SBAGLIANDO SI IMPARA

Sdrammatizzare o drammatizzare? Quando “essere attori” aiuta le relazioni

Come generare la migliore condizione comunicativa possibile (la famosa sintonia) per creare un contesto favorevole alla miglior soluzione possibile

di Massimo Calì *

(AP)

3' di lettura

Marta partecipa da mesi ad un gruppo di lavoro trasversale su un progetto aziendale; nonostante l’impegno, il lavoro procede a rilento e per quanto Eleonora, il suo capo, continui a perorarne l’importanza, il carico di lavoro continua ad aumentare mentre parallelamente l’interesse aziendale sembra affievolirsi. Dopo l’ennesima riunione apparentemente sterile, Marta chiama Eleonora e le lascia un messaggio in segreteria: non intende proseguire nel progetto, che pure aveva sposato a suo tempo, per il sovraccarico che le sta procurando e per i ritardi che sta accumulando nelle sue occupazioni principali.

Il giorno successivo, Eleonora la chiama per provare a dissuaderla: è vero che non è prioritario, ma sarebbe importante mantenere una persona valida come Marta nel gruppo di progetto. Proviamo ad immaginare un dialogo: “Ciao Marta, come va?” “Ciao Eleonora. Insomma, lo sai, potrebbe andare meglio.” “Cosa è successo? Ho sentito il tuo messaggio ieri, per quello?” “Certo, mi riferisco a quello: molta fatica ma nessun risultato, è il momento di passare oltre.” “Ma dai, come sei tragica, non è il caso di essere precipitosi. Sarà un momento difficile, ma vediamola con un po’ di positività!”

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Sforzandoci di rimanere neutrali (non abbiamo sufficienti informazioni e ciascuno di noi può identificarsi più in Marta o Eleonora in base alle proprie esperienze personali) e concentriamoci sull’ultima frase: a che condizioni funziona? In assoluto non possiamo rispondere, ma possiamo ragionare sul fatto che è una frase (questa, come tutte quelle assimilabili) che può venire spontaneo usare, probabilmente con l’intenzione di “sdrammatizzare”.

Come spesso accade alle intenzioni, può essere nobile; Treccani ci dice che sdrammatizzare è “riportare a un aspetto o a un carattere non drammatico; attenuare il grado di drammaticità di un fatto, di una situazione, di una notizia”: anche se Eleonora pensasse che Marta ha delle buone ragioni per sentirsi affaticata, ci sta che non trovi funzionale assecondarla. Al tempo stesso, immaginando che a molti di noi sia almeno talvolta capitato di usarne, e che tutti ce ne siamo sentiti dire di simili, sappiamo che rischia di generare la sensazione di non essere presi seriamente, o che le difficoltà non vengano tenute nella dovuta considerazione.

Se facciamo un passo avanti dal punto di vista comunicativo, ragioniamo senza scomodare direttamente, per questa volta, ascolto attivo ed empatia. E immaginiamo semplicemente di fare il contrario: invece di sdrammatizzare, drammatizziamo. Per farlo però, non utilizziamo il contrario diretto (sempre da Treccani: drammatizzare come “esagerare la gravità di un fatto”) ma nella sua accezione teatrale: dare forma drammatica, rappresentare un fatto o sviluppare una narrazione nei modi tipici dell'azione teatrale.

Concretamente, se torniamo a Marta, “drammatizzare” può volere significare, teatralmente, stare con quello che c'è: visto che lei dichiara un senso di fatica e inutilità del progetto, comportiamoci (con lei) come se il progetto fosse davvero faticoso e inutile. Non necessariamente nelle parole e nei fatti (potremmo non pensarlo) ma con il nostro atteggiamento e predisposizione d’animo.

E così l’empatia, che non abbiamo fatto entrare dalla porta, rientra dalla finestra: non accolgo necessariamente i contenuti di Marta, ma accolgo sicuramente lo stato d’animo (cosa che invece non riesco a fare sdrammatizzando). Questo mi mette nella migliore condizione comunicativa possibile (la famosa sintonia) per far procedere in modo generativo la relazione (generativo di non sappiamo quale soluzione, ma sicuramente di un contesto favorevole alla creazione della miglior soluzione possibile).

Manca di spontaneità? La parola spontaneità torna da una rubrica precedente (e ci torneremo in futuro per approfondire alcuni concetti) ma per ora accontentiamoci di sottolineare che una cosa spontanea, per quanto naturale, non di per sé è automaticamente funzionale. In questo frangente, visto che stiamo ragionando con categorie prese a prestito dal teatro, meglio rimanere nella finzione (scenica) piuttosto che nella spontaneità: finto è di qualcosa che non è ciò che appare o che vuole parere (e un attore in scena raramente è ciò che appare: un re, un assassino, un ladro, un anziano malato immaginario, a seconda della pièce) ma di certo non è falso (che è ciò che non è vero ma che si vuol far passare per tale).

Ed ecco cosa rende praticabile la nostra possibile “drammatizzazione” senza che sia manipolatoria. È la stessa dote che utilizzano gli attori (quelli bravi) cioè l'abitudine, pur all’interno della finzione scenica, di essere sinceri (che non significa per forza dire la verità: ma questo è un altro discorso, e ci torneremo parlando anche di autenticità).

* Partner di Newton Spa

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