LUTTI

Scomparso Gregotti, il Dominus dell’architettura italiana del XX secolo

Solo da poco aveva chiuso lo storico studio di via Matteo Bandello a Milano, aperto nel 1974, per 40 anni fucina di progetti e di idee

di Fulvio Irace

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Vittorio Gregotti (Agf)

Solo da poco aveva chiuso lo storico studio di via Matteo Bandello a Milano, aperto nel 1974, per 40 anni fucina di progetti e di idee


4' di lettura

Ci sono notizie di cui anche il più incallito dei cronisti farebbe volentieri a meno: una di queste è la morte domenica mattina, a Milano, di Vittorio Gregotti, a 92 anni: il patriarca degli architetti italiani ma soprattutto l’ultimo dei Mohicani in lotta contro la continua automarginalizzazione del mestiere del costruire.

Nato a Novara il 10 agosto 1927, solo da pochi anni Vittorio Gregotti si era ritirato dalla mischia diretta nella professione, chiudendo lo storico studio di via Matteo Bandello, aperto a Milano nel 1974 e per quarant’anni fucina di progetti e di idee. Un’uscita – come si conveniva ai grandi e ai faraoni – celebrata nel 2017 , da una mostra al Pac di Milano per celebrare la vita, le opere e i giorni del Dominus dell’architettura italiana del secondo XX secolo.

Quest’appellativo – dominus – lo si può interpretare in due modi, in qualche maniera entrambi in parte veritieri e in parte frutto di conflitto culturale: Vittorio infatti è stato senza dubbio il «signore» del dibattito architettonico , dirigendolo con l’energia di un Toscanini, muovendo la bacchetta della sua penna tagliente per combattere posizioni e disposizioni del mondo dell'architettura che riteneva dannose e di deriva.

D’altra parte è stato però anche il «padre padrone» che, attraverso la lunga direzione di Casabella e la posizione di professore all’UAV di Venezia, ha indirizzato e condizionato la discussione sul mestiere d’architetto, incoraggiando e valorizzando , ma anche stroncando tutte quelle posizioni che gli sembravano contrastanti con le sue idee.

L’ultimo suo significativo cantiere a Milano, il masterplan per la Bicocca con la riconversione dello Pirelli in una parte della nuova città policentrica, può essere considerata una chiara testimonianza delle sue idee sulla metropoli contemporanea. Non il regno della deregulation e dell’anarchia dei linguaggi, non il dominio delle strutture commerciali e degli ammiccamenti al marketing, ma una struttura solida e austera che non vanificasse la tradizione del lavoro operaio che si svolse per tanti decenni in quegli spazi, ma lo sublimasse nel lavoro intellettuale degli studenti della Statale.

Il progetto collettivo e integrale: Vittorio Gregotti al PAC

Quello di Gregotti è stato forse l’ultimo «pensiero forte» nell’epidemia del postmodernismo: un vaccino contro ogni forma di deviazione o tentazione narcisistica, e un filtro per smascherare quelle che valutava fake news dell’architettura. Con ossessiva regolarità – intensificata dal suo pensionamento universitario- ha pubblicato anche due libri l’anno, puntualmente segnalati e recensiti per i lettori del Domenicale.

La pratica della scrittura è stata sempre per lui l’altra faccia della medaglia: opera architettonica e opera teorica erano un’unità inscindibile, la cui legittimità si fondava sull’unità d’azione, anzi sul dovere dell’azione per ogni architetto che non voglia essere confuso con un «mestierante». Non a caso,nel 1966, il suo saggio più duraturo e di lungo respiro – Il Territorio dell’architettura - si interrogava sulla funzione del «progettare» affidando all’architetto il compito (forse troppo ambizioso, eppure necessario) di dare un ordine alla complessità dei materiali, di trasformare cioè il caos in un cosmo intellegibile.

Sin dagli inizi della sua carriera - avviata molto presto , nel 1947, con uno stage pre-laurea nel mitico atelier dei fratelli Perret a Parigi, lo stesso dove il giovane Le Corbusier aveva appreso la tecnica del cemento armato – Gregotti ha abbracciato la visione del suo vero maestro, Ernesto Nathan Rogers, suo professore al Politecnico di Milano, suo mentore nella partecipazione ai Congressi Internazionali di Architettura Moderna, suo direttore a Casabella. Rogers sosteneva la necessità per un architetto di essere innanzitutto un intellettuale: un uomo di cultura, ovviamente, ma, ancora di più, consapevole dell’importanza dell’impegno, parola chiave per tutta l’intellighenzia di sinistra all’alba del secondo dopoguerra. Impegno implicava testimoniare con le parole e le cose l’adesione alla modernità: non quella fondata sull’esasperazione tecnica che si era infranta sulle barricate della Guerra Mondiale, ma quella affidata alla collaborazione con le arti e con il pensiero e votata a una vocazione sociale che comportava il dovere dell’architetto di rinunciare a un parte di sé per rappresentare la comunità. Per questo fu anche cocente la sua delusione davanti agli esiti inattesi della ricezione del quartiere Zen a Palermo, inaugurato nel 1969 con interesse e poco dopo però subissato dalla stessa plumbea nomea delle Vele di Scampia, come simbolo dell’insensibilità degli architetti. Fu forse l’accusa che più gli è pesata negli anni, ritenendola frutto di incomprensione e di cattiva gestione da parte delle autorità competenti. Non è questa l’occasione per una equilibrata discussione, ma è bene ricordare che i peccati individuali vanno inquadrati nel contesto più generale dei peccati di una generazione e questo rende ingiusti ed odiosi i processi affrettati come in un tribuna televisiva.

Asserragliato negli ultimi anni nella sua bella casa milanese , Vittorio non si è mai arreso al conformismo imperante, anche a costo di apparire a qualcuno intellettualmente arrogante o , ancora peggio, per il nostro tempo, anacronistico come Hiroo Onoda, il militare nipponico ritrovato nel 1974 nella giungla filippina di Lubang, dove si nascondeva perché convinto che la guerra fosse ancora in corso.

Vittorio era aggiornatissimo, in realtà, e al corrente di ogni movimento di pensiero: ma come il guerrigliero giapponese, nella sua stanza di lavoro, nella biblioteca con migliaia di libri, praticava la sua «forma di resistenza contro la dissoluzione dell’architettura nella comunicazione».

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