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Saudi Aramco raggiunge il valore desiderato da Riad, ma il futuro è incerto

Al secondo giorno in Borsa la compagnia saudita supera 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione. Ma tra i pochi investitori stranieri c’è già chi comincia a vendere. Aramco è sopravvalutata, insistono gli analisti. A meno che il prezzo del petrolio non si rimetta a correre. Ma i tagli Opec Plus, avverte l’Aie, rischiano di non bastare

di Sissi Bellomo

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(Ap)

Al secondo giorno in Borsa la compagnia saudita supera 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione. Ma tra i pochi investitori stranieri c’è già chi comincia a vendere. Aramco è sopravvalutata, insistono gli analisti. A meno che il prezzo del petrolio non si rimetta a correre. Ma i tagli Opec Plus, avverte l’Aie, rischiano di non bastare


3' di lettura

In due giorni Saudi Aramco ha guadagnato il valore di un’altra ExxonMobil: circa 300 miliardi di dollari, che si sono aggiunti alla capitalizzazione iniziale consentendo al gigante petrolifero saudita di superare – sia pure brevemente – la fatidica soglia dei 2mila miliardi di dollari, quella che la casa reale ha sempre difeso come come obiettivo dell’Ipo, al punto da troncare le relazioni con gli advisor internazionali che insistevano per un collocamento a prezzi più bassi.

Quegli stessi advisor, che avevano fatto di tutto per ottenere un incarico da Riad, oggi rimangono con un pugno di mosche in mano. Il compenso che i sauditi hanno riservato alle banche è di appena 64 milioni di dollari complessivi, rivela l’agenzia Bloomberg.

La fee equivale allo 0,25% dei capitali raccolti in Borsa, una percentuale ridicola, che ai maggiori istituti coinvolti non basterà nemmeno a coprire le spese: a ciascuno andranno solo 3,5 milioni di dollari. La fee media per le Ipo quest’anno è stata del 4,1% a livello globale, stima Bloomberg (in aumento rispetto al 3,6% del 2018). E lo sbarco a Wall Street di Alibaba nel 2014 – l’operazione record che Aramco è riuscita a superare – aveva fruttato 300 milioni alle banche.

I sauditi, galvanizzati dal successo del debutto sul listino locale, avrebbero ora rispolverato il progetto di quotare Aramco anche all’estero. Il Wall Street Journal riferisce di contatti in corso per sondare la disponibilità di una Borsa asiatica, anche se nulla potrà accadere a breve, visto che Riad si è impegnata a non vendere altre azioni per 12 mesi (salvo quelle previste dall’esercizio della greenshoe, che potrebbe innalzare il flottante fino all’1,7% dall’attuale 1,5%).

La prossima settimana Aramco sarà inserita nell’indice del Tadawul e in quelli dei mercati emergenti di Msci e Ftse Russell, attirando 3-5 miliardi di dollari da parte di investitori passivi. Ma non è detto che il futuro sia tutto in discesa per la compagnia.

Per la seconda seduta consecutiva il titolo ha esordito sul Tadawul con un balzo del 10%, il massimo consentito. Ma il rialzo si è presto ridimensionato, tra volumi di scambio molto superiori a quelli del debutto: quasi 420 milioni di azioni passate di mano, contro i 31,6 milioni del giorno prima. Il prezzo di chiusura (36,8 riyal, +4,5%) ha determinato una capitalizzazione di 1.960 miliardi di dollari.

Una parte degli investitori che avevano sottoscritto l’Ipo (in particolare quelli stranieri, che si erano aggiudicati circa un quinto della tranche per gli istituzionali) probabilmente hanno già venduto.

Proprio questo consigliava di fare Sanford C. Bernstein, in un rapporto pubblicato poco dopo il listing: «Gli investitori che finora hanno beneficiato dovrebbero prendere profitto. Per gli altri consigliamo di attendere una finestra d’ingresso migliore, che inevitabilmente arriverà».

Tra le maggiori criticità c’è il dividend yield, che si abbassa man mano che la capitalizzazione aumenta. A 2mila miliardi di dollari Aramco – che ha promesso una cedola di almeno 75 miliardi l’anno prossimo – “rende” solo il 3,5%: alla pari con molte obbligazioni emesse dallo Stato saudita (che sono ben più sicure) e molto meno di quanto viene redistribuito dalle Major petrolifere occidentali (Exxon ha un dividend yield del 5%, Shell addirittura del 6,8%).

Per Aramco una valutazione alta come quella odierna si giustificherebbe solo con il petrolio a 100 dollari al barile, dicono gli analisti di Bernstein (e non solo loro). Uno scenario praticamente impossibile.

Il Brent è tornato a sfiorare 65 dollari, riavvicinandosi ai massimi da 4 mesi, grazie a Donald Trump, che con un tweet ha riacceso la speranza di un’intesa commerciale Usa-Cina. Ma i fondamentali di mercato, benché difficili da decifrare, non sembrano preludere a un rally.

L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), in un rapporto diffuso ieri, prevede anzi che nel primo trimestre 2020 ci sarà un eccesso di greggio di 700mila barili al giorno anche se l’Opec Plus dovesse riuscire a effettuare per intero il taglio di 2,1 milioni di bg che ha annunciato la settimana scorsa al vertice di Vienna.

Nel suo bollettino, uscito ventiquattr’ore prima, l’Opec era stata solo un po’ più ottimista: domanda e offerta in equilibrio, a patto che nessuno – proprio nessuno – superi le quote produttive assegnate.

@SissiBellomo

Per approfondire:
Aramco raggiunge i target di Riad: superati i 2mila miliardi di dollari
Saudi Aramco debutta in Borsa e vale già 1.900 miliardi di dollari
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