Festivaletteratura Mantova

Scibona, fenomenologia dell’auto-disintegrazione

Seguendo attraverso quattro generazioni il percorso di un ragazzo partito volontario per il Vietnam che cerca di trovare se stesso cancellandosi, l’autore ci guida in una poetica e appassionante indagine sull’«io»

di Lara Ricci


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Salvatore Scibona

6' di lettura

Un bambino abbandonato nell’aeroporto di Amburgo. Nessuno capisce la sua lingua, lui rifiuta di dire il suo nome. Lo ha lasciato prima la madre, una lettone in cerca di sicurezze economiche. Poi, in un bagno del terminal, lo ha piantato il padre, un americano reduce dall’Afghanistan dal passato famigliare insolito. È nato infatti in una comune durata poco ed è stato cresciuto da una delle tante madri (non quella biologica) e dal suo nuovo compagno, reduce a sua volta, ma del Vietnam: Vollie, che dopo aver sacrificato sull’altare dell’atarassia l’empatia verso sé stesso e gli altri, a questo punto della storia si chiama Tilly: ha accettato di cancellare il suo passato e lavorare per i servizi segreti.

È un mondo disintegrato, disarticolato dalle guerre, dalle ferite che i conflitti lasciano attraverso le generazioni, dalla cupidigia, dalla paura, dall’incapacità di amare o sostenere l’amore, quello in cui Salvatore Scibona ambienta il suo secondo romanzo, Il volontario, costatogli dieci anni di lavoro dopo il primo, La fine, un esordio mozzafiato, che lo aveva portato in finale al National book award e nella lista dei venti più interessanti scrittori americani sotto i quarant’anni, secondo il «New Yorker».

Il primo capitolo si apre con la scena straziante di Janis, quattro anni circa, solo in mezzo al terminal tedesco con la sua lingua, il lettone, che ormai non gli serve più a niente e la caparbia ostinazione a non rivelare il suo nome. Un disperato gesto di autopreservazione che, man mano che il ragazzino diventa grande, si trasforma in gabbia, autonegazione. Un gesto non dissimile da quello del suo quasi nonno, Vollie, personaggio centrale: con lui comincia la deriva. Figlio di due anziani contadini, cresce incapace di reggere il tradimento di un io diverso da quello dei troppo vecchi genitori cui sentiva di dovere tutto, ma non riusciva a dare niente. E improvvisamente si arruola volontario per il Vietnam.

Alla luce sinistra delle esplosioni, in mezzo alla carneficina di Khe Sanh - per molti americani il simbolo della futilità di quella guerra - o nell’oscurità senza tempo di un tunnel in cui rimane prigioniero mesi, Vollie non insegue se stesso, né persegue il precetto socratico del «conosci te stesso». Al contrario, quel sé stesso inizia via via a cancellarlo, sceglie la via della disintegrazione - disintegrazione che contagerà tutto quello che lo circonda - in un malinteso stoicistico rifiuto delle emozioni.

Inabile a sostenere il «grande peso di essere Qualcuno» - per dirla con Emily Dickinson - qualcuno che ha deluso i genitori lasciandoli soli ad affrontare il duro lavoro della fattoria, qualcuno perso nell’insensatezza della guerra, Vollie smette di giudicare sé stesso e gli altri, complice anche il lavaggio del cervello nell’esercito. Era infatti proibito dire «io» o «me», o pronunciare il proprio nome invece di definirsi semplicemente «recluta»: «Ti insultavano e ti picchiavano e ti umiliavano finché non ti spremevano fuori l’ultimo grammo di quello che si chiama pensare con la propria testa». Vollie, che in un negozio di dischi di Saigon sogna solo di «lasciare che la musica si impadronisse di lui», diventa una macchina da guerra.

Ma non riuscirà a cancellare completamente il ragazzino che era, rintanatosi marcescente nelle più nascoste pieghe del suo corpo. A lungo, dopo che il suo nome e la sua storia sono quasi del tutto scomparsi dalla sua mente, sente che «sua madre e suo padre – a cui aveva voltato le spalle per affrontare il vuoto che gli appariva come la sua vera casa – avrebbero continuato ad abitare nel suo mondo interiore, con una dolcezza terrificante».

E davanti a un barbone che dorme per terra, avvolto dalla puzza dei suoi escrementi, prova ammirazione: «Tutta quella vita, troppa, davvero troppa, accumulata intorno a una persona. Ed era solo una sua debolezza quell’impulso a lasciarla cadere, a sbarazzarsene, a cancellarla, a voler essere nudo sotto il sole, e abbandonare gli altri per guardare in faccia il sole, e lui soltanto. Provava un moto di orgoglio per quella persona sul pavimento che riusciva a fare ciò che lui non era in grado di fare, che aveva scelto di non spogliarsi di tutto ma di portarsi appresso la vita sul corpo e nei vestiti. Di essere un universo, magari di batteri, di muffe, ma pur sempre un ecosistema vivente che respirava il proprio fetore tra gli strati di cenci e la biancheria».

Intorno alla storia di Vollie, Scibona intreccia quella di quattro generazioni di padri e figli tra tre guerre e due continenti. «Una corrente umana fatta di migliaia di persone che scorrevano come una sola sostanza nelle vene di una creatura per loro inconoscibile perché ne facevano parte». Un racconto fatto di capitoli dal ritmo serrato che si chiudono sul più bello lasciando in sospeso il lettore, mentre l’autore apre un altro tassello e narra un’altra vicenda che prima o poi si legherà con quelle interrotte in un climax mahleriano.

Il volontario, un titolo sarcastico, è una cronaca del contemporaneo ritirarsi del sé di fronte agli orrori del mondo rispetto a cui, almeno a partire dalla seconda guerra mondiale, nessuno può più dirsi innocente. Di fronte a scelte che ci paiono più grandi di noi, a «tutta quella vita», a tutte quelle vite che, in un pianeta sempre più interconnesso, pesano sulle nostre spalle. Metafora della postmoderna resa alle grandi scelte morali, all’annichilirsi nel consumismo, nelle scelte altrui che ci lasciamo imporre. Un ritirarsi che è un lasciarsi andare svuotati, bombardati dalle pubblicità che Scibona si diverte a infilare qua e là nel racconto come misura del tempo, gusto di una certa epoca.

La sapienza narrativa dell’autore si manifesta nei quadri struggenti, come quelli della vita brulicante nella New York notturna, con le finestre aperte per il caldo e il sovrapporsi degli odori e dei rumori di tutta quella moltitudine - forse i capitoli più belli, poetici, e meno cerebrali -; in personaggi affascinanti come la caustica e coriacea signora Colt - il nome di una pistola - dal passato misterioso (e sublime come la signora Marini, che faceva aborti clandestini in La fine). La ritroviamo anche negli audaci, caravaggeschi accostamenti, come l’immaginare un dialogo tra due adolescenti, il loro fraintendersi - lei segretamente innamorata di lui - davanti al corpo in disfacimento di un vecchio: «Le viscere del signor Hausmann ulularono. Il vecchio si mosse. Emise un rantolo e sprofondò ancora di più dentro la sua persona, dietro gli strati di pelle e carne in cui il tempo aveva avviluppato il sé essenziale, l’essere innocente che non sceglie e non offre asilo alla minima illusione di poter compiere una scelta – un albero dentro la corteccia dentro una silenziosa tempesta di neve, giunto alla sua ultima stagione, scricchiolante qui e là dove il peso si accumula ma per il resto depurato da qualsiasi suono, e ancora in grado di non soccombere sotto il peso della neve, le radici fredde che perfino allora fissano l’essere privo di scelta dentro la terra gelata, vivo senza bisogno di tradire il minimo segno di vita. La vita nascosta in fondo e in attesa della fine».

Nei romanzi di Scibona la trama si muove attraverso potenti chiaroscuri morali. E se nel primo - dove protagoniste sono tre generazioni di ex italiani di Cleveland, Ohio - la tensione narrativa si manifesta in uno stato di transizione perenne tra terra d’origine e d’approdo, tra il vincolo delle radici che si sfaldano e la formazione di una nuova identità, stato che assurge a metafora della vita stessa, nel secondo si manifesta in un baratro esistenziale che è quello dell’amletico dilemma tra essere e non essere. Dove però, nelle convinzioni di alcuni personaggi, il non essere è il solo modo per raggiungere l’essere.

«Il volontario», di Salvatore Scibona
trad. di Michele Martino, 66thand2nd, Roma, pagg. 448, € 20

Salvatore Scibona sarà a Festivaletteratura di Mantova oggi, domenica 8 settembre, alle 10 a palazzo S. Sebastiano e alle 14.45 nell'auditorium del seminario vescovile. Sarà al Circolo dei lettori di Torino l'11 settembre alle 18

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