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Scuola-lavoro, un sistema confuso rende incerte le competenze

di Daniele Checchi


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3' di lettura

I dati Eurostat portano alla ribalta un’anomalia tutta italiana. La transizione lenta, troppo lenta, dei giovani dalla scuola/università al mercato del lavoro: la percentuale di laureati italiani 20-34enni occupati entro tre anni dal conseguimento del titolo è pari al 60,7%, ma tale percentuale sale al 77,9% quando si vada oltre i cinque anni dal conseguimento del titolo universitario. Questa situazione non è senza costi dal punto di vista sociale, basti pensare al ritardo nell’uscita di casa o alle scelte di fertilità.

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Purtroppo non esiste una causa univoca di questa situazione, come alcune visioni semplicistiche hanno teso ad accreditare, addebitandone la colpa principale alla “pigrizia” delle nuove generazioni. Il nostro sistema formativo non è disegnato per assicurare la formazione di un giovane in un tempo certo: ci si dovrebbe diplomare a 19 anni, conseguire a 22 una laurea triennale e a 24 eventualmente una magistrale o a ciclo unico. In realtà consegue una laurea magistrale entro i 25 anni solo il 37,8%, mentre il 16,1% ci riesce oltre i 30 anni. A questo ritardo contribuiscono elementi di disegno istituzionale specifici del caso italiano: innanzitutto l’esistenza delle bocciature nella scuola secondaria, abbondante nel II ciclo e fondata sull’idea che ripetendo le materie per un anno si recuperino le carenze disciplinari. Poi la possibilità di ripetere all’infinito gli esami universitari, che produce la figura del tutto anomala dello studente “fuori corso”. Da ultimo, ma non meno importante, va citata la scarsa capacità di segnalazione delle competenze che il sistema formativo nel suo complesso offre ai futuri datori di lavoro: il voto di maturità o di laurea viene scarsamente preso in considerazione dagli uffici del personale quando selezionano i candidati, preferendo a essi l’istituzione di conseguimento del titolo o il tempo impiegato per conseguirlo; il possesso di competenze linguistiche o informatiche è appannaggio di certificatori esterni; le altre competenze non cognitive sono praticamente ignorate nella missione di scuole e università; l’obbligo di redigere il portfolio delle competenze degli studenti in uscita è rimasto lettera morta.

I giovani diplomati e laureati entrano quindi sul mercato del lavoro in ritardo rispetto ai loro coetanei europei, con credenziali educative poco trasparenti e un bagaglio di competenze non direttamente orientato al mercato. E cosa incontrano dal lato delle imprese ? Quando va bene un’offerta di stage, spesso non retribuiti, che prolungano questa fase di limbo di uno-due anni, con l’unico scopo di poter aggiungere nel curriculum di avere «precedenti esperienze lavorative». Per i più fortunati lo stage si converte in un contratto di apprendistato, che per i laureati corrisponde spesso a un contratto di apprendistato di alta professionalità. Al termine del biennio l’agognato contratto a tempo indeterminato.
Da notare che anche nel corso dell’apprendistato non esiste alcuna certificazione delle competenze, che possa essere spesa in altri posti di lavoro, qualora un giovane desideri cambiare lavoro o settore.

Non dobbiamo quindi stupirci dell’evidenza statistica da cui siamo partiti: essa è l’esito inevitabile di un sistema formativo che risponde a principi organizzativi discutibili e di una legislazione del mercato del lavoro che ha scaricato i costi della crisi sulle giovani generazioni.

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