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Scuole chiuse: mio figlio dove lo lascio? Ecco chi può fare lezione in aula nelle zone rosse e arancione scuro

Torna la didattica a distanza anche per gli alunni più piccoli in molte parti d’Italia dopo il passaggio in rosso o in arancione scuro di regioni, province e comuni. Ecco quali sono davvero le eccezioni in cui è ammesso continuare a mandare i propri figli a scuola

di Francesca Barbieri e Serena Uccello

Covid, Speranza: stop a scuola in presenza nelle zone rosse

7' di lettura

Comuni, province o intere regioni passano in arancione rafforzato o rosso. I contagi del Coronavirus hanno ripreso a correre, spinti dalle varianti, e così negli ultimi giorni nelle case di famiglie con bambini che frequentano le scuole primarie o ragazzini delle medie è tornata a risuonare la parola “Dad”, didattica a distanza, a un anno esatto dal primo lockdown, con le aule rimaste chiuse fino a giugno, per quasi 100 giorni di fila.
Dad che nel frattempo ha cambiato nome: si chiama Ddi, didattica digitale integrata, anche se la sostanza non cambia molto.

Ci siamo di nuovo! Dopo i fratelli maggiori - che dal novembre scorso non hanno mai abbandonato le lezioni online -, tocca dunque anche agli alunni più piccoli tornare a studiare attraverso lo schermo di un computer in molte parti d’Italia. Accade in alcune aree dell’Emilia, in Lombardia e in parte del Piemonte. E da lunedì accadrà in tutta la Romagna, per non parlare della Campania che ha il record della didattica a distanza per gli studenti delle proprie scuole, per un totale in Italia di 6 milioni di alunni che seguiranno le lezioni online. E allora, se siete genitori e vivete in una di queste zone, probabilmente, in questo momento, sarete non solo alle prese con le circolari in arrivo dalle scuole dei vostri figli ma anche con la lettura di un documento che vi starà dando l’illusoria idea che no, forse niente Dad, o Ddi che dir si voglia.

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Circola infatti nelle chat delle classi, un elenco di attività “essenziali” e un modulo di autocertificazione che rischiano di aggiungere confusione a confusione, disorientamento a disorientamento. Cerchiamo di capire di cosa si tratta e soprattutto cerchiamo di fare chiarezza.


Dpcm, ordinanze regionali e note del Ministero

Nei giorni scorsi il ministero dell’Istruzione ha trasmesso a presidi e dirigenti scolastici regionali una nota che, riprendendo quanto stabilito dal Dpcm del 2 marzo firmato dal premier Draghi, specifica le modalità della didattica a distanza e le sue deroghe: si ricollega per la verità a quanto già indicato da una nota analoga diffusa a novembre scorso.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo cosa prevede il Dpcm che entrerà in vigore oggi 6 marzo. L’articolo 43 stabilisce che le scuole in zona rossa sospendono le lezioni in aula, fatta salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o in ragione di mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali, garantendo comunque il collegamento online con gli alunni della classe che sono in didattica digitale integrata.

La chiusura delle scuole, recita sempre il Dpcm, può essere decisa dai Presidenti delle regioni o province autonome nelle aree, anche di ambito comunale, nelle quali gli stessi governatori abbiano adottato misure stringenti di isolamento a causa circolazione delle varianti o in quelle in cui «l’incidenza cumulativa settimanale dei contagi sia superiore a 250 casi ogni 100.000 abitanti oppure in caso di motivata ed eccezionale situazione di peggioramento del quadro epidemiologico».

È il caso, ad esempio, della Lombardia, dove l’ordinanza firmata dal Governatore Fontana che colloca la regione in arancione scuro dal 5 marzo stabilisce che per le scuole: «Resta salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o in ragione di mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali».

Tutto chiaro? Non proprio, visto che nella nota del ministero dell’Istruzione si specifica che restano «attuabili, salvo ovviamente diversa disposizione delle Ordinanze regionali di diverso avviso delle competenti strutture delle Regioni, da verificare da parte degli USR (uffici scolastici regionali, ndr), le disposizioni del Piano Scuola 2020-2021 nella parte in cui prevedono che vada garantita anche “la frequenza scolastica in presenza... degli alunni e studenti figli di personale sanitario o di altre categorie di lavoratori, le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione” nell’ambito di specifiche, espresse e motivate richieste e ... anche in ragione dell'età anagrafica». Un piano messo a punto lo scorso anno, in vista della riapertura di settembre.

La circolare dell’Istruzione allarga il perimetro delle eccezioni creando incertezza tanto che la Regione Emilia Romagna - in un comunicato del 6 marzo - sottolinea che questo provvedimento «non ha un fondamento giuridico chiaro, dato che il Dpcm parla solo di alunni disabili e con bisogni educativi speciali, né sarebbe attuabile in assenza di alcuna indicazione operativa, che definisca precisamente innanzitutto di quali categorie si parli».

Quando può essere richiesta la didattica in presenza

In definitiva, nella nota del ministero dell’Istruzione, si ribadisce che la didattica in presenza può essere richiesta per i bambini con il Bes (vale a dire i bisogni educativi speciali), con disabilità oppure con genitori appartenenti al personale sanitario e a quelle categorie professionali considerate fondamentali per garantire i nostri bisogni essenziali.

Accade allora che in particolare su questo punto si inserisce l’elenco che citavamo prima e l’autocertificazione. Anzi dovremmo invertire l’ordine e citare prima l’autocertificazione. Si tratta di una sorta di fac-simile per presentare alle scuole la richiesta di didattica in presenza, che fa riferimento alla vecchia nota dell’Istruzione del 3 novembre 2020 (riconfermata il 4 marzo 2021). La richiesta sarebbe legittimata dal fatto di appartenere al personale sanitario o direttamente impegnato nel contenimento della pandemia o personale impegnato presso servizi pubblici essenziali. Ma anche se il proprio lavoro si può svolgere solo in presenza, o se si rientra nelle categorie rientranti nei Codici Ateco
espressamente indicati nel Dpcm 22.03.2020, rimandando a un allegato. Le categorie in questione sono quelle che nel momento più critico del primo lockdown non furono sospese. E sono quelle dell’elenco dei vostri sogni perché a scorrerlo in molti ci si ritrovano.
Il perimetro è ampio, così ampio che sulla carta rischia di mettere in difficoltà le scuole se non fosse che l’autonomia scolastica concede agli istituti grandi margini di organizzazione. Ne sono una prova le circolari disposte in queste ore. Le formule sono le più diverse. Ne citiamo alcune.

Esempio 1

Nei prossimi giorni si cercherà di attivare l’eventuale attività di didattica in presenza per gli alunni con Bes (Bisogni educativi speciali) che ne fanno richiesta, in accordo con i docenti, “in ragione di mantenere una relazione educativa che realizzi l’effettiva inclusione scolastica” degli stessi. L'attività verrà realizzata compatibilmente con l’organizzazione interna e la capacità di connettività di ogni plesso.

Esempio 2

…inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali, Inoltre, tenuto conto di quanto previsto dal Ministero dell'Istruzione con nota n. 1990 del 5 novembre 2020 emessa a seguito del DPCM 3 novembre 2020, nell'ambito di specifiche, espresse e motivate richieste, si porrà attenzione agli alunni figli di personale sanitario direttamente impegnato nel contenimento della pandemia in termini di cura e assistenza ai malati e del personale impiegato presso altri servizi pubblici essenziali.

Esempio 3

Tra i criteri di precedenza naturalmente vi è che entrambi i genitori siano operatori sanitari. Si verificherà la possibilità di accoglienza comunque in base alle singole situazioni e al numero degli alunni per classe. Sarà possibile garantire la didattica in presenza anche ai figli dei lavoratori presso altri servizi considerati essenziali, almeno in questa fase, qualora il numero degli alunni in presenza non aumenti in modo eccessivo rendendo vano il tentativo di contenimento del contagio.

Esempio 4

Nell'ambito di specifiche, espresse e motivate richieste, attenzione dovrà essere posta agli alunni figli di personale sanitario (medici, infermieri, OSS, OSA…), direttamente impegnato nel contenimento della pandemia in termini di cura e assistenza ai malati e del personale impiegato presso altri servizi pubblici essenziali, in modo che anche per loro possano essere attivate, anche in ragione dell'età anagrafica, tutte le misure finalizzate alla frequenza della scuola in presenza. In quest’ultimo caso viene proprio ripreso il testo ministeriale di novembre.

Esempio 5

Solo per gli alunni con Bes, e comunque per tutti quelli già inseriti in frequenza in presenza fissa, sarà possibile continuare con tale modalità secondo gli accordi presi con le singole famiglie e segnalando preventivamente alla Dirigenza eventuali modifiche delle decisioni assunte.

Ci fermiamo qui, ma il senso è chiaro. La discrezionalità nell’accogliere la domanda di didattica in presenza è inevitabilmente totale. Anche perché non sempre le scuole hanno le risorse per attivare questo tipo di servizio.

L’autonomia delle scuole

Qui perisce quell'illusorietà di prima. Vale più che mai il principio che una cosa è la teoria un’altra è la pratica. Perché se le scuole non hanno risorse, qualunque sia la vostra condizione professionale la didattica per i vostri figli resterà a distanza. Oppure, se le scuole dovessero avere le risorse sappiate che - è pacifico - la priorità va agli alunni più fragili e ai figli del personale sanitario impegnato nel contenimento della pandemia e anche in questo caso i criteri potrebbero essere stringenti (entrambi i genitori impiegati in queste funzioni). Insomma, anche nel migliore dei casi, i numeri sono davvero piccoli e qualche volta basta poco a far saltare il punto di equilibrio. In alcuni casi si rischia persino di non riuscire ad attivarsi per gli allievi disabili.

Per quanto sul tema la questione è ancora più complessa. «In realtà – spiega il preside Mario Rusconi che guida l’Anp del Lazio – si tratta di numeri veramente ridotti, io faccio parte di una chat in cui ci sono 500 presidi e vedo che questo principio per quanto di grande generosità istituzionale fa fatica poi a tradursi in concreto, in questa situazione specifica. Questi allievi infatti rischiano di ritrovarsi da soli in classe senza i compagni, in molte circostanze sono anche le famiglie a non volerlo, proprio per questo motivo».

Alla ricerca di regole chiare

In ogni caso tornando al modello di autocertificazione questo non piace per niente al sindacato che considera l’iniziativa pericolosa. «Il contagio sta correndo veloce, in questa fase è necessario chiudere le scuole per garantire il diritto alla salute di tutti e assicurare ai genitori i congedi parentali – spiega Lena Gissi, segretario generale della Cisl scuola –. Il diritto all’istruzione lo assicuriamo con la didattica a distanza, tutto il personale sta lavorando sistematicamente da mesi per mantenere le relazioni e i rapporti con i propri studenti». Scuole aperte solo per piccoli gruppi alunni «che necessitano di interventi mirati - conclude Gissi -. Le situazioni vanno governate, non si possono ammettere improvvisazioni e un “fai da te” alla ricerca di ogni possibile escamotage per trovare una propria individuale soluzione».

(articolo corretto il 6 marzo alle ore 19,15)


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