Societa

Scelte chiare per il 2020 prima che sia tardi

di Lorenzo Forni

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(Adobe Stock)


4' di lettura

Hanno fatto scalpore le recenti previsioni che indicano una crescita nulla per l’economia italiana nel 2019. È oramai un coro che indica che non avremo un incremento del Pil nell’anno in corso: la Commissione europea e Prometeia (+0,1% a febbraio), l’Ocse (-0,2% all’inizio di marzo), più recentemente Confindustria (zero) e l’Fmi (+0,1%). Pare averne preso atto anche il governo nel Documento di economia e finanza (Def). Ma anche un risultato così poco ambizioso non va dato per scontato. Dopo due trimestri in contrazione (il terzo e il quarto dello scorso anno), siamo entrati nel 2019 con un livello di attività basso, quindi abbiamo bisogno di una ripresa in corso d’anno per evitare una recessione. Il dato della produzione industriale di febbraio uscito ieri è incoraggiante, ma non cambia il quadro di fondo.

Quali sono le implicazioni principali di questo quadro? Le prime riguardano il mercato del lavoro. Non solo l’occupazione è ferma dalla metà del 2018, ma certo non ci si può aspettare che aumenti senza crescita. Inoltre, quasi 300mila lavoratori potrebbero accedere a Quota 100 quest’anno, il che in prima battuta significa un pari numero di lavoratori in meno. Si aggiunga il fatto che il Reddito di cittadinanza dovrebbe aggiungere (o “attivare” come si dice) alcune centinaia di migliaia di persone in cerca di lavoro. Quindi meno occupati e più persone in cerca di lavoro in una situazione di quasi recessione non possono che fare aumentare il tasso di disoccupazione.

Il secondo aspetto riguarda la manovra di bilancio per il 2020. È evidente che il disavanzo per quest’anno, programmato al 2% sulla base di una crescita all’1%, non potrà che essere più alto, approssimativamente intorno al 2,4% indicato dal governo (considerando le minori entrate dovute alla crescita non realizzata). Per il 2020, in base all’accordo con Bruxelles (raggiunto, peraltro, con una Commissione che in autunno, dopo le elezioni europee, non sarà più in carica), l’obiettivo da raggiungere doveva essere di un disavanzo pari all’1,8%. In realtà le regole fiscali europee ci richiederanno al minimo di fare un aggiustamento dello 0,1% in termini strutturali. Al minimo, nel senso che quel piccolo aggiustamento potrebbe permettere alla Commissione di non aprire una procedura per disavanzo eccessivo (che, si noti, se volesse potrebbe già aprire sull’aumento del debito nel 2018). Ciò nella sostanza significa mantenere il disavanzo 2020 intorno al livello che raggiungeremo quest’anno. Visti gli aumenti di spesa previsti per l’anno prossimo (ad esempio, il fatto che il Reddito di cittadinanza e Quota 100 verranno erogati per 12 mesi e non solo a partire dal secondo trimestre come nel 2019), e sotto l’ipotesi che non vengano aggiunte altre misure di spesa o di minori tasse (come, ad esempio, l’estensione della flat tax di cui si è parlato in questi giorni), si può stimare che per raggiungere tale obiettivo sarà comunque necessario reperire circa 10-15 miliardi. Quindi anche sotto le ipotesi migliori (niente recessione, regole europee stirate al massimo e nessuna nuova misura di aumento di spesa o riduzione del gettito fiscale oltre a quelle già previste) bisognerà procedere a un aumento di entrate, perché non ci si può aspettare che la spending review si materializzi magicamente e nel giro di pochi mesi produca svariati miliardi di risparmi.

Quello che è importante in questo contesto è procedere per tempo a individuare le coperture necessarie. Non si può lasciare il Paese nell’incertezza che ha caratterizzato la seconda parte del 2018, né andare di nuovo allo scontro con l’Europa. Abbiamo già visto il costo che è stato pagato per questo nella seconda parte dello scorso anno, con consumi e investimenti in contrazione. Riguardo il 2020, il piano del governo per ora si affida alla famosa clausola di salvaguardia, cioè a un forte aumento delle aliquote Iva (quella ordinaria dovrebbe schizzare dal 22% al 25,2%) che porterebbe, nelle stime governative, a maggiori entrate per 23 miliardi. Non solo esponenti del governo hanno dichiarato di non volere procedere all’aumento, ma anche l’incremento immaginato non porterebbe gli introiti previsti, dati i consumi più deboli di quelli attesi.

Un passaggio forse inevitabile, e magari neanche troppo negativo, potrebbe essere quello di procedere con un aumento parziale delle aliquote Iva, prevedendo aumenti di quelle agevolate (ad esempio dal 10% al 12% e dal 4% al 6%). La scelta si giustificherebbe con il fatto che aumentare l’aliquota ordinaria oltre l’attuale livello del 22% potrebbe risultare sia eccessivamente distorsivo sia poco efficiente, accrescendo gli incentivi all’elusione/evasione. Al contrario, da tempo si sottolinea l’opportunità di ridurre l’area delle agevolazioni, per tendere idealmente a una sola aliquota. Si può stimare che una manovra di questo tipo potrebbe coprire tra un terzo e la metà dei miliardi da reperire. Avrebbe anche un effetto al rialzo, ancorché temporaneo, sulla dinamica dei prezzi, al momento particolarmente debole. Tuttavia, sarebbe solo parte della soluzione del puzzle.

Insomma, quest’anno avremo poca crescita e anche questa non va data per scontata. La disoccupazione vedrà molto probabilmente un aumento. Bisognerebbe definire subito le linee guida della politica economica e di bilancio per il prossimo anno in modo da minimizzare le incertezze e le tensioni che peserebbero ulteriormente sull’andamento già debole dell’attività economica.
Università di Padova e Prometeia Associazione

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