad finora abbia dato ad intendere, nello sforzo di dimostrare che la compagnia di Stato è «come la fenice che risorge dalle ceneri»

di Sissi Bellomo


Perché l’attacco al petrolio saudita ha sconvolto il mercato

3' di lettura

«Stanno cannibalizzando i loro stessi impianti». Un fornitore di Saudi Aramco descrive così la febbrile ricerca di pezzi di ricambio per le infrastrutture petrolifere colpite dagli attacchi di sabato 14 settembre. Attacchi che secondo un numero crescente di fonti del Sole 24 Ore hanno provocato «danni molto gravi», certamente più gravi di quanto Riad finora abbia dato ad intendere, nello sforzo di dimostrare che la compagnia di Stato è «come la fenice che risorge dalle ceneri».

Convincere il mercato dell’invincibilità di Aramco è importante per promuoverne la quotazione in borsa, progetto da cui l’Arabia Saudita spera di ricavare 200 miliardi di dollari e che tuttora va avanti ad ogni costo e a pieno ritmo, come se niente fosse accaduto.

Ma ci sono forti dubbi sulle reali condizioni di Abqaiq, irrinunciabile crocevia del petrolio saudita, che Riad giura di rimettere a posto entro fine mese. Critica è anche la situazione a Khurais, il secondo giacimento del Paese ed esso stesso un centro minore di smistamento del greggio: «Di certo bisognerà sostituire una colonna di stabilizzazione, lavoro che di solito richiede dieci mesi, anche se può essere accelerato», riferiva ieri una fonte del Sole.

Le imprese che forniscono servizi e prodotti al settore dell’Oil & Gas sono in fibrillazione. Da un lato si prospettano grandi affari per la ricostruzione, dall’altra l’affanno con cui i sauditi cercano di rimediare ai danni crea forti pressioni.

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Poche ore dopo l’attentato, realizzato con droni e probabilmente anche missili, dal quartier generale di Aramco è partita una raffica di telefonate, e-mail e fax. «Nel giro di due giorni mi avranno chiamato venticinque volte», ricorda un fornitore ufficiale della compagnia. «Volevano molti pezzi con consegna immediata, ma in magazzino non ne abbiamo e per farli nuovi ci servono non meno di 20 settimane. I tempi standard sarebbero di 36-42 settimane». Da cinque a undici mesi insomma, mentre nelle ambizioni saudite Abqaiq dovrebbe tornare a funzionare «come prima» tra una decina di giorni.

Per aggirare il problema Aramco ha ordinato ai contractor di recuperare materiale dai cantieri aperti e forse anche da impianti già in funzione. «Stanno cannibalizzando tutto. Ma Abqaiq è una priorità assoluta, che passa avanti a qualunque altro progetto».

«Mi stupisce che per un impianto così importante Aramco non avesse a disposizione parti di ricambio», commenta Dario Scaffardi, ceo di Saras. «Persino una piccola raffineria ha un backup, almeno per i pezzi più critici. Se c’è un guasto come fai? Non puoi stare fermo per mesi. Per fabbricare i macchinari più complessi possono anche servire due anni».

Eppure Aramco potrebbe davvero aver davvero peccato di imprudenza. A meno che i danni non siano davvero molto estesi. Diverse imprese nella vendor list dei sauditi stanno vivendo esperienze simili.

«Vanno a caccia di qualunque cosa: tubi, raccordi, flange, valvole. Si accontentano di pezzi compatibili con quelli che hanno in uso, anche se non sono identici», racconta un fornitore. «Ci hanno chiesto a quali clienti stiamo consegnando – riferisce un altro – Offrono tanti soldi a chi è disposto a dirottare il proprio ordine verso l’Arabia Saudita».

Tra le componenti ricercate ci sono anche valvole di grandi dimensioni, di quelle impiegate nei maggiori oleodotti. «Significa che hanno colpito zone percorse dalle pipeline principali», afferma un esperto del settore: i tubi che portano il greggio dai giacimenti ad Abqaiq o che da qui lo trasferiscono ai terminal di esportazione.

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Fonti in Arabia Saudita affermano che si sta costruendo un bypass per aggirare tratti di oleodotto distrutti. In tal caso forse Aramco potrebbe anche cavarsela in tempi relativamente brevi. Certo, il saccheggio dei cantieri in corso minaccia di rallentare gli ambiziosi piani di investimento della compagnia. Ma Riad oggi vuole prima di tutto evitare lo stigma dell’inaffidabilità o peggio ancora della vulnerabilità.

Pur di non interrompere le consegne di greggio ai clienti ha fatto ricorso a ogni possibile espediente, dallo sfruttamento quasi totale della capacità produttiva di riserva al taglio delle forniture alle proprie raffinerie, che ora ricevono 1-1,9 milioni di barili al giorno in meno.

Aramco ha già accelerato le importazioni di diesel e addirittura avrebbe chiesto all’Iraq di venderle fino a 20 milioni di barili di greggio, secondo voci raccolte dal Wall Street Journal. Da Baghdad la Somo (State Organization for Marketing of Oil) ha però smentito «categoricamente»

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