«M. Il figlio del secolo» candidato al premio strega 2019

Scurati, un Mussolini pieno di cliché

Troppo impegnato a funzionare efficacemente sul piano narrativo, «M» ricorre a mezzi anche spicci: tutto è enfatico e greve e i personaggi sono sbozzati attraverso caratterizzazioni brutali

di Gianluigi Simonetti


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Benito Mussolini a Roma nel 1925 (Ap)

6' di lettura

Troppo impegnato a funzionare efficacemente sul piano narrativo, «M» ricorre a mezzi anche spicci: tutto è enfatico e greve e i personaggi sono sbozzati attraverso caratterizzazioni brutali

“Vivo la mia partecipazione come una spinta di impegno civile. Sono convinto che questo libro possa contribuire al risveglio di una coscienza democratica”. Così Antonio Scurati ufficializzando la candidatura di «M. Il figlio del secolo» al premio Strega 2019. Qui la nostra recensione al volume, apparsa sulla Domenica nello scorso novembre:

Ci sono libri che meglio di altri incarnano lo spirito del tempo (letterario): il nuovo romanzo di Antonio Scurati, M Il figlio del secolo, è uno di questi. Troppo impegnato a funzionare efficacemente sul piano narrativo, M non riesce purtroppo a essere bello; merita però di essere letto attentamente, se si vuol capire dove va una parte importante della narrativa italiana e cosa ci sta abituando a domandare alla cultura.

Cominciamo dal tema. M si concentra sulla figura di Mussolini dalla fondazione dei Fasci di combattimento (marzo 1919) alla discussione parlamentare sul delitto Matteotti (gennaio 1925). Scurati si è servito spesso, in passato, del romanzo storico: mentre segna la definitiva rinuncia a qualsiasi sforzo di decostruzione sperimentale del genere, M valorizza la componente documentale della scrittura di Scurati, ora sottolineando la veridicità del racconto («Nessun personaggio, accadimento, discorso o frase narrati nel libro sono liberamente inventati»), ora esibendo la ricerca d’archivio (ogni capitolo è sigillato da un’appendice di documenti ufficiali: epistolari, articoli di giornale, rapporti di polizia, atti parlamentari). Come molti altri romanzi italiani degli ultimi mesi, e come i vincitori dei due più importanti riconoscimenti letterari del 2018 (La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, premio Strega, e Le assaggiatrici, di Rosella Postorino, premio Campiello), anche M si rivolge alla stagione novecentesca dei fascismi; come loro somma alla forza romanzesca di quell’epoca l’energia che appartiene a tutti i fatti «realmente accaduti»; come loro li integra strutturalmente all’invenzione, esponendo in bella vista i dati extraletterari.

Lungi dall’essere un caso isolato, M conferma, come si vede, la tendenza a un nuovo tipo di racconto, a metà tra romanzo storico e inchiesta a sfondo biografico, che unisce a una gestione letteraria del punto di vista e del montaggio un interesse specifico, e sostanzialmente giornalistico, per un certo tipo di argomenti. Argomenti “forti” e veri, innanzitutto, con vocazione allo sfruttamento multimediale: ricchi di azione, caratteri scolpiti ed episodi memorabili, da raccontare ad alta voce e incidere in un podcast, o meglio ancora da tradurre in immagini all’interno di un film o di una serie tv. Argomenti che istruiscano il lettore sul piano culturale (facendogli respirare il profumo della grande Storia) e lo mobilitino sul piano morale (somministrandogli la scossa elettrica dell’arte impegnata): in entrambi i casi permettendogli di sentirsi dalla parte giusta, identificandosi coi migliori e disprezzando i peggiori. Argomenti, infine, in stretto contatto con l’attualità, sincronizzati a una discussione pubblica, contemporanea e social. Tra materia storica e rinvio alla cronaca non c’è contraddizione, ma complementarità, quando un fantasma del passato - come appunto il fascismo - torna a visitare l’agenda della comunicazione di massa. Che questo sia il caso lo dimostra il gran parlare che in questi giorni si fa di Istruzioni per diventare fascisti di Michela Murgia, il cui assunto è controprova del clima culturale che stiamo descrivendo («Questo è un libro sul presente e sul rischio che stiamo correndo, non sul fascismo storico. Viviamo in tempi razzisti, xenofobi, machisti: che cos’altro deve succedere per chiamarlo fascismo?»).

Un libro sul fascismo storico e insieme sul presente è proprio quello che M ambisce a essere. Il Mussolini di Scurati, tra un documento e l’altro, sfoggia qualcosa di salviniano («piccolo-borghesi odiatori: di questa gente sarà formato il loro esercito»), e insieme di grillino («i fascisti sono un antipartito! Fanno dell’antipolitica!»; «adesso si andrà in Parlamento predicando contro il Parlamento»). Rievocando l’avvento di Mussolini, Scurati allude al nostro clima politico e sociale; ma la meccanicità dell’operazione, se permette al polemista di inserirsi nel dibattito, costringe il romanziere a due semplificazioni radicali. Innanzitutto all’uso ideologico, ed edificante, della forma-romanzo («a lettura ultimata», ha assicurato Scurati, «l’antifascismo verrà rafforzato nei lettori»). Poi a un’abbondante piallatura di quella stessa forma: per entrare in sintonia col lettore nel modo più rapido e immediato Scurati ha ridotto al minimo l’attrito dello stile sul racconto.

Così, nella fattura di M, le ragioni dell’approfondimento e della densità contano meno di quelle dello storytelling e della velocità (e che il libro sia stato scritto anche materialmente in fretta lo segnalano alcuni errori e strane ripetizioni). Pur essendo lunghissimo - 840 pagine, prima parte di quella che si annuncia come una trilogia - M si legge d’un fiato, scandito com’è da sequenze narrative brevi, intense e sempre legate a una scena-madre di sicuro effetto - per ottenere il quale Scurati non esita a ricorrere a mezzi anche spicci. Molte sentenze memorabili sono assemblate attraverso un curioso citazionismo, che può attingere dall’Ungaretti più proverbiale e scolastico («nella sua certosina elencazione delle violenze (…) nessuna croce manca») oppure da un altrettanto proverbiale ma meno scolastico Vasco Rossi («È tutto un equilibrio precario sopra la galera»). La violenza fascista, vera protagonista del libro, è resa con la tecnica più elementare, ovvero attraverso immagini iperboliche e splatter («decine di legni schioccano contro le ossa del cranio, spezzano omeri, scafoidi, metacarpi»), per giunta volentieri speziate da bizzarri ingredienti scatologici («accovacciato sui propri talloni, quasi fosse spinto dal bisogno improvviso di defecare. Invece estrae dalla tasca del trench una rivoltella e con quella spara nella schiena al moribondo»). L’immaginario, già sovraccarico e tendente al macabro, viene ulteriormente appesantito da un lessico magniloquente e prezioso, da una sintassi sincopata e declamatoria: «Lo assaltano alle spalle. Scagliano subito bastonate alla testa, le prime colpiscono alla nuca. Una selvaggia, indubitabile volontà di uccidere. Uno sciame di mosche carnarie impupate da larve deposte in avanzi di cibo, in carcasse di animali morti». Le poetiche documentarie di solito tendono alla trasparenza, si negano – per pudore - a una forte stilizzazione; a volte, nelle parti di raccordo, Scurati assume effettivamente un tono giornalistico, di svelta e distratta compilazione («Nato nel 1863, Gabriele D’Annunzio ha speso il primo cinquantennio della propria vita nel tentativo di diventare il primo poeta d’Italia. (…) I suoi versi e le sue prose – in particolare Il piacere – hanno influenzato i gusti di una generazione e acquisito risonanza internazionale»). Ma più spesso in M la documentalità esibita si alterna a un altrettanto esibito estetismo: il dannunzianesimo più trito, condannato sul piano dei contenuti espliciti, viene inconsciamente riabilitato sul piano dello stile. Non solo le scene di azione, anche la psicologia delle masse e i rapporti privati sono resi in chiave di espressionismo e grottesco; tutto è enfatico, greve e spiattellato («le donne, all’apparire del grande amatore, istintivamente, si ravviano i capelli e, rassettandosi la gonna, si sfiorano le cosce»).

Non mancano pagine francamente e quasi goliardicamente triviali - «Quando Angela Cucciari Curti (…) rialza modestamente lo sguardo, Benito Mussolini la guarda elettrizzato come se le colasse un rivolo di sperma all’angolo della bocca» - ma la volgarità più vera e grande consiste nel ricorso generoso al cliché; perché ciò che avviene sul piano della lingua si riflette tale e quale nella costruzione dei personaggi, sbozzati attraverso caratterizzazioni brutali. I leader socialisti appassionati ma irresoluti, malaticci, tormentati e deboli; i fascisti abietti, pazzoidi, sanguinari. Mussolini? Un animale ossessionato dal possesso, politico ed erotico («le mani artigliate ai fianchi, il corpo nudo sotto il sole cocente, il pube protruso in avanti a oltraggiare le bagnanti»).

Nel mondo di M ognuno è incatenato allo stereotipo di se stesso. Una trafila di macchiette non so se attendibili storicamente, certo deludenti sul piano del romanzo; che è, o era, il piano dell’incertezza morale, delle sfumature psicologiche, dei gesti imprevedibili. Ebbene, in M non c’è quasi nulla di inatteso: solo una lunga, veloce, vivace conferma di ciò che molti già sanno di sapere.

M. Il figlio del secolo
Antonio Scurati
Bompiani, Milano, pagg. 840, € 22

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