il mercato

Scordatevi l’Opec, il greggio dipende dalle borse

di Alessandro Penati

(REUTERS)

3' di lettura

L’aumento del prezzo della benzina ha riportato i rischi del caro-greggio all’attenzione dell’opinione pubblica. All’origine sta la cancellazione delle esenzioni all’importazione di petrolio iraniano da parte degli Usa, che si aggiunge alla contrazione dell’offerta a seguito delle crisi di Libia e Venezuela, e che ha contribuito a portare il prezzo del Brent dai 51 dollari il barile di fine 2018 ai 71 di ieri (+39%). Una contrazione che i sauditi non sarebbero intenzionati a contrastare perché interessati a un Brent a 80 dollari per ragioni di bilancio; di qui l’esortazione di Trump all’Opec perché riducano i prezzi. Il rischio di un caro-greggio è duplice: l’aumento del costo dei combustibili frena i consumi, e un aumento dell’inflazione spinge al rialzo i tassi di interesse, frustrando l’azione delle banche centrali. Un’analisi ampiamente condivisa ma che non convince.

L’analisi rispecchia in gran parte quanto successo in passato al tempo degli shock petroliferi: un rischio geopolitico causa una contrazione nell’offerta di greggio e un forte aumento del suo prezzo, innescando l’inflazione con effetti recessivi. Ma, rispetto ad allora, il quadro economico è radicalmente mutato. Gli Stati Uniti, grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore al mondo con 12 milioni di barili, rispetto agli 11 di Russia e 10,5 di Arabia Saudita (fonte: Energy Information Administration). E Paesi come il Canada (4,3 milioni di barili) producono più di Iran (3,4 milioni) o Kuwait (2,8 milioni). La produzione nord americana, però, non è decisa da un governo, un cartello, o da Trump, ma da tante imprese private che operano in concorrenza sul mercato e che pertanto reagiscono unicamente all’andamento atteso dei prezzi: già in passato hanno sorpreso analisti e mercato per la loro reattività e capacità di aumentare rapidamente la produzione a fronte di un incremento dei prezzi (solo nel 2018, l’output è salito di circa 2 milioni di barili).

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Il secondo cambiamento strutturale sta nella dinamica dei prezzi in generale. Pochi lo avevano anticipato, ma l’inflazione sembra sparita dal mondo nonostante che negli ultimi dieci anni il Pil mondiale sia cresciuto a un tasso medio, 3,7%, superiore a quello dei precedenti trenta (grazie a Cina e Paesi emergenti): sparita negli Stati Uniti, nonostante la disoccupazione al 3,8% (5,7% la media nel dopoguerra); in Europa e Giappone, alle prese con il rischio deflazione; e negli emergenti (Turchia e Argentina le sole eccezioni). Che il petrolio in questo scenario riesca a causare un rialzo duraturo dell’indice generale dei prezzi è perlomeno improbabile. Senza contare che il prezzo di un’altra fonte energetica, il gas naturale, è in discesa stabile da 10 anni.

Ma il maggiore cambiamento strutturale risiede nella trasformazione del mercato del petrolio: non più quello tipico di un bene o servizio caratterizzato da una curva di domanda rigida, dove è l’offerta a stabilire il prezzo, ma quello di un’attività finanziaria, dove contano solo aspettative, paure ed euforia. Un mercato del greggio ormai dominato dagli investitori finanziari che, attraverso i contratti futures, ne determinano il prezzo. Così, da 15 anni, il prezzo del Brent segue, amplificandoli a dismisura, i trend dell’indice azionario mondiale: sale da 30 a 136 dollari nel periodo del boom delle Borse dal 2003 al 2008; crolla a 40 con la crisi finanziaria; risale fino a 87 dell’ottobre scorso, salvo cadute in concomitanza con la crisi del debito dell’Eurozona nel 2012 e della caduta dei mercati emergenti nel 2015; crolla nuovamente con le Borse a fine 2018, per poi risalire assieme a quest’ultime nel 2019. Prevedere oggi il prezzo del petrolio significa prevedere le Borse: che dipendano dalle sanzioni all’Iran o dalle decisioni dell’Opec è quanto mai inverosimile.

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