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Se il brutto diventa categoria dell’arte: una mostra sul “non finito”

Facciate senza intonaco, pilastri, strade senza asfalto: è il “non finito calabrese”. Il fotografo Angelo Maggio ha ritratto alcune di queste immagini in una mostra. L'occasione è la quarta edizione dello Sciabaca Festival, evento dedicato ai viaggi (al movimento, allo scambio, all'incontro) e alle culture mediterranee, organizzato a Soveria Mannelli, dall'editore Rubbettino, in programma fino al 22 settembre

di Donata Marrazzo


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Taurianova tramonto

3' di lettura

Non è bruttezza, è disillusione. Non è solo cemento, ferri uncinati contro il cielo, mattoni a vista, bozze imperfette di case senza intonaco, è una liturgia per «rimandare all'infinito la possibilità di abitare, senza mai attuarla». Ne parlano filosofi, urbanisti, antropologi, scrittori: il “non finito calabrese” stimola dibattiti, analisi critiche, riflessioni dotte con sfumature filosofiche e/0 poetiche. Diventa spunto letterario.


San Luca Cristo

Tracce di un’assenza
Un contesto urbano che «da un punto di vista formale – spiega il critico d’arte Pietro Gaglianò - talvolta è meno offensivo alla vista degli edifici finiti e accessoriati, e si accosta quasi timido sul ciglio delle strade provinciali e contiene una strana forma di speranza, una prospettiva per un avvenire da risolvere, come se il cemento armato e il laterizio a cielo aperto si conservassero alla perfezione». Case rimaste lì, come «spettri, tracce di un'assenza, di un futuro che non si è avverato» nelle considerazioni del filosofo Francesco Lesce.

Sinopoli Miss Italia

Sciabaca Festival
Il fotografo Angelo Maggio ne ha fatto un campionario: sono le immagini della mostra “Non finito calabrese – estetico, etico, concettuale”, allestita nei locali del Lanificio Leo, il più antico della Calabria. L'occasione è la quarta edizione dello Sciabaca Festival, evento dedicato ai viaggi (al movimento, allo scambio, all'incontro) e alle culture mediterranee, organizzato a Soveria Mannelli, dall'editore Rubbettino che da anni aggiunge valore culturale alla Calabria, sensibile ai suoi temi più caldi, e punto di riferimento a livello nazionale per la saggistica in materia di economia, politica e scienze sociali.

San Mauro Marchesato

Le fotografie di Angelo Maggio
San Mauro Marchesato, Taurianova, San Luca, Caulonia, Petilia Policastro, Sant'Onofrio, Sant’Eufemia d'Aspromonte (e tanti altri borghi in Calabria) portano i segni definitivi dell'emigrazione, dell'abbandono, dello spopolamento: balconi senza ringhiere, fondamenta e pilastri rimasti in piedi come rovine. E tutt'intorno, più o meno, la normalità: le processioni (San Rocco, Santa Severina, il Cristo di San Luca e di Polistena), la sfilata di miss Italia, i cartelloni elettorali di qualche tempo fa. Politici messi lì ad annunciare il cambiamento. «Il problema non è il paesaggio puntellato da questi fabbricati», spiega Maggi che si occupa di fotografia etnografica dal 2004, anche in collaborazione con il Folk Studio di Palermo, associazione che mappa le opere pubbliche incompiute della Sicilia (quelle calabresi sono generalmente di edilizia privata). «Il vero problema è il non abitato. Sono i padri o i figli che sono emigrati e non sono tornati». Le sue immagini «ci dimostrano che c'è ancora tanto da capire, prima di parlare del Sud, della politica, della religione, del consumo. Non si può tirar fuori una morale da queste foto: sono come i koan dello zen, che rompono uno schema e rimangono così, sospesi», sottolinea l'antropologo Stefano Portelli.

Santa Severina

Prestinenza Puglisi, « Il non-finito è un’opportunità»
Al festival di Soveria Mannelli, su quei nuclei urbani imperfetti – «un mondo intero, uno scenario completo, un paesaggio, che rompe tutte le nostre pretese di distinguere», aggiunge Portelli - si sofferma Luigi Prestinenza Puglisi, critico e storico dell'Architettura italiana, esperto di pianificazione urbanistica. L'argomento lo appassiona: «Il non-finito è un’opportunità. Prendiamo San Gimignano, dove tutto è al suo posto, dove nessun intervento è più ammissibile se non un atteggiamento contemplativo. Si rischia la mummificazione, la messa in custodia, la museificazione. E invece guardiamo Favara con il suo Farm cultural park nei sette cortili della città vecchia e spopolata. Un esperimento che ha richiesto coraggio, che è diventato un'occasione progettuale. E così può essere per il non-finito calabrese».

L'inganno del sistema
Gioacchino Criaco, scrittore aspromontano (“Anime Nere”, “La Maligredi”), risale alle origini del fenomeno: a quando negli anni '80 «dal cielo piovvero le lire». Ma sul più bello i soldi finirono, «quando ancora di finito non c'era nulla. Così i palazzi non solo rimasero non finiti. Diventarono anche vuoti… Di questo è figlio il non finito calabrese: di un tradimento e di un autotradimento. Dell'inganno del sistema e di un'ipocrisia culturale».

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