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Cosa sappiamo sul rientro dei marmi del Partenone in Grecia e degli Usa nell’Unesco

Il British Museum apre al prestito dei fregi, ma Atene dice no. Gli Usa valutano un rientro molto costoso all’Unesco. Caso collezioni in Libano

di Giuditta Giardini

Grecia preme su Londra per i marmi del Partenone: questione etica

3' di lettura

Al primo posto tra gli eventi salienti di queste due settimane del 2023 si colloca il «gran rifiuto» della Grecia al rientro di alcuni (un terzo) dei marmi di Fidia, «in prestito» dal British Museum ad Atene. L’istituzione inglese aveva intenzione di spostare temporaneamente le sculture del Partenone per il periodo dei lavori di ammodernamento e con ’'occasione fare felici i greci. La bozza dell’accordo era già scritta, ma alla firma non si è mai arrivati perché la Grecia non vuole prestiti, bensì il riconoscimento della piena proprietà sulle sculture del Partenone.

Forse il governo di Atene è stato l’unico a non aver pensato ad un bel provvedimento d’urgenza, un sequestro, non appena i Marmi fossero stati scaricati al Pireo o forse una clausola dell’accordo impediva il sequestro? Chissà. Di certo l’Italia, nel 2015, era stata meno ingenua quando aveva dato l’«okay» a esporre l’Atleta di Fano a Palazzo Strozzi (in «Potere e Pathos»), opera che a Palazzo Strozzi non è mai arrivata e non sarebbe arrivata nemmeno se l’Italia avesse avuto una legge (che non ha) che impedisce il sequestro delle opere d’arte in prestito. Fatto sta che con il «no» greco sfuma anche la minima possibilità di vedere riuniti i fregi del Tempio di Atena Parthenos all'Acropolis Museum e non si sa quando una simile opportunità ricapiterà.

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Un possibile rientro

Al secondo posto tra le news di questo gennaio «caldo» c’è la virata del Congresso Statunitense che avrebbe approvato nel testo del Congressional Omnibus Bill un «waiver», ossia una deroga, alla legge che impedisce al Governo di finanziare organizzazioni che riconoscano la Palestina come Stato a tutti gli effetti (Section 414 of the Foreign Relations Authorization Act, Fiscal Years 1990 and 1991 e Section 410 of the Foreign Relations Authorization Act, Fiscal Years 1994 and 1995), per permettere agli Usa di ri-entrare nell’Unesco. Dopo che, nel 2011, l’organizzazione internazionale con sede a Parigi aveva, appunto, ammesso la Palestina come Stato membro, gli Stati Uniti, seguiti da Israele, avevano chiuso i ricchi rubinetti imponendo una riorganizzazione in chiave frugale dell’Unesco. Il contributo degli States al tempo era di 80 milioni di dollari annui, circa il 22% dell’intero budget dell'organizzazione. Nel 2019, infine, con il presidente Donald Trump, gli Usa erano definitivamente usciti dall’organismo sovranazionale sbattendo la porta. In realtà da quando, l’8 gennaio, anche le Nazioni Unite hanno ammesso la Palestina come Stato Non-Membro Osservatore (General Assembly resolution 67/19) e la Palestina ha potuto ratificare molti dei trattati internazionali esistenti, la situazione sembrava essersi allentata.
Con la deroga del Congresso, l’amministrazione del presidente Joe Biden può tornare sui passi della decisione presa al tempo dall'ex presidente Barack Obama. Biden dovrà senza dubbio tenere conto del debito che Washington ha contratto con l’Unesco di 616 milioni di dollari. Il waiver ha una durata di due anni ed è rinnovabile dal Congresso, scadrà se la Palestina otterrà «full membership status» da un’altra agenzie delle Nazioni Unite.

La Basilica della natività a Betlemme (Palestina) è stato il primo sito Unesco iscritto nella lista dei World Heritage, nel 2011

Un nuovo museo per Beirut

Altra notizia di questo primo mese del 2023 riguarda l’apertura annunciata del Beirut Museum of Art (“BeMA”) nella capitale libanese che darà finalmente un tetto alla collezione pubblica, composta da 2.500 opere d'arte. Questa news si attendeva da circa 15 anni, ma la situazione fragile del paese ha rallentato l’annuncio. I lavori di costruzione sono cominciati nel febbraio 2021, in piena crisi, in un contesto in cui i cittadini di Beirut hanno, a volte, un’ora di energia al giorno. La data di apertura del museo è fissata per il 2026. La collezione è stata assemblata dalla Biblioteca Nazionale del Libano dopo il 1921 per poi essere gestita dal Ministero dell’Educazione dal 1954. Dopo la guerra civile (1975-1990), le opere sono passate sotto il ministero della Cultura. Il ministero ha provveduto a mettere in sicurezza la collezione presso il palazzo dell’Unesco a Beirut. Dal 2016 è in corso la catalogazione delle opere che verranno traslate nel costruendo museo. In un panel al MoMa di New York, lo scorso novembre, la co-direttrice del BeMA, Juliana Khalaf, ha annunciato che il museo ospiterà opere d’arte libanesi che lo Stato ha iniziato a collezionare più di cento anni fa. Questo contribuirà a dare maggiore respiro e autorità agli artisti e alle artiste contemporanee libanesi e al mercato dell'arte del paese.

Rendering del BeMA che verrà inaugurato nel 2026 a Beirut, Libano

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