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Sciopero in Bielorussia, la grande industria si unisce alla protesta

I lavoratori delle grandi fabbriche marciano a Minsk prendendo il posto dei manifestanti di domenica. E fischiano Lukashenko: «Vattene!»

di Antonella Scott

Bielorussia, Svetlana Tikhanovskaya: "Pronta a guidare il Paese"

I lavoratori delle grandi fabbriche marciano a Minsk prendendo il posto dei manifestanti di domenica. E fischiano Lukashenko: «Vattene!»


3' di lettura

Lunedì mattina i lavoratori delle fabbriche bielorusse hanno preso il posto dei manifestanti che domenica avevano invaso il centro di Minsk: aderiscono allo sciopero, uno dopo l’altro, i giganti industriali che costituiscono la spina dorsale dell’economia nazionale, impianti con migliaia e migliaia di dipendenti; fino a poco tempo fa, la base di potere di Alexandr Lukashenko. A cominciare da MZKT, produttore di veicoli industriali e militari il cui direttore, Aleksey Rimashevsky, due giorni fa si è presentato davanti ai propri operai spiegando di aver votato con convinzione per Lukashenko alle elezioni del 9 agosto scorso. Ma, ha proseguito trasformando in applausi i fischi che lo avevano accolto, «riconosco che non ha vinto, e che la maggioranza non ha appoggiato il mio punto di vista».

È proprio lì, nel piazzale davanti allo stabilimento MZKT, che Lukashenko si è rivolto lunedì mattina a quegli stessi lavoratori. In piedi sul cassone di un autotreno, ha cercato di confrontarsi con loro: «Volevamo soltanto elezioni oneste», gli dicono, ma piano piano la rabbia cresce mentre lui si ostina a ripetere che non ci saranno altre elezioni, «finché non mi ammazzate». Prova a offrire l’idea di una nuova Costituzione, che sola potrebbe condurre a un nuovo sistema di potere, anche a un nuovo voto dopo un referendum ma, insiste, non ottenuto con le pressioni di piazza. Ormai sembra troppo tardi per ristabilire un contatto. Gridano «vattene!» a un uomo che non ha tollerato dissenso per 26 anni. Lukashenko sembra sbalordito mentre dice: «Grazie, ho cercato di rispondervi, potete gridare quanto volete». E fugge, un’altra volta, come domenica, in elicottero.

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Alexander Lukashenko si rivolge ai lavoratori degli impianti MZKT, a Minsk

Di transizione del potere ha parlato anche Svetlana Tikhanovskaya, per molti ormai la presidente legittima perché, al netto dei brogli, sarebbe lei ad aver ottenuto la maggioranza dei voti domenica. Costretta a fuggire in Lituania il giorno dopo le elezioni, Tikhanovskaya ha diffuso un nuovo video in cui si dice pronta ad assumere il ruolo di leader della nazione in questa fase. Come da programma esposto durante la campagna elettorale: Svetlana Tikhanovskaya, che ricorda a ogni passo di non essere un politico, conterebbe di assumere la presidenza per liberare tutti i prigionieri politici - tra cui il marito e Viktor Babaryko, un altro aspirante candidato alla presidenza - per poi organizzare nuove elezioni presidenziali e parlamentari. E da lì, far rinascere il Paese.

Questa rivoluzione gentile è fatta di tante donne e si rifà a una donna che non si vergogna di mostrarsi debole; questo movimento bianco e rosso nel sole è fatto di operai che organizzano comitati di sciopero e sfilano cantando con i caschi da lavoro e le tute, le braccia e i pugni alzati per chiedere - chiedere - elezioni oneste, e libera stampa; questo movimento si veste di bianco contro la violenza, e dice semplicemente “vattene” al responsabile di repressioni e torture sotto gli occhi di tutti, nei racconti degli amici o nelle fotografie che documentano il sadismo disumano di solo cinque giorni fa. Questa rivoluzione che sembra senza una regia e che non ha altre bandiere se non quella tradizionale bielorussa, ha finalmente attirato l’attenzione della comunità internazionale.

L’Unione Europea, che ha messo in moto un procedimento per imporre sanzioni ai responsabili delle violenze e dei brogli elettorali, invierà un messaggio di solidarietà ai manifestanti bielorussi mercoledì, con i leader dei Paesi membri riuniti in videoconferenza per iniziativa di Charles Michel, presidente del Consiglio Ue. Da parte sua Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha spiegato che l’Alleanza sta osservando gli avvenimenti molto da vicino: ma «non costituisce una minaccia per la Bielorussia - ha chiarito Stoltenberg -. E non ha in corso alcun rafforzamento militare nella regione».

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