DOPO I CASI DI BULLISMO

Scuola: i ricchi non sono più bravi dei poveri, ma possono scegliere istituti «migliori»

di Vittorio Pelligra


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(FOTOGRAMMA)

4' di lettura

Mia figlia, tredici anni, oggi mi ha raccontato la battuta, tanto geniale quanto rivelatrice, di un suo compagno di classe. Stavano studiando il periodo ipotetico e alla professoressa che gli aveva chiesto di completare la frase «se gli asini volassero...» lui ha risposto: «La nostra scuola sarebbe come un aeroporto». Ecco, se le scuole vengono percepite, dagli studenti stessi, come aeroporti per asini, allora stiamo certi che faranno decollare ed atterrare solo asini.

I fatti di cronaca che in questi ultimi giorni hanno visto protagonisti studenti e professori, ragazzini bulli e sfacciati e insegnanti disarmati e rassegnati, hanno suscitato le reazioni più diverse da parte di schiere di commentatori: i colpevolisti dal pugno duro, i giustificazionisti dal cuore tenero, gli apocalittici istituzionali e quelli familiari, i sindacalisti rivendicatori e i nostalgici dei bei tempi andati, di ceci e cappelli con le orecchie da somaro, e questo solo per citarne alcuni. Si è perfino riaffacciata, e da sinistra, la questione di classe: certe cose non succedono dei licei, ben frequentati, si dice, ma solo nel refugium peccatorum degli istituti tecnici, professionali et similia.

L’idea di fondo, implicita, ma neanche tanto, è che l’arroganza, la maleducazione, la mancanza di rispetto e di ogni regola interiorizzata dipenda da uno svantaggio socio-economico. Sei povero, quindi delinqui. Questa tesi è tanto consolatoria, per alcuni, quanto falsa, in base ai dati. Ciò che questi ultimi evidenziano, infatti, si veda per esempio, il rapporto Ocse, «Equity and Quality in Education», è che esiste una correlazione, tra status socio-economico e basse performance scolastiche, ma anche che tale correlazione non è da confondersi con una causazione. In altri termini se due cose si presentano frequentemente insieme, non vuol dire che una sia la causa dell’altra.

Il problema, vero, non è, quindi, che i ricchi sono più bravi dei poveri, ma che i ricchi scelgono scuole migliori di quelle che scelgono i poveri. Il problema vero, allora, non ha tanto a che con lo status socio-economico delle famiglie di provenienza, ma piuttosto con il meccanismo attraverso il quale, le scuole selezionano i propri iscritti. La catena di trasmissione della diseguaglianza non sta tanto nel tipo di famiglia di provenienza, quanto piuttosto nel meccanismo che determina la scelta di certe scuole piuttosto che altre. Si chiama “selezione avversa” ed è un fenomeno molto studiato in economia. Se paghi qualcuno per donare il sangue, come ha dimostrato Richard Titmuss in un famoso studio che

metteva a confronto il sistema volontario inglese con quello a pagamento americano, scoraggerai gli altruisti veri e incoraggerai gli opportunisti, e la qualità del sangue alla fine sarà peggiore, perché avrai attirato persone interessate non tanto a donare il sangue, quanto piuttosto a guadagnare qualcosa, anche se sono affette da epatite, Hiv, o altro. Mutatis mutandis, se una scuola ha fama, meritata o no, di essere difficile, in essa si auto-selezioneranno gli studenti più motivati o le cui famiglie sono più interessate al prestigio o all’ambiente sociale, non necessariamente i più bravi, ma magari quelli che tengono più al titolo. Spesso ciò avviene su indicazione degli stessi insegnanti delle scuole medie che indirizzano, sulla base di discutibili criteri, i loro studenti e le famiglie verso certe scelte piuttosto che altre.

Cosa succede allora a seguito di questo fenomeno di auto-selezione? «Consideriamo il caso ipotetico – suggeriscono gli esperti dell’Ocse – di due studenti con un background socio-economico familiare uguale a quello medio. Uno frequenta una scuola dove la maggior parte dei coetanei proviene da famiglie abbienti; l’altro, invece, frequenta una scuola dove la maggior parte dei compagni proviene da famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico. I dati indicano che il primo studente mostrerà, in media, in tutti i Paesi dell’Ocse, una performance di lettura di 32 punti in più rispetto al secondo studente, e questa differenza supererà i 50 punti in diversi paesi, come Italia, Germania, Ungheria, Lussemburgo e Turchia». («Equity and Quality in Education», Ocse).

Quindi serve davvero a poco nascondersi dietro la questione dello status socio-economico dei ragazzi e delle loro famiglie, è come guardare il dito invece della

luna; occorre piuttosto mettere sotto la lente d’ingrandimento il modello di scuola che abbiamo progettato, implementato e rafforzato in questi ultimi anni, questo sì che conta. Una scuola ancora classista, dove le differenze in partenza, invece di ridursi, si accentuano, dove la professione dei genitori ancora influenza la composizione delle classi e le valutazioni dei professori, dove la partecipazione alle attività extracurriculari e spesso anche a quelle curricolari è sempre più spesso a pagamento.

Smantelliamo allora gli “aeroporti per asini”; abbiamo sempre più bisogno, piuttosto, di scuole inclusive, che, indipendentemente dal loro censo, formino cittadini, uomini e donne ben attrezzati per andare incontro al futuro, per superare i limiti delle loro origini e guardare avanti, finalmente liberati dalla zavorra che il destino gli ha caricato, incolpevoli, sulle spalle.

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