Storia economica

Se anche Johnson si misura con il genio di Vilfredo Pareto

Lo studioso inserì nell’analisi economica elementi sociali capaci di cogliere i connotati della modernità

di Gennaro Sangiuliano

Vilfredo Pareto (Agf)

3' di lettura

La stampa britannica si è molto incuriosita al fatto che il premier Boris Johnson al recente congresso del partito conservatore accanto a Margaret Thatcher tirasse fuori dal cilindro di intellettuale e giornalista il nome di Vilfredo Pareto, lo studioso italiano, autore del Cours d’économie politique (1896), giudicato da tutti i posteri un classico del pensiero economico.

Ingegnere, proveniente da rigorosi studi matematici che lo porteranno al teorema “ottimo paretiano” e alle “curve di indifferenza”, fondatore della Società Adam Smith, uomo dai «molteplici interessi», come lo ha definito John Kenneth Galbraith, capace di affascinare il giovane Luigi Einaudi, Pareto ha formulato teorie con cui tutto il pensiero economico si è dovuto misurare. Con una impressionante attualità, soprattutto, seppe immettere nell’analisi economica elementi sociali capaci di cogliere i connotati della modernità. Famoso per il cosiddetto “principio di Pareto”, enunciato dopo uno studio statistico empirico sulle dinamiche causa-effetto nei sistemi complessi. Il principio afferma la teoria secondo cui il 20% delle cause provoca l’80% degli effetti. Questo perché la qualità dell’azione prevale spesso sulla quantità della stessa.

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Dell’ingegner Pareto, Norberto Bobbio segnalerà come innovativa «la distinzione tra azioni logiche e non logiche e la convinzione che le seconde fossero non solo preponderanti ma decisive per comprendere la storia».

La sua relazione con il mondo britannico la si deve a un saggio L’Italie économique, che, nel 1891, appare su la «Revue des deux mondes», dove con una critica serrata al sistema politico italiano di fine Ottocento lo paragona a quello «tristement célebre de Walpole» nell’Inghilterra settecentesca. Un’analisi che colpì il collega austriaco Joseph A. Schumpeter che osserva come l’economista italiano con qualche eccesso è coerente con la sua visione di una società liberale di individui contrapposta alla società massa.

Pareto è uno dei pochi intellettuali italiani ad aver intrattenuto una relazione epistolare con Keynes, più giovane di lui ma già direttore dell’«Economic Journal».

A Boris Johnson è probabilmente piaciuta l’analisi paretiana del delicato rapporto tra individuo e Stato che sposa il realismo storico, sulla linea di Machiavelli, Tocqueville ma anche di Benedetto Croce. Contro il positivismo evoluzionistico, Pareto aveva scoperto il valore della storia reale sull’illusione della saggezza; dunque, la vittoria dell’individuo con le sue aspirazioni e determinazioni, capace di migliorare con i suoi sforzi la condizione generale. Alla fine del suo originale percorso giunge a configurare la società dirigista come un limite allo sviluppo, spiega, in opposizione a Marx, che la storia umana non è fatta di lotta tra le classi, bensì, di lotta tra élite che si servivano di questa o quella classe per conservare il potere. La “teoria delle élite”, che Pareto condivide con un altro studioso di peso, Gaetano Mosca, troverà entusiasti propagandisti in Prezzolini e Papini che vi videro un preciso riferimento all’insoddisfazione sulla qualità della classe politica italiana d’inizio secolo e l’auspicio a promuoverne un rinnovamento. Sulla rivista «Il Regno», Prezzolini presenta le teorie paretiane e il suo giudizio sulla classe dirigente italiana in un lungo articolo «L’aristocrazia dei briganti» (1903), è una delle prime volte in cui il termine “casta” è associato alla politica. «Noi ci troviamo d’accordo con lui; nel disprezzo cioè – scrive – per tutta quella parte di classe dominatrice che paurosa, imbelle, atrofizzata per l’inerzia… suicida di paura». A Prezzolini rispose lo stesso Pareto con un altro scritto, «La borghesia può risorgere?», nel quale auspica una assunzione di responsabilità appunto della borghesia.

Anni prima, fra il 1893 e il 1897, dalle pagine del «Giornale degli economisti» aveva messo a nudo gli errori della politica fiscale ed economica dei governi in carica, gli scandali, il prevalere degli stretti interessi di parte. L’economista Giuseppe Palomba che ha curato, nel 1971, per Utet Il corso di economia politica, avverte che «scrivere su Vilfredo Pareto è compito poco agevole» perché è «un pensatore che ha avuto sottomano zone vastissime dello scibile umano – dalle scienze esatte alla storia, dall’economia alla sociologia, dall’antichità classica al socialismo contemporaneo».

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