AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùIL GREEN NEW DEAL

Scorporo degli investimenti green, una partita da giocare in Europa

La posizione di paesi del calibro di Olanda, in parte anche Germania, Finlandia e dell’asse dei “nordici” in contrapposizione ai paesi del Sud d’Europa rischia di risultare inconciliabile. Per questo occorrerà un’attenta opera di mediazione che passi dai vari governi, ma anche dai vertici della Commissione nonché dall’Europarlamento

di Dino Pesole

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Il Commissario europeo per l'economia Paolo Gentiloni (foto Reuters)

4' di lettura

Il convoglio si è messo in moto, e ora la palla è nel campo dei singoli governi che avranno l’opportunità di mettere in campo progetti infrastrutturali da far approvare a Bruxelles, all’interno dell’ambizioso programma che nell’arco di dieci anni dovrebbe mobilitare ben 1.000 miliardi sul versante dell’economia verde e della transizione energetica.

Un’opportunità - questa del Green new deal - da cogliere al volo per un paese come l’Italia che ha assoluta necessità di spingere sul pedale degli investimenti produttivi per provare a invertire un ciclo economico relegato a tassi di crescita da “zero virgola”.

L’ipotesi di una revisione delle regole relative agli aiuti di Stato
Per agevolare il ricorso a investimenti sostenibili – ha osservato il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni – potrà essere necessario rivedere la normativa relativa agli aiuti di Stato, aprendo al tempo stesso una discussione in sede europea per verificare se sussistano o meno le condizioni per qualificare in modo diverso la spesa pubblica diretta a questo fondamentale settore dell’economia. In sostanza, si tratterebbe di valutare l’eventuale scorporo (in tutto o in parte) degli investimenti in infrastrutture “green” dal calcolo del deficit.

Il sostanziale diniego di Bruxelles
Una linea di azione che può contare sul sostegno del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Finora da Bruxelles è giunto un sostanziale diniego. Nell’evidente esigenza di non esasperare il confronto con i paesi più “rigoristi”, contrari a concedere “eccezioni” all’attuale disciplina di bilancio per favorire i partner ritenuti a torto o a ragione più propensi a non rispettare i parametri europei, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è detta contraria a questa sorta di mini golden rule. Nessuno scomputo degli investimenti verdi dal calcolo del deficit, in poche parole.

L’opposizione dei paesi nordici
La posizione di paesi del calibro di Olanda, in parte anche Germania, Finlandia e dell’asse dei “nordici” in contrapposizione ai paesi del Sud d’Europa rischia di risultare inconciliabile. Per questo occorrerà un’attenta opera di mediazione che passi dai vari governi, ma anche dai vertici della Commissione nonché dall’Europarlamento.

L’assist di Sassoli
Il sostegno politico del presidente David Sassoli potrebbe risultare al riguardo importante. Al momento, secondo quel che va emergendo a Bruxelles, al fianco dell’Italia nel rivendicare una diversa qualificazione contabile degli investimenti “green” ci potrebbero essere in prima battuta Francia, Spagna e Portogallo. All’esordio, la nuova Commissione non potrà che muoversi con prudenza, ma nel medio periodo alcuni tabù ritenuti finora invalicabili andrebbero rimossi.

Strada in salita
Il percorso non si annuncia agevole, ma vale di aprire una breccia. Con alcune precondizioni che riguardano prima di tutto il nostro paese. Non può certo essere riproposta una richiesta di “flessibilità” sul versante degli investimenti pubblici se non si è in grado di tradurli effettivamente in opere infrastrutturali immediatamente “cantierabili” e realizzabili in breve tempo.

Percorso per tappe
Si potrà procedere per gradi. Il primo step sarà fruire dei 400 milioni per i grandi progetti di riconversione industriale, che il piano mette in campo al pari di Francia e Spagna. Poi occorrerà attivare sinergie tra investimenti pubblici e privati. Nei prossimi 15 anni il piano italiano per il Green new deal può mobilitare risorse per circa 33 miliardi: 20,8 sono inseriti nel nuovo fondo istituito con la legge di bilancio. Come riportato dal Sole24Ore del 7 gennaio scorso, per accelerare le disponibilità di cassa e arricchire la dote il governo proverà a fare accordi con Cdp, Bei e banche, mentre la ripartizione delle risorse fra le varie priorità saranno approvate con Dpcm.

Sul piatto 13 miliardi
Fondi per circa 13 miliardi sono diretti anche a regioni ed enti locali per sicurezza, piani di efficientamento energetico degli edifici, manutenzione stradale. La lista dei progetti dovrà essere accompagnata da un preciso cronoprogramma, da rispettare nei tempi di esecuzione e realizzazione. Il che impone una netta inversione di rotta, che passi da una drastica semplificazione degli adempimenti burocratici e amministrativi, da controlli puntuali sullo stato di avanzamento delle singole opere, e dall’eliminazione di duplicazioni e moltiplicazioni esponenziali di competenze tra amministrazione centrali e autonomie locali.

Spinta sul tasso di crescita dell’economia
Solo a quel punto (lo si potrà fare anche in tempi ragionevolmente ravvicinati) si potrà avanzare a buon diritto la richiesta di una diversa contabilizzazione ai fini del deficit delle spese qualificate con assoluta certezza come produttive e in grado di attivare un effetto moltiplicatore sull'economia. Più investimenti, più opere infrastrutturali (con il timbro Green), più occupazione e dunque maggiore spinta alla domanda interna con effetti tangibili sul tasso di crescita dell’economia.

È un’opportunità da sfruttare con la massima determinazione, se si considera che la produttività della nostra economia è stagnante da diversi anni, e già prima dell’esplodere della grande crisi del 2008 il Pil del nostro paese risultava in crescita a un livello nettamente inferiore alla media europea.

Dal 2015 flessibilità di bilancio per l’Italia
Occorre sfatare una volta per tutte il luogo comune (valido forse per la propaganda politica) in base al quale la responsabilità della bassa crescita italiana sia da “attribuire all’Europa”. L’austerità, che spesso viene invocata a sproposito nel confuso dibattito politico nostrano, è di fatto terminata nel 2014, e dal 2015 in poi il nostro Paese ha ottenuto da Bruxelles flessibilità di bilancio. L’ultimo caso: la tranche contenuta nell’ultima legge di bilancio (ancora formalmente sub iudice ma che alla fine verrà concessa) supera i 45 miliardi.

L’azzeramento dell’avanzo primario
Non è certo Bruxelles ad aver imposto al nostro paese negli anni della crisi di ridurre drasticamente la spesa in conto capitale. Piuttosto che ricercare l’origine del problema in immaginifici nemici esterni, occorre semmai indagare sulle scelte di politica economica adottate negli ultimi decenni, a partire dal sostanziale azzeramento dell’avanzo primario che nel 1998 si attestava attorno al 5,5% del Pil e che nel 2005 si era ridotto a zero. Ed erano anni in cui l’economia cresceva più di oggi.

Agganciarsi al treno del Green New Deal è dunque vitale per il nostro paese, e al tempo stesso occorrerà avviare un percorso duraturo di riduzione della pressione fiscale e di riqualificazione della spesa corrente.

Per approfondire:
Quali investimenti produttivi entrano nel new deal Ue e quali no?
Tutti i dossier economici sul tavolo del neo commissario Ue Gentiloni

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