Governance

Schiaffo a Exxon sul clima, i soci ribelli piazzano i dissidenti nel board

Nonostante l’opposizione dei vertici passa la linea sul clima del piccolo fondo Engine, sostenuto da BlackRock. Anche Chevron battuta sulle emissioni

di Marco Valsania

Darren Woods, presidente e ceo di Exxon Mobil (Reuters)

4' di lettura

È stata definita una battaglia per il futuro di ExxonMobil. E, a conti fatti nell'assemblea annuale, una cordata di soci ribelli composta da piccoli hedge fund, grandi fondi pensione e investitori istituzionali ha strappato un pezzo di questo futuro, perché sia rivolto contro il cambiamento climatico e a favore delle energie rinnovabili. Un risultato considerato nientemeno che storico nel mondo di Big Oil abitualmente controllato con il pugno di ferro.

La crociata del piccolo hedge fund

Cosa è accaduto? E’ accaduto che la crociata lanciata da un neonato fondo dal nome improbabile, Engine No.1, ha potuto rivendicare un successo senza precedenti contro il gigante americano di petrolio e gas: ha eletto, nonostante l’opposizione dei vertici del gruppo, almeno due direttori dissidenti nel nuovo board di Exxon, su una piattaforma di trasformazione strategica. L'assemblea annuale è stata al cardiopalma. In serata di mercoledì, in un clima di altissima tensione, Exxon ha sospeso temporaneamente l'assemblea per verificare il conteggio dei voti dei soci. E un terzo candidato dissidente è ancora in bilico e oggetto di riconteggi dei voti.

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I quattro moschettieri di Engine

Engine No.1 aveva presentato in tutto una lista di quattro esponenti dissidenti per il board, già una sfida inedita per Exxon. La tesi dei ribelli: che la compagnia è impreparata ad offrire adeguata attenzione al clima, una mancanza dannosa non solo per il pianeta ma per le prospettive del business e della performance finanziaria. Engine No.1 ha promosso i suoi candidati come portatori di una necessaria esperienza di successo quando si tratta della transizione all'energia pulita. In lizza ha messo Gregory Goff, ex Ceo di Andeavor; Kaisa Hietala, ex vp di Neste; Alexander Karsner, ex alto funzionario del Dipartimento dell'Energia e strategist di Google X; e Anders Runevad, ex Ceo di Vestas Wind Systems. Goff e Hietala sono risultati eletti al primo scrutunio ufficiale.

Il ruolo decisivo di BlackRock

Creato dall'investitore tech Chris James, Engine No.1 detiene solo lo 0,12% di Exxon ma da dicembre ha saputo mobilitare un crescente numero di influenti alleati. Da fondi pensione, quali il californiano Calpers, al grande gestore britannico Lgim e al leader della consulenza agli azionisti ISS. Tra gli ultimi arrivati ci sarebbe stato anche il re dell'asset management BlackRock, che ha deciso di appoggiare tre dei quattro candidati alternativi nel consiglio di amministrazione. In una presa di posizione dopo il voto BlackRock ha apertamente criticato Exxon e i suoi vertici: li ha definiti “riluttanti” a considerare rapidi cali della domanda di carburanti fossili nei prossimi decenni, vale a dire un atteggiamento miope. Altri leader finanziari americani quali Vanguard e Fidelity non hanno reso noto finora come hanno votato.

Lgim: servono sostenibilità e governance

Allo scoperto, prima ancora di BlackRock, ha agito invece Lgim. «Vogliamo avere una posizione d'avanguardia su governance e sostenibilità», spiega al Sole 24 Ore John Hoeppner, responsabile Usa del gestore per il corporate engagement, che ha annunciato pubblicamente un voto per i dissidenti forte di una quota da un miliardo di dollari. Hoeppner, che sarebbe favorevole anche ad altre riforme quali una divisione tra le cariche di chairman e ceo del gruppo petrolifero, sottolinea come «l'azione promossa da Engine 1, una lista di candidati indipendenti, sia stata nuova nella recente storia di Exxon» e che l'effetto del voto «si farà sentire» oltre l’azienda.

Anche Chevron incassa una sconfitta sulle emissioni

La rivale Chevron ha sofferto a sua volta una cocente sconfitta in Assemblea annuale: è reduce da un voto che ha approvato una risoluzione per il taglio delle cosiddette emissioni di Scope 3, legate all’suo dei suoi prodotti. Il voto a favore delle risoluzione, osteggiata dal management, è stato del 61 per cento. E la pressione su Big Oil minaccia di crescere anche con l’allontanarsi di tradizionali alleati industriali: la casa automobilistica Ford ha nelle ultime ore aumentato gli investimenti in nuove tecnologie e previsto che entro fine decennio il 40% delle sue vetture sarà del tutto elettrico.

La difesa di Exxon

Exxon aveva risposto alla sfida negando ritardi e necessità di svolte nel board. Il suo amministratore delegato, Darren Woods, aveva tuttavia di recente rinunciato ai toni bellicosi tipici del passato del gruppo texano: in extremis aveva anzi promesso la nomina entro un anno di due nuovi membri nel board con esperienza di energia e clima e evidenziato investimenti in cattura di emissioni, in particolare un progetto a Houston.

Engine No.1: Manovre ciniche

Ma Engine No.1 non ha desistito. Le offerte di Exxon sono state bocciate come una «manovra cinica». Exxon, insistono i critici vicini al fondo, investe tuttora in nuova esplorazione e estrazione di greggio e rifiuta sia obiettivi di emissioni zero entro il 2050 che sufficienti esami del rischio ambientale. «Distruzione di valore e scarso posizionamento per il futuro», è stato il verdetto di Engine No.1 sulla strategia di Exxon per invocare la rivoluzione nel board.

Uno scontro in Assemblea da 65 milioni

La campagna, di certo, sarà ricordata tra le più costose nella Corporate America: Exxon ha speso ben 35 milioni per contrastare la rivolta; Engine No.1 ha risposto con 30 milioni. A mettere Exxon in difficoltà, oltre alla determinazione dell'hedge fund, hanno contribuito i numerosi passi falsi del gruppo negli ultimi anni, che hanno minato la sua autorevolezza tra gli investitori. L'anno scorso ha perso oltre 22 miliardi, annunciando svalutazioni record fino a 20 miliardi anzitutto per scommesse rivelatesi sbagliate sul gas naturale. Le sue azioni restano del 17% sotto i livelli di gennaio 2020. Da quando era stata regina della market cap per l’ultima volta nel 2013, davanti a Apple, ha bruciato quasi 200 miliardi e il titolo la scorsa estate è uscito dal Dow Jones.

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