modernizzazione

Scelte di governo, perché bisogna guardare avanti

di Geminello Alvi

(Ansa)

3' di lettura

L’Italia è la nazione mutevole di crisi nervose drammatiche e però quasi mai serie, recitate sui giornali, mentre intanto prosegue l’inseguimento di tutti alle poltrone. Eppure nelle liti, e nelle ammonizioni di queste giornate in emergenza, si avverte un che preoccupante, fuori registro, in rincorsa senza appoggio. Neppure gli articoli dei meglio nomati economisti in titolazione da solenne editto alla nazione servono ormai a molto, a leggerli si sgonfiano purtroppo in una nuvola d’inefficacia. A conferma che la presa di tanti ragionamenti ovvi e consueti nell’Italia di prima è ormai svanita. Il quasi 8 settembre che stava per diventare il 2 giugno prima che si facesse il governo, oppure il gesto involontariamente comico di chi per smentire Salvini ha intervistato i Casamonica, lo riconfermano. Le repliche agli eventi, per bene o male intenzionate che siano, rischiano di peggiorare il guaio, talora il ridicolo, risultano fuori registro spesso.

I fatti spiazzano gli schemi recriminanti, ai quali troppi si sono abituati: tra l’altro le elezioni locali confermano la Lega partito egemone nella parte più produttiva della nazione. E i 5Stelle restano la residua speranza, paradossale o no che appaia, di rimettere in sesto Roma e il Meridione. Così è, non è altrimenti: quanto ieri era abitudine scontata biasimare ormai è al potere, e per restarci. E che si parli d’investimenti infrastrutturali o di euro, occorrerà comunque tenerne conto, con tenacia adoprarsi per mutare, pure quanto non ci piace, in un meglio per l’Italia, invece di farsi venire l’ansia. E quindi è pur vero che il contratto di governo si concentra su maggiori consumi, in deroga a ogni ricetta di prudenza finora predicata. Ed è non meno certo che solo un ritorno rapido degli investimenti in infrastrutture ai livelli di prima della crisi e una riforma del terziario, pubblico e privato, siano in grado di riavviare la crescita della produttività. Il problema è recuperare lo stock di capitale perduto e rifare lo stato sul territorio. E dunque si deve dire: senza questa modernizzazione nessuna delle riforme della domanda, che il governo progetta, regge. Tuttavia il compito degli economisti non è peggiorare il dilemma; ma scioglierlo, ricondurre i vari punti del contratto di Lega e 5Stelle alla modernizzazione.

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Prendiamo ad esempio il reddito di cittadinanza e la brutta piega che sta prendendo, con il ritorno alla iattura dei lavori socialmente utili. Ci si può complimentare del fatto che tanto non ci sono i soldi per avviarli … ma non sarebbe prudente: il Meridione è abilissimo dai tempi di Vincenzo Cuoco a trovare qualche appiglio per finanziare le sue astrusità più nocive. Meglio allora rimediare con il bene al male: dunque legare l’idea di progetti in infrastrutture nei settori di acqua, turismo, trasporti a corsi di formazione effettivi. Deve farsi una riforma tedesca dell’artigianato in Italia? Bene, ma perché allora non legare la redistribuzione dei redditi, dove sono deboli, alla formazione? Formare camerieri e albergatori, saldatori di tubi, falegnami o fabbri, e legare il loro sostegno a dei progetti infrastrutturali: ecco un’idea positiva per concentrare al Sud buona parte del sostegno ai redditi, e trovare il consenso per gli imponenti investimenti in infrastrutture che si richiedono.

Tra l’altro è un’idea che si adatta splendidamente alla genetica della Lega, all’autonomismo, ai nessi comunitari su territori delimitati, ma anche alla simpatia dei 5Stelle per le idee di Olivetti. Esse servirebbero bene a creare sul territorio riunioni di funzioni economiche e politiche: per esempio accorpando gli uffici tecnici dei comuni e rinforzandoli per aree delimitate, in praticità infrastrutturale. E ancora rifare le Camere di Commercio nelle strutture delle nuove comunità, o creare riunioni di altre funzioni degli enti locali, sarebbero splendide maniere d’accordare l’ideale alla necessità. Senza una riforma del terziario, anzitutto di quello pubblico, non c’è vera speranza di aumento della produttività. E qui l’ideale tripartito di Olivetti da astruso diventerebbe concreto.

I pratici di ieri replicheranno, bellissimo; ma anche tenendoci al particolare, dove trovate i soldi? Tenterei una risposta in un articolo seguente. Per ora si badi al fatto che la crescita nel 2019 deve accelerarsi, il che implica agire ferreo, rapido che coordini le riforme dei comuni, e attrezzi quei progetti in infrastrutture che dovrebbero catturare i capitali privati dell’Europa in surplus. Inutile adesso biasimare la flemma di Tria, o il multiministro Di Maio: bisogna provarci. Importa che ci si provi, anche perché se fallisce questo governo, va detto, l’unità della nazione potrebbe risultarne a rischio. Il talento meridionale di Di Maio, coi suoi ministeri cumulati, dovrà far quadrare i conti e le idee. Perciò come tutto il governo ha bisogno d’idee positive, e di fiducia. Questo pensa del resto la maggioranza. Si guardi avanti, si aiuti questo governo a fare per l’Italia il meglio, prendendo atto degli eventi.

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