prima svalutazione di «stranded assets»

Se anche Total pensa che il petrolio debba restare nel terreno

La compagnia francese è la prima Major petrolifera nella storia a svalutare giacimenti in quanto «stranded assets», attivi non recuperabili, per via della transizione energetica. Un rischio denunciato fino a pochi anni fa solo dagli ambientalisti, ma che ora inizia a pesare davvero sui bilanci

di Sissi Bellomo

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(dvoevnore - stock.adobe.com)

La compagnia francese è la prima Major petrolifera nella storia a svalutare giacimenti in quanto «stranded assets», attivi non recuperabili, per via della transizione energetica. Un rischio denunciato fino a pochi anni fa solo dagli ambientalisti, ma che ora inizia a pesare davvero sui bilanci


3' di lettura

Petrolio e gas perderanno valore, perché la lotta al cambiamento climatico ci imporrà di lasciarli nel terreno. Erano solo gli ambientalisti fino a pochi anni fa a parlare di «stranded assets», attivi non recuperabili, come una minaccia esistenziale per le compagnie petrolifere. Invece oggi per la prima volta nella storia il termine fa capolino nel bilancio di una Major: si tratta di Total, che ha giustificato in questo modo oltre metà delle svalutazioni effettuate nel secondo trimestre: 5,1 miliardi di dollari su un totale di 8 miliardi.

Il rischio che la transizione energetica possa rendere inutili alcune licenze esplorative, se non addirittura infrastrutture e giacimenti già in produzione, oggi è al centro dell’attenzione nella comunità finanziaria. E molte compagnie petrolifere hanno cominciato a prenderne atto.

Di recente ci sono state allusioni esplicite al problema degli «stranded assets» da parte di dirigenti di Bp, Shell e Chevron. Nel settore tuttavia nessuno era mai stato così esplicito, soprattutto non in un documento contabile.

La prima volta dei francesi

A fare da apripista è Total, una tra le prime compagnie ad aver imboccato con decisione la via della diversificazione nel settore delle rinnovabili. Il gruppo francese, come molti altri, è stato costretto a pesanti svalutazioni dopo il Covid19. Solo una parte degli 8 miliardi di dollari di writedown annunciati con la trimestrale dipendono tuttavia dal crollo dei prezzi degli idrocarburi: ben 5,1 miliardi riguardano risorse oggi classificate come «stranded».

Si tratta di sabbie bituminose nel Canada, inquinanti oltre che costose: depositi che Total non prevede più di sfruttare del tutto, in parte perché si è posta l’obiettivo di azzerare entro il 2050 le emissioni di CO2. Di conseguenza «non approverà più alcun progetto per aumentare la capacità» delle operazioni e d’ora in avanti iscriverà a bilancio solo il valore delle riserve provate, escludendo quelle probabili.

È un passo ancora limitato. E non stupisce che riguardi proprio le oil sands, “specialità” che per generare profitti richiede un valore del Brent ben superiore a quello attuale: per Rystad Energy appena il 16% di queste risorse del Canada è redditizio con il barile a 40 dollari, il 58% richiede un prezzo superiore a 60 dollari.

Comunque sia Total ha rotto il ghiaccio ed è probabile che gli «stranded asset» diventino un tema ricorrente nei bilanci delle compagnie petrolifere.

Gli «stranded asset» di Bp

Il termine potrebbe riemergere alla presentazione dei risultati di Bp, in calendario il 4 agosto. Un mese fa, annunciando svalutazioni fino a 17,5 miliardi di dollari, il nuovo ceo della compagnia britannica, Bernard Looney, aveva alluso a una selezione dei progetti anche in base alla prospettiva di decarbonizzazione: «Le ricadute della pandemia accelereranno il passo della transizione verso un’economia a minore intensità di emissioni», aveva dichiarato il ceo.

Secondo indiscrezioni raccolte dalla Reuters, anche nel mirino di Bp ci sarebbero le oil sands del Canada, forse affiancate dalle operazioni offshore in Angola.

Bp del resto è stata la prima Major a riconoscere il problema degli «stranded assets», nel 2015, quando il suo capo economista Spencer Dale aveva affermato che a causa della lotta al climate change «è sempre più improbabile che il mondo esaurisca le sue riserve di petrolio».

Shell, Chevron e le altre

Royal Dutch Shell – che ha presentato la trimestrale giovedì 30 luglio come Total, con 16,8 miliardi di dollari di svalutazioni, meno delle attese – non ha fatto nessun accenno esplicito a «stranded assets». Ma da tempo il suo ceo Ben Van Beurden ripete che il picco della domanda di petrolio è ormai dietro l’angolo.

Nemmeno Chevron si è ancora spinta a cancellare il valore di risorse in quanto divenute inutili, ma ci è arrivata molto vicino. Lo scorso dicembre, in occasione di un writedown da 11 miliardi di dollari, riferito soprattutto a shale gas negli Usa, il ceo Mike Wirth aveva alluso al fatto che la compagnia dovrà focalizzarsi solo sui progetti con maggiori prospettive di redditività perché «abbiamo di fronte a noi un mondo diverso».

Secondo Wood Mackenzie discorsi di questo tipo sono eloquenti. «Fino a pochi anni fa – afferma Luke Parker, vice presidente della società di consulenza – pochi nell’industria dell’Oil & Gas avrebbero anche solo tollerato idee come il rischio climatico, il picco della domanda, gli stranded assets. Oggi invece le compagnie stanno costruendo strategie intorno a queste idee. Lo scenario è cambiato e le Major si stanno adeguando».

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