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«Scattata» la foto del secolo: ecco l’ombra di un buco nero

di Leopoldo Benacchio


Buchi neri, la prima immagine apre una nuova epoca nella ricerca

3' di lettura

Tanto tuonò che piovve. Da giorni e giorni si parlava della “prima foto di un buco nero”, e alle 15.07, in una conferenza stampa trasmessa a livello planetario da varie sorgenti diverse e con diversi ospiti, è stata vista: è quella del black hole della galassia M87, distante “solo” 60 milioni di anni luce, praticamente dietro l’angolo sulla scala dell’Universo conosciuto. Dagli Usa a Bruxelles, da Monaco di Baviera a Shangai e altre città è stato annunciato nello stesso istante quello che, mentre si aprono i convegni per la ricorrenza dei 100 anni della Unione astronomica internazionale proprio nella capitale belga, pare essere un risultato assolutamente di rilievo.

Quella vista in diretta in tutto il mondo oggi non è però, come hanno detto anche gli uffici stampa dei nostri Istituti di ricerca in Fisica, forse presi dall’ansia di semplificare un argomento complesso, la prima “foto di un buco nero”. Di questo enigmatico corpo celeste non può, infatti, essere presa un’immagine, per il motivo molto semplice che non emette radiazioni, anzi le divora.

Quello che abbiamo visto, comunque di importanza eccezionale, è il cosiddetto orizzonte degli eventi, ovverosia della zona attorno al buco nero in cui finiamo di vedere segnale elettromagnetico, ovvero luce e altre radiazione di vario tipo, perché oltre quella zona entriamo nella voragine del black hole. Con un po' di pazienza possiamo intravedere comunque, nell’immagine distribuita, una zona in ombra, che è causata all’imputato principale, invisibile.

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È come ce l'aspettavamo, una specie di corona circolare, se vogliamo una ciambella, con all'interno esattamente un grosso buco da cui non si vede provenire alcuna radiazione.

Potrà sembrare misera questa immagine e forse un po' deludente dopo gli annunci che ci facevano sperare di vedere buchi neri e quel che ne consegue nella fantascienza letteraria: da altri universi ai tunnel per andare e venire nel tempo come in metropolitana. In fondo il fatto che esattamente come ce lo aspettavamo può sembrare banale, anzi, diciamolo pure mancherebbe altro, dopo che abbiamo speso una cinquantina di milioni di euro dell'Europa per il programma Eht, Event Horizon Telescope, Telescopio per l'orizzonte degli eventi.

La prima storica foto del buco nero

La prima storica foto del buco nero

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Ma la scienza non può avere opinioni, deve dimostrare e provare e, per quanto un modello sia sofisticato e la matematica che ci stia sotto sia la più sopraffina mai elaborata da mente umana, stiamo parlando infatti delle conseguenze della centenaria Teoria della Relatività, l'immagine che ora vediamo è la prova che tutto quello che pensavamo di un buco nero è corretto. E non è certo poco, rischia di essere, in un periodo di scoperte eccezionali per la Fisica, la più importante.

Un risultato di questo genere è possibile che venga visto quasi come ”inutile”, che non serve, ma in realtà, come tutta la fisica di base, non si sa mai da che parte porterà questa scoperta. Pensiamo ad esempio alla scoperta degli elettroni che fu vista ai tempi in cui fu pubblicizzata, 1897, come la cosa più inutile del mondo e senza la quale oggi non avremmo neanche lontanamente tutta l'elettronica che ormai governa e accompagna le nostre vite, dalle auto alle televisori dal Gps ai telefonini e chi più ne ha più ne metta.

Dove finirà quindi il risultato di questa ricerca molto complessa di fisica di base lo sapremo più avanti, o anche lo vedranno forse i nostri nipoti. D'altronde quando Albert Einstein terminò di scrivere la sua teoria della Relatività, nessuno pensava al GPS, che senza di essa non può funzionare, che abbiamo in tutti gli smartphone e ci guida al ristorante migliore grazie alle app opportune.

Per raggiungere questo risultato si sono messi assieme 8 dei radiotelescopi più importanti al mondo, bestioni con padella da 64 metri di diametro, dall'Europa all'Arizona al Sud America e le osservazioni sono state fatte nel 2017. Lungo il lavoro per sincronizzare i dati off line, i telescopi non sono connessi, grazie ai segnali di un maser e ad istituti specializzati, come Mit e il Max Planck di Monaco di Baviera. Ora però abbiamo l'immagine ed è un gran risultato. Due le ricercatrici italiane, o scientificamente “naturalizzate” italiane, hanno partecipato alla ricerca dall'Istituto Nazionale di Astrofisica di Bologna: Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl.

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