discriminazione

Lilli Gruber: sconfiggiamo l'invisibilità delle donne

L'autrice di «Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone» mostra come il fattore chiave per le donne sia l'emersione dall'oblio: è la precondizione per una lotta efficace sul fronte salariale, sociale e anti violenza

di Eliana Di Caro


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Illustrazione di Franco Matticchio

4' di lettura

Chissà se a Londra qualcuno ha letto il libro di Lilli Gruber, Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone, uscito per Solferino: è stupefacente, infatti, la recente nomina alla guida del «Financial Times» (il più blasonato e autorevole quotidiano britannico e tra i più importanti del mondo) di Roula Khalaf, che lì dentro ha costruito il proprio percorso in 24 anni di lavoro, fino ad approdare all’apice. Alla fine, dunque, Khalaf non si è sentita dire «Bravissima, affidabile, presente, organizzata, puntuale ma... adesso tocca a Tizio, lei è un’ottima –vicedirettrice».

Una scelta controcorrente, che sembra aver dato ascolto al volume scritto di getto dalla conduttrice di Otto e mezzo la scorsa estate (ma con riflessioni maturate in anni di professione) su un tema che dovrebbe essere centrale nel discorso pubblico. Dunque ben venga un testo che, pur con qualche semplificazione, ha il merito di aver riattivato un dibattito necessario.

Dall’invisibilità delle donne nasce tutto: la disparità dei salari, la trasformazione da vittima in colpevole («se l’è cercata»; «hai visto come era vestita?»; «cosa ci faceva in giro a quell’ora di notte?»), la sottomissione, l’incapacità di reagire alla violenza, il sentirsi “meno” (meno qualificate, meno capaci, meno sicure, ambiziose, credibili e così via). Il nodo da sciogliere, dunque, sta nel cercare di uscire dall’invisibilità, di occupare un posto nella sfera pubblica, di contare. Soprattutto, di avere voce nello spazio della politica: è anche lì che si orienta il percorso di una società e se ne definisce il modello di sviluppo, è lì che possono crearsi le basi per una vera estensione dell’occupazione all’altra metà del cielo, senza pregiudicarne la dimensione personale e familiare.

Già, ma come possono le donne incidere, se ai posti chiave della politica non hanno accesso? Qui Gruber plaude alle quote rosa, pur non amandole (del resto, quale persona sensata può amare un meccanismo che stabilisce per obbligo la valorizzazione di una donna, visto che ciò non accade fisiologicamente – come dovrebbe essere - nel XXI secolo?). Le quote rosa sono l’unica via attraverso la quale si può superare la barriera. Se si diventa visibili, si può lottare per pretendere lo stesso stipendio di un uomo, si può portare in tribunale chi molesta e aggredisce senza cedere all’istinto di rimpicciolirsi (per paura, difesa, pudore), si può credere nei propri mezzi e pensare di affermarsi nel proprio campo. Si può arrivare ad avere un peso, a divenire interlocutrici dell’opinione pubblica (la stessa autrice riconosce che nella sua trasmissione sono più presenti gli uomini perché sono loro i decisori con cui discutere sui temi più disparati). Ecco perché quella di Lilli Gruber è una vera chiamata alle armi: siamo giunti a un punto di non ritorno e il momento per le donne di prendere e gestire il potere non è più dilazionabile («il potere è un mezzo: significa decidere. Diventa sporco se lo usano persone corrotte. Non è né buono né cattivo: dipende cosa ne fai quando ce l’hai», puntualizza). Trump, Putin, Johnson, Xi Jinping, Orban, Erdogan, Bolsonaro... l’autrice elenca le caratteristiche antidemocratiche di ciascuno di loro, di quella che chiama “l’internazionale del testosterone”, i cui risultati politici, sociali, giuridici sono sotto gli occhi di tutti. Tra gli elementi che li uniscono vi sono il maschilismo e la bassa considerazione della donna. Nelle prime pagine di Basta! c’e spazio anche per Matteo Salvini e per la sua cifra verbale.

La contingenza planetaria è questa, dunque, benché non manchino esempi confortanti, da Angela Merkel a Ursula von der Leyen, da Nancy Pelosi a Greta Thunberg, da Sara Gama a Serena Williams. Accanto alle singole figure e voci che si elevano su sovranisti e populisti, c’ è l’Europa: Gruber ne parla con cognizione di causa essendo stata per quattro anni e mezzo europarlamentare (vinse nel 2004 contro Silvio Berlusconi nella circoscrizione di Centro e alla fine della sua esperienza ha rinunciato al vitalizio). «Non occorre ricordare le guerre o gli orrori del passato, per giustificare l’Europa di oggi. Basta misurare i progressi in ogni campo: la sanità pubblica, le nuove tecnologie, la giustizia, i diritti delle minoranze. L’Europa, da quando è stata fondata, difende la parità di genere, in principio e in pratica».

Il pamphlet si chiude con i consigli per le donne di oggi e di domani. Consigli istruttivi, apparentemente (ma solo apparentemente) scontati: «Visibilità fa rima con credibilità e responsabilità. Il rispetto della forma, la serietà e la cultura aiutano a costruire strategie per il successo alla portata di tutte. Nella vita pubblica, che sia la scuola o l’ufficio, non ci si veste per essere sexi»; segue l’invito a «studiare sempre, tutto, un sacco», puntando sulla «forza della competenza», senza «mescolare il piano professionale con quelli dell’amicizia e del sesso». È questo che permetterà di chiedere, gli uomini sanno farlo bene: «Posizioni di prestigio, aumenti di stipendio, gratifiche e bonus. Imparate a chiederli anche voi, con forza e con i modi giusti. Nessuno vi darà un premio perché siete brave, e anche se fosse, non è un premio quello che cercate. Sono sacrosanti diritti».

La strada è lunga. Le cose cambieranno davvero quando, su una scelta come quella di Roula Khalaf al vertice di Ft, non compariranno articoli sui giornali di tutto il mondo ma rari trafiletti. Oppure quando rileggeremo questo appassionato e vibrante libro di Lilli Gruber con il sorriso di chi si sente ben visibile, nel posto che le spetta.

Basta! 
Il potere delle donne contro
la politica del testosterone

Lilli Gruber

Solferino, Milano, pagg. 198, € 13,90

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