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Scuola, Fondazione Agnelli: spesa pubblica in linea con Ue ma non per gli atenei

I risultati del dossier «Le risorse per l'istruzione: luoghi comuni e dati reali». Le retribuzioni degli insegnanti nel confronto internazionale

di Redazione Scuola

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

«Investire sull'istruzione in Italia è decisivo per il nostro futuro e la scuola dovrà essere al centro dell'attenzione del nuovo governo. Tuttavia, la percezione diffusa che l'Italia per la scuola spenda meno degli altri paesi europei non è corretta. La nostra percentuale di spesa pubblica sul Pil è, infatti, allineata alla media europea, per quanto riguarda scuola dell'infanzia, primaria e secondarie. Anzi, se guardiamo alla spesa per ogni singolo studente dai 6 ai 15 anni, si scopre che l'Italia supera la media europea e paesi come Francia e Spagna. E piuttosto sull'università che spendiamo meno», così Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, ha riassunto uno dei principali risultati del dossier “Le risorse per l'istruzione: luoghi comuni e dati reali”, in cui vengono illustrati alcuni dati sulla realtà della scuola italiana.

Quattro domande

Il dossier, curato da Barbara Romano, con elaborazioni su dati di Ragioneria dello Stato, ministero dell'Istruzione, Eurostat e Ocse, cerca di dare risposta a quattro domande in particolare, se è vero che la spesa pubblica per la scuola è diminuita negli ultimi anni, se l'Italia spende meno di altri Paesi europei, se in questi anni gli insegnanti sono diminuiti e se è vero che le loro retribuzioni sono più basse rispetto a quelle dei colleghi europei.

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La spesa pubblica

Per quanto riguarda la spesa pubblica, il dossier segnala che per la scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di I e II grado la spesa pubblica italiana, come percentuale del Pil, è rimasta stabile per parecchi anni e nel 2020 ha ripreso a salire. Inoltre, la scuola è l'unico comparto della Pubblica amministrazione che ha visto crescere in modo significativo il personale, poco più del 20% nell'ultimo decennio. Allo stesso modo dallo studio non risulta che l'Italia spenda meno per la scuola degli altri Paesi europei, soprattutto per quella dell'infanzia, primaria e secondaria di I e II grado dove la spesa risulta allineata alla media europea. Risulta, invece, bassa la quota di spesa pubblica sul Pil per l'università (poco più dello 0,3%). Pertanto, evidenzia il dossier la differenza fra l'Italia, che nel 2020 in aggregato ha speso il 4,3% del suo Pil in istruzione, e la media europea del 4,9% è data perciò quasi interamente dalla minore spesa per l'università.

Insegnanti

Anche per quanto riguarda gli insegnanti della scuola statale, il loro numero negli anni non risulta diminuito ma, nell'insieme, costantemente aumentato. Il corpo insegnante, sottolinea il dossier è, però, sensibilmente cambiato nella sua composizione interna. Nonostante le grandi immissioni in ruolo della Buona Scuola che li aveva portati a 730mila, sono oggi leggermente diminuiti gli insegnanti di ruolo (poco meno di 700mila), principalmente per via dei pensionamenti. Sono, invece, più che raddoppiati i docenti a tempo determinato: l'anno scorso 225mila, incluso il sostegno, rispetto ai 100mila subito dopo la Buona Scuola. E soprattutto, per rispondere alla forte domanda di inclusione scolastica, sono aumentati gli insegnanti di sostegno. In dieci anni il loro peso sul totale del corpo insegnante è passato dal 13% al 21,5%, pari oggi, dunque, a più di un quinto del totale. L'aumento del personale di sostegno, però, si legge nello studio, è avvenuto a seguito del crescente impiego di docenti a tempo determinato (in dieci anni passati dal 39 al 61% del totale del sostegno), la stragrande maggioranza dei quali, però, si legge «non in possesso di specifica preparazione, con rischi gravi, non solo per la continuità didattica, ma per la qualità del processo di inclusione degli allievi con disabilità».

Le retribuzioni

Infine, per quanto riguarda le retribuzioni, dalla ricerca emerge che quelle dei docenti italiani sono inferiori a quelle della maggioranza degli altri paesi europei. In particolare, mentre nei primi anni di professione la forbice retributiva a sfavore dei nostri docenti non è enorme (25mila euro circa in Italia, con Francia, Portogallo e Finlandia comunque sotto i 30mila euro, con la Germania, però, nettamente sopra i 50mila euro), la differenza nel corso degli anni di lavoro si è accentuata sensibilmente. Le retribuzioni dei docenti italiani, infatti, spiega lo studio, sono poco dinamiche, in quanto legate completamente al meccanismo di anzianità, senza alcuna progressione di carriera, che in altri Paesi porta chi sale di responsabilità a massimi retributivi talvolta molto elevati.

Ore di lezione

Va, però, ricordato, conclude il dossier, che, caso praticamente unico in Europa, il contratto di lavoro dei docenti italiani quantifica in pratica solo le ore di lezione. Che, ad esempio, per un professore delle superiori sono 18 alla settimana a cui si aggiunge un forfait di altre 80 ore nel corso dell'anno lavorativo (quindi circa altre 2 alla settimana) per attività di programmazione, aggiornamento, ricevimento dei genitori. La preparazione delle lezioni e di altre attività non strettamente di lezione non sono incluse nel contratto, al contrario di quasi tutti gli altri Paesi. Tra scuola e casa, gli insegnanti italiani dichiarano di lavorare 26 ore alla settimana, contro una media europea di 33 ore. «Gli insegnanti italiani - conclude Gavosto - vanno sicuramente incentivati con retribuzioni superiori e più dinamiche, che li avvicinino ai loro colleghi europei, introducendo anche progressioni di carriera e responsabilità. Anche i loro orari contrattuali, tuttavia, dovrebbero andare verso medie europee, per garantire un tempo scuola più lungo e diffuso, didatticamente più ricco, con una qualità dell'insegnamento elevata e sempre aggiornata, grazie a una formazione continua obbligatoria».

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