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Saudi Aramco, parte l’Ipo dei misteri: tutti i dubbi sul prezzo

Via libera alla quotazione sul listino saudita, ma Riad non ha ancora svelato l’entità né il prezzo della quota di Aramco che intende collocare. E si è aperto un divario enorme nelle stime sulla possibile valutazione della compagnia petrolifera

di Sissi Bellomo

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(Afp)

4' di lettura

L’arbitro ha dato il fischio d’inizio, ma per Saudi Aramco la partita della quotazione in Borsa è tutta da giocare, con un’incertezza sull’esito che farebbe impazzire i bookmaker. Il via libera all’Ipo da parte della locale autorità di mercato – atto scontato in un Paese governato da una monarchia autoritaria – non ha contribuito a mettere a fuoco i dettagli dell’operazione, i cui contorni rimangono molto vaghi.

Tuttoranon si conosce l’entità della quota destinata al listino, mancano indicazioni precise sulla data del collocamento e soprattutto non c’è alcuna chiarezza sul prezzo. Persino le banche coinvolte nell’operazione sono in alto mare e offrono ipotetiche forchette di valutazione con differenziali superiori a mille miliardi di dollari, una cifra che equivale grosso modo alla capitalizzazione della Microsoft.

Divario record nelle valutazioni
Secondo analisi circolate in via informale, il colosso del petrolio saudita potrebbe valere tra 1.200 e 2.300 miliardi di dollari a giudizio di Bank of America Merrill Lynch. Nelle stime di Goldman Sachs e Hsbc la forbice si chiude solo in parte: la prima banca ipotizza 1.600-2.300 miliardi, la seconda 1.600-2.100 miliardi.

Di certo non si tratta di differenze trascurabili. Ma lo scenario è pieno di variabili tuttora imprevedibili.

Bilancio vulnerabile
Il prezzo del petrolio è solo una delle tante incognite e la recentissima trasparenza sui bilanci di Saudi Aramco ha già dimostrato come la compagnia sia molto vulnerabile all’andamento del mercato. Gli ultimi risultati – pubblicati contestualmente all’annuncio di via libera all’Ipo – sembrano confermarlo: nei primi nove mesi di quest’anno l’utile netto della compagnia è stato di 68 miliardi, in calo del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il fatturato è sceso a 233 miliardi (-6,9%).

Nell’arco di tempo considerato c’è anche stato l’attacco contro gli impianti di Abqaiq e Khurais, avvenuto il 14 settembre, ma Aramco assicura che non ha lasciato cicatrici, né dal punto di vista operativo, né finanziario.

Prospetto il 9 novembre
Qualche indicazione in più sull’Ipo dovrebbe arrivare il 9 novembre, quando il ceo della compagnia Amin Nasser ha promesso la pubblicazione del prospetto. Il debutto in Borsa sul listino saudita – che fonti della tv Al Arabiya davano fissato per l’11 dicembre – dovrebbe avvenire al più tardi ai primi di maggio del 2020, visto che l’autorizzazione appena rilasciata dal regolatore ha una validità di 6 mesi. «Vogliamo un’Ipo e la vogliamo subito», ha ribadito Yasir Rumayyan, presidente di Saudi Aramco e goveratore del fondo sovrano saudita, un uomo considerato molto vicino al potente Mbs, il principe ereditario Mohammed Bin Salman.

Quanto alla quota da collocare in Borsa e al suo prezzo, Riad ha fatto sapere che deciderà dopo il roadshow tra gli investitori (che impegnerà una quindicina di giorni) e in base all’esito del processo di bookbuilding: una procedura irrituale rispetto agli standard delle economie di mercato, che lascia aperti molti interrogativi.

Accantonata la quotazione internazionale
Voci raccolte dalla Reuters fanno pensare a un’Ipo in chiave ridotta: in Borsa, dicono le fonti, per ora potrebbe finire solo l’1-2% di Aramco, collocato sul listino saudita, il Tadawul. Il progetto di arrivare fino al 5% di flottante, coinvolgendo anche una grande borsa internazionale, sembra tramontato:  ufficialmente non c’è stata una revoca del piano, ma non se ne parla più. Anzi, negli ultimi documenti – che Riad ha significativamente diffuso di domenica e solo in lingua araba – si specifica che le informazioni non sono destinate ai mercati di Londra, New York e Tokyo.

Maxi-Ipo o maxi-flop?
Di fronte a scenari tanto aleatori non stupisce che gli analisti preferiscano mantenersi cauti su quella che è stata propagandata come l’Ipo del secolo. Se Aramco valesse solo 1.200 miliardi di dollari, collocare l’1% in borsa frutterebbe a Riad appena 12 miliardi: un risultato che impallidisce non solo di fronte al record assoluto di Alibaba (25 miliardi nel 2014) ma anche di fronte a molte Ipo occidentali, compresa quella di Enel, che nel 1999 raccolse 17,4 miliardi.

La quotazione del 3% di Aramco ai massimi valori teorizzati dalle banche farebbe invece piovere quasi 70 miliardi di dollari nelle casse del fondo sovrano saudita.

JP Morgan Chase, una delle 27 banche arruolate da Aramco per il debutto sul listino, addirittura ha evitato di azzardare ipotesi sulla valutazione, pur avendo prodotto un rapporto di ben 118 pagine sull’operazione.

Ben pochi analisti hanno fornito stime precise. E chi ha osato circoscrivere il campo ha elaborato cifre ben lontane dalle aspirazioni di Riad: il gigante saudita del petrolio potrebbe valere 1.400 miliardi di dollari per Bnp Paribas, 1.200-1.500 miliardi per Sanford C. Bernstein (che non ha nessun ruolo nell’Ipo). Il principe Mbs fin dal 2016 aveva indicato – in modo prematuro e forse avventato – un obiettivo di 2mila miliardi di dollari.

Mano tesa agli investitori
Solo di recente la monarchia saudita ha cominciato a rassegnarsi all’idea di dover abbassare le pretese. Sul prezzo forse sta ancora provando a tenere duro, ma su altri fronti ci sono già state numerose concessioni. E lo scorso weekend ne sono arrivate altre.

Riad (per la terza volta) ha concesso sconti su tasse e royalties a Saudi Aramco, che – ha spiegato – si sarebbero tradotti in un beneficio di 4,5 miliardi nel primo semestre di quest’anno se fossero già stati in vigore.

La compagnia ha anche ottenuto condizioni più favorevoli per l’acquisto del 70% di Sabic: il pagamento della somma di 69,1 miliardi è stato dilazionato fino a settembre 2025 e il fondo sovrano si accontenterà di ricevere solo un terzo in contanti.

Fin da settembre Aramco aveva promesso dividendi per almeno 75 miliardi l’anno dal 2020, con assegnazione prioritaria ai nuovi azionisti piuttosto che allo Stato. Per il terzo trimestre ha appena elargito 13,4 miliardi.

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