l’anniversario

Sbarco sulla Luna, quell’impresa formidabile che dopo 50 anni ci ammalia ancora

di Dario Ceccarelli


#Luna50, Apollo 11 e il grande balzo dell’umanità

8' di lettura

Non siamo mai stati così lunatici. Una volta a parlarne, e scriverne, erano soprattutto i poeti come Giacomo Leopardi (“Che fai tu in ciel? Dimmi che fai silenziosa luna?”). Oppure gli innamorati, i cantautori, o gli inguaribili romantici che nella luna vedevano una proiezione dei loro sentimenti. E poi naturalmente gli astronomi, gli scienziati, i divulgatori scientifici e via spaziando fino ai grandi scrittori visionari come Jules Verne.

Ma adesso, con il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna, e la celebrazione dell’impresa dell'Apollo 11, avvenuta alle 22 e 17 del 20 luglio 1969 (“Houston, qui base della tranquillità, l'Aquila è atterrata”, dice Neil Armstrong quando tocca con il Lem la superficie lunare) e la ripresa della corsa nello spazio, siamo tutti di nuovo ammaliati dalla Luna, come se improvvisamente, solo grazie a questa fatidica ricorrenza, avessimo finalmente capito quanto fosse stata formidabile quell’impresa, e quanto l’uomo con mezzi quasi “primitivi “ rispetto a quelli attuali, si fosse portato avanti (“un grande passo per l'umanità”) nel pur breve cammino della sua civiltà.

LEGGI ANCHE / Guarda che luna! La guida galattica agli eventi per i 50 anni dello sbarco

Certo, l'amarcord pesa parecchio. Le celebrazioni ci piacciono. Rivedere in bianconero il mitico Tito Stagno che battibecca in diretta tv con Ruggero Orlando per capire se la navicella di Armstrong abbia toccato o no il suolo lunare, intenerisce sia chi quel giorno era presente, e cerca di ricordarsi dove era e cosa faceva, sia chi è arrivato dopo e ne ha sempre sentito parlare come di una conquista già archiviata dalla Storia.

Non si può restare insensibili a quelle traballanti immagini in bianconero con Armstrong che, non fidandosi del computer di bordo (una specie di pallottoliere rispetto alla potenza quelli attuali), decide di guidare manualmente la discesa della navicella. Un fai-da-te impensabile ai giorni nostri, ma praticabilissimo in un mondo super ottimista come quello dei ruggenti Anni Sessanta. “La macchina non ce la fa? Bene, diamogli una spinta” dicevano i nostri padri quando il primo d’agosto con la mitologica 850 Fiat partivano per le ferie da Milano e Torino per arrivare a Rimini e Sanremo. Erano carichi come l’Apollo 11 quando lasciò la Terra, ma altrettanto coraggiosi e ottimisti come Armstrong, Aldrin e Collins, l’unico quest'ultimo dei tre che non camminò sul suolo lunare.

«Quegli uomini erano ottimisti e volitivi, come il presidente John Kennedy quando lanciò la sfida spaziale», racconta Patrizia Caraveo, dirigente dell’istituto Nazionale di Astrofisica e autrice del Libro “ Conquistati dalla Luna”.

LEGGI ANCHE / L'emozione di scoprire in libreria «l’angolo della Luna»

«Alla base del successo del progetto Apollo c'è stata una convergenza astrale», dice Caraveo quasi commossa. «Per prima cosa un presidente con una volontà politica chiarissima. Poi un arco di tempo ben delimitato entro il quale svolgere questo obiettivo. Infine dei finanziamenti adeguati. Si fa tanto romanticismo su questa impresa, sul coraggio di quegli uomini eccetera, tutto verissimo. Ma va ricordato una cosa essenziale: Kennedy aveva moltiplicato per cinque il budget della Nasa. Di mezzo c’era la sfida con i sovietici, certo, ma intanto l’ha fatto. Un fiume di soldi mai avuto prima. La Nasa da sola aveva il 4,5% del budget federale. Pensate che tutta la ricerca in Italia arriva a stento all’uno per cento. Insomma, Apollo ha messo insieme i soldi, la volontà politica e la capacità tecnica straordinaria di Wernher Von Braun, l’ex direttore tecnico della struttura missilistica voluta da Hitler, quindi discutibile dal punto di vista umano, ma vero genio nel suo campo».

Si fa tanto romanticismo su questa impresa, ma va ricordata una cosa essenziale: Kennedy aveva moltiplicato per cinque il budget della Nasa

Patrizia Caraveo conclude con un auspicio: «Una cosa forse è mancata: il fattore femminile, ma ci rifaremo andando su Marte. Io sono incredibilmente innamorata della Luna, ma forse ha ragione chi dice che tornarci, con degli astronauti, sarebbe una perdita di soldi e di tempo. Mio marito, Giovanni Bignami, grande astrofisico e divulgatore scientifico, diceva che è già nato il bambino che andrà su Marte. E che andare sulla Luna, con tutti quei sassi, è come fare una miniera a Voghera. Insomma, il dibattito è aperto…».

LEGGI ANCHE / Torneremo sulla Luna, ma questa volta per restarci

Tutto si mischia, in questo “Moon Day”: la scienza con i sogni. Lo studio di come sopravvivere a lungo nello spazio e la voglia comunque di lanciarsi in altre sfide grandiose. «Io avevo sei anni ed ero con mia mamma davanti a uno schermo in bianconero», racconta Giorgio Saccoccia presidente dell'Agenzia Spaziale italiana. «Nutrivo già da allora una passione infantile, ero attratto dalla Luna, mia madre era sveglia perchè ero io a voler vedere lo sbarco. Fa impressione ricordare che un così grande progetto di ingegneria sia stato fatto in poco più di 7 anni. Cosa è restato di quella conquista? La cosa più importante: la dimostrazione che se si concentrano idee e risorse si possono fare cose che sembrano impossibili. Siamo partiti da una sfida tra due nazioni, che era quasi una guerra combattuta in un campo diverso, per arrivare a una impresa storica. Tra l’altro, adesso, la corsa nello spazio è un grandioso strumento di diplomazia internazionale. Uno strumento di dialogo per avviare scambi e collaborazioni. Anche l’Italia, lavorando con gli americani, è diventato un forte interlocutore per programmi spaziali futuri. L’Italia agisce su tutti i settori dello spazio, sia di sviluppo sia applicativi».

Un fiume in piena, Giorgio Saccoccia. Ma quando si riprende a parlare della luna, il direttore dell'Agenzia Spaziale torna a commuoversi. «Io credo che si possa tornare per usarla come punto di partenza per esplorare il resto dello spazio. Che è enorme, e dove tutto si complica perrchè non è facile sopravvivere così tanto a lungo. Vedremo, ma sono fiducioso. Ma quando penso a quella notte, e guardo adesso la Luna, torno a guardarla con gli occhi di quando era un bambino di 6 anni. E resto convinto che la Luna sia il sogno più bello di chi alla sera ha voglia di guardare verso il cielo…».

Fa impressione ricordare che un così grande progetto di ingegneria sia stato fatto in poco più di 7 anni

Io c'ero ed ero sveglio. Io non mi ricordo… io mi sono addormentato… io ero in ferie a Londra. Io stavo preparando l'esame di maturità… Ognuno ha il suo ricordo di quella notte. Una calda notte di luglio che ci stava portando verso la fine degli anni Sessanta. Verso la fine di un periodo dove tutto sembrava a portata di mano, dove le canzoni parlavano di pace e di amore, dove si aveva l’impressione, soprattutto per i giovani, che i sogni non fossero poi così lontani dalla realtà. «Imagine all the people living life in peace», avrebbe cantato John Lennon pochi mesi dopo la conquista della Luna. In realtà quell’impresa, che era un sogno realizzato, coincise con la fine di quella effimera magia. L’Italia entrò in un periodo di forti lotte sociali che sfociò nel terrorismo. E nel mondo, a partire dalla guerra del Vietnam, tutto riprese a muoversi in direzione ostinata e contraria a quelle idee di progresso e di pace.

Guarda che Luna!

Ma tornando a quel 20 luglio, a seguire la missione dell'Apollo 11 c'era anche una vecchia conoscenza, ormai un amico comune che da anni ci racconta il non sempre lineare cammino della scienza. «Beh, sì, io c'ero», racconta Piero Angela, notissimo giornalista e divulgatore della Rai. «Oltre ad avere seguito la partenza dell’Apollo 11, prima avevo seguito tutte le altre missioni a partire da quella dell’Apollo 7. Fu davvero un sogno che gli antichi mai avrebbero pensato si avverasse. Quel giorno è cambiata la storia dell'umanità», spiega Angela con la sua consueta pacatezza.

«Per me fu importante seguire queste missioni perchè praticamente decisi di cambiare mestiere. Prima ero un conduttore dei telegiornali con Andrea Barbato ma poi, dopo aver seguito diversi corsi alla Nasa, decisi di occuparmi di documentari scientifici. Alla Nasa si studiava tutta la filiera della scienza, l’origine dell'uomo, la possibilità di esistenza di altre vite…».
Quindi la corsa alla Luna ha stimolato la sviluppo della scienza?
«Tantissimo. Le ricadute di questa sfida tecnologica sono infinite», osserva Angela. «Basti pensare alla miniaturizzazione dei computer o alle attività extra veicolari per muoversi in terreni così complessi. Io ho fatto molte ricerche non solo nei centri della Nasa ma anche nelle aziende che hanno lavorato per la riuscita del progetto. Uno sforzo collettivo di almeno cinquecentomila persone che hanno lavorato su computer, motori, tute e quant'altro. Uno sforzo enorme. Tutti dovevano mettere assieme un pezzetto. E tutto doveva funzionare al primo colpo».

«Tornare sulla Luna? Ora è più facile, la tecnologia è matura. Bisogna però vedere quanto sia utile», precisa Angela. «La mia opinione è che sia più conveniente mandare delle sonde nello spazio. Che costano meno e non devono tornare. Marte non credo sia molto interessante. È lontano, molto rischioso. Forse ci andrà la Cina. Comunque anche l’Italia si sta muovendo bene. Il 20 luglio ci sarà anche la partenza di Luca Parmitano verso la stazione spaziale internazionale. Con mio figlio Alberto farò un programma proprio per l'occasione».

Fu davvero un sogno che gli antichi mai avrebbero pensato si avverasse. Quel giorno è cambiata la storia dell’umanità

Questi primi 50 anni saranno il trampolino di lancio per nuove missioni nello spazio. È quello che pensa Gabriele Mascetti, primo capo tecnologo dell'Agenzia spaziale italiana. «Di quell’impresa resta la meraviglia per quanto siano stati capaci di fare quegli uomini sapendo di avere non più del 50% di successo della spedizione. Ora abbiamo mezzi enormemente superiori, un bagaglio di conoscenze che allora non c’era riguardo la possibilità di vivere in assenza di gravità e in condizioni di maggiore esposizione alle radiazioni».
«Andare su Marte? La distanza, rispetto alla luna, è enorme», prosegue Mascetti. «Sulla Luna si andava in tre giorni, su Marte ci vogliono 6 mesi. La Luna potrebbe costituire uno step intermedio per muoversi verso altri obiettivi. Mi chiedono se un giorno si potrà viaggiare nello spazio come tra Milano e New York. Un'idea bellissima che oggi non si può ancora realizzare. Ma lo corsa nello spazio spinge l’evoluzione tecnologica: è quindi plausibile pensare che in futuro si possa andare sulla Luna più rapidamente. Rispetto a 50 anni fa, abbiamo un altro vantaggio: che l’esplorazione spaziale unisce i popoli. Serve la competenza di tutti, come nei vecchi film di fantascienza quando la minaccia di un asteroide lanciato verso la Terra faceva mettere da parte le rivalità peer il bene comune».

E i poeti? Cosa dicono i poeti?
Maurizio Cucchi, poeta e critico letterario milanese, va contro corrente. «Dico la verità, quella sera me ne andai a dormire. Già allora, con una ingenuità da ragazzino, mi chiedevo se tutti quei soldi non fosse meglio spenderli per stare meglio sulla Terra. Ora sono cambiato naturalmente, ma non credo d’aver avuto tutti i torti…».
Ma per un poeta la luna, dopo quella notte, ha perso la sua magia?
«Direi di no», risponde Cucchi. «Ora con i progressi dell'astrofisica, possiamo guardare le stelle e le galassie più lontane con la consapevolezza che di fronte a questa enormità siamo dei piccoli insetti. Penso che l’uomo, rispetto migliaia di anni fa, sia cambiato poco. Alle grandi domande della vita non ha ancora dato una risposta. Mi dicono che l’universo è in espansione… Ma per andare dove? No, lo capisco. La nostra mente è limitata. L’uomo è un magnifico essere con alcune lacune di progetto che neppure il buon Dio è riuscito a togliere».
Albert Einstein, il grande scienziato della relatività, ha scritto: «Mi piace pensare che la Luna sia lì anche quando non la guardo». È così anche per lei? «Sì, certo. Anche a me piace pensare di far parte della vita, e di vedere il Sole e le stelle quando esco di casa. Provo un senso di armonia. Credo che Einstein volesse dire questo. Che gli piaceva essere lì, anche se non ne capiva il senso. E se non lo capiva Einstein, che era un genio, figuriamoci noi…».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...