l’inchiesta

Russia-Lega, le operazioni opache di Savoini. Le procure seguono le tracce dei soldi

Le inchieste di Milano, Roma e Genova sulla Lega hanno individuato un punto comune: operazioni “opache” che avrebbero un'unica matrice: la truffa da 49 milioni di euro, ossia i finanziamenti pubblici svaniti nel nulla

di Ivan Cimmarusti


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3' di lettura

Gestivano i «rapporti» tra imprese italiane e la Russia, ottenendo in cambio un vantaggio patrimoniale per ogni contratto andato a buon fine. È l’ipotesi investigativa che si fa largo sul ruolo di Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini, uomo forte della Lega vicino a Claudio D’Amico, consigliere per la politica estera del leader del Carroccio. Quello che ora gli inquirenti vogliono capire è se questa attività di presunta mediazione possa aver portato denaro, anche indirettamente, alla Lega.

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I nastri BuzzFeed
Il nome di Savoini salta fuori dai nastri pubblicati dal sito americano BuzzFeed. Il 18 ottobre del 2018 all’Hotel Metropol della capitale russa, Savoini - leghista da decenni e presidente dell’associazione Lombardia-Russia - parla con alcuni russi di strategie sovraniste anti-Ue e di affari legati al petrolio. Cerca un accordo per far arrivare fino a 65 milioni di dollari alla Lega, ma non si sa se l’intesa sia mai andata in porto e se il partito abbia ricevuto i soldi.

Osservatore alle elezioni russe del 2018
L’inchiesta della Procura di Milano è alle battute iniziali, ma già ci sono alcuni punti fermi. A partire dal ruolo di Savoini, delegato dal Salvini ai rapporti con la Russia di Putin. Il fondatore dell’associazione Lombardia-Russia – di cui fanno parte anche Irina Schcherbinina, Luca Bertoni e Gianmatteo Ferrari – da anni è vicino al presidente russo Vladimir Putin. Lo confermano la sua nomina a osservatore internazionale per le elezioni politiche del 2018.

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Savoini si è avvalso della facoltà di non rispondere
Ieri Savoini si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma è chiaro che l’inchiesta dovrà chiarire se nei fatti abbia avuto un ruolo in operazioni di finanziamento alla Lega da ambienti russi. Di fatto il suo ruolo di “intermediario” si sarebbe sviluppato anche su altri fronti imprenditoriali. Nulla di irregolare, salvo che le commissioni per il suo ruolo di trait d’union non siano finite in modo irregolare alla Lega. Di certo c’è che le inchieste delle procure di Milano, Roma e Genova sulla Lega hanno individuato un punto comune: operazioni “opache” che avrebbero un’unica matrice nella truffa da 49 milioni di euro, ossia i finanziamenti pubblici svaniti nel nulla. Le informative investigative tracciano una presunta strategia, per far perdere il filo dei finanziamento che giungono al Carroccio. Attraverso la sospetta costituzione di più «casseforti» – ad esempio sotto la forma giuridica delle associazioni – si tenterebbe di far svanire le erogazioni private del partito. Soldi che diversamente sarebbero sequestrati dalla Procura di Genova, che indaga proprio sulla truffa da 49 milioni.

Le inchieste delle procure di Milano, Roma e Genova sulla Lega hanno individuato un punto comune: operazioni “opache” che avrebbero un’unica matrice nella truffa da 49 milioni di euro, ossia i finanziamenti pubblici svaniti nel nulla

La rete di contatti con i russi
Savoini e D’Amico entrano in contatto con Dmitri Peskov, portavoce di Putin. Una rete di rapporti che si estendono anche ad Aleksej Pushkov, parlamentare del partito di Putin Russia Unita. A questo si aggiunga anche la relazione con Andrej Klimov, alto funzionario di Russia Unita, componente di Katehon, un «un think tank indipendente – si legge sul sito internet - organizzato in una rete internazionale di persone provenienti da discipline diverse e varie, specializzate in analisi geopolitica, geostrategica e negli eventi del mondo politico». Katehon è controllato dall’oligarca russo Kostantin Malofeev, personaggio legato a Putin che diffonde attraverso i media il pensiero «anti-europeista» di Aleksandr Dugin, lo stesso che a novembre 2016 intervista Matteo Salvini su una emittente di proprietà dello stesso Malofeev. Ambienti russi, dunque, che sostengono i conflitti di Crimea e del Donbass.

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