Il 26 marzo prossimo

Scuola, contro la Dad lo “sciopero sociale” di insegnanti e genitori

Il movimento “Priorità alla scuola” si oppone alla chiusura. Gli esponenti chiedono risorse del Recovery Plan per assunzioni, regolarizzazioni, edilizia scolastica

di Carlo Andrea Finotto

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4' di lettura

Meno alunni per classe, quindi più docenti a disposizione, regolarizzazione degli insegnanti precari, adeguamento degli stipendi al livello europeo, investimenti sull’edilizia scolastica.

Sono questi, in sintesi, i punti all’ordine del giorno dello “sciopero sociale” indetto per il prossimo 26 marzo da Priorità alla scuola, il movimento formato da insegnanti, genitori e studenti che chiede la riapertura in sicurezza di tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado.

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Il movimento partito da Firenze

Priorità alla scuola (Pas) è nato a marzo 2020 a Firenze, pochi giorni dopo l’entrata in vigore del lockdown decretato dal governo Conte 2 per cercare di frenare la pandemia. I promotori avevano come obiettivo quello di fare pressione sul sindaco Dario Nardella perché riaprisse le aule. Quella cellula fiorentina però si è rapidamente riprodotta con la nascita di sezioni a Milano, Roma, Napoli, Torino. Oggi il Pas è diffuso in quasi tutte le regioni e in molti capoluoghi di provincia, conta diverse migliaia di aderenti e ha all’attivo parecchie iniziative: dalla lettera alla ministra Lucia Azzolina alle prime manifestazioni di maggio e poi a settembre contro le chiusure.

Anita come Greta Thunberg

Priorità alla scuola coinvolge anche studenti: una di loro è di Torino e si chiama Anita. Il suo nome è diventato famoso a livello nazionale per un’azione in stile Greta Thunberg: per settimane si è piazzata con libri, quaderni e computer, in Dad (didattica a distanza) davanti alla sua scuola chiusa. Altri ragazzi l’hanno poi imitata.

Un’insegnante di Faenza è stata, invece, la prima a organizzare una lezione in “Dad in presenza” con tutti gli studenti, distanziati, nel cortile del liceo dove insegna storia e filosofia.

L’insegnante si chiama Gloria Ghetti, fa parte del comitato nazionale di Priorità alla scuola e non ha dubbi: «Siamo convinti che non si possa neanche lontanamente pensare di salvare un Paese se non si mette al centro la scuola. Tutto gira intorno alla scuola: dal lavoro alla società, alla stessa economia».

Le risorse del Recovery per rilanciare la scuola

Altro legame con Greta Thunberg: il 19 marzo il Pas parteciperà allo Sciopero globale per il clima. Ma il momento clou nel bel mezzo di questa terza ondata di covid per il movimento che si oppone alla chiusura delle scuole è in programma una settimana più tardi, il 26 marzo, in concomitanza con lo sciopero indetto dai Cobas, a cui ha già dato la sua adesione il Coordinamento Nazionale Precari Scuola.

È in quella occasione che verrà ribadito il manifesto-appello rivolto al governo: dirottare una fetta delle risorse del Recovery Plan sulla scuola pubblica. «Per mettere in pratica quello che serve davvero – eliminare le classi pollaio, regolarizzare l’esercito di precari, aumentare il numero dei docenti, adeguare e ampliare le strutture scolastiche – servono molti soldi» ammette Gloria Ghetti, che sottolinea però come la dote messa a disposizione dall’Unione europea può rappresentare un’occasione unica, «a patto che sia impiegata nella scuola pubblica».

Ipoteca sul futuro

In caso contrario, secondo la rappresentante del comitato nazionale di Priorità alla scuola, il rischio è che le disparità tra territori e istituti non solo non vengano superate ma si ampliino in modo esponenziale «Sarebbe una scelta di cui pagheremmo le conseguenze in futuro».

Già così, il 2020 e il 2021 presenteranno un conto salato: l’Italia è il Paese europeo in cui si sono perse più giornate di lezione. Inoltre, seguire i corsi e studiare prevalentemente a distanza, attraverso un computer, non sarà mai come relazionarsi di persona con insegnanti e compagni. In più, cresce il rischio di abbandono. «La generazione di studenti segnata dalla pandemia avrà inevitabili lacune – sottolinea Gloria Ghetti – e non lo diciamo noi, ma numerosi studi. Non parliamo solo di carenze formative, ma anche se non soprattutto degli effetti psicologici e dell’impatto sulla costruzione della personalità dei ragazzi».

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La scuola non è stata protetta

Il movimento nato a Firenze un anno fa contesta la strategia e la filosofia che hanno portato alla ripetuta chiusura delle scuole. «Non è servita a bloccare il contagio lo scorso anno e non servirà neppure ora a bloccare le varianti» dice Ghetti, per la quale non è stato fatto nulla o quasi di quanto sarebbe stato necessario per proteggere la scuola, i ragazzi, i genitori, gli insegnanti: «Bisognava partire subito e in modo capillare con i tracciamenti a campione, così come si sarebbe dovuto iniziare subito con le vaccinazioni nel mondo della scuola, che invece sono iniziate solo di recente e procedono con grandi disparità. Per non parlare dell’argomento trasporti».

«Inammissibile parlare di Dad dopo la pandemia»

A pagare di più per questa «nuova, improvvida chiusura – rimarca Gloria Ghetti – sono le famiglie già in difficoltà e in particolare le donne. E nei molti casi in cui entrambi i genitori sono costretti a lavorare in presenza sono spesso i ragazzi delle medie o delle superiori a doversi occupare dei fratellini delle elementari. Quella cui stiamo assistendo ormai da un anno assomiglia a una forma di accanimento nei confronti della scuola e non si può neppure accettare che un ministro dica che la Dad rimarrà anche dopo la pandemia: significa avere un’idea distopica della scuola e snaturarne il senso più profondo. È inammissibile».

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