analisiIL VOTO IN ABRUZZO

Se il centrosinistra resuscita, nonostante il Pd

di Emilia Patta

Abruzzo al centrodestra: vince Marsilio, Lega primo partito e M5s finisce terzo

3' di lettura

Se la vittoria del centrodestra a trazione leghista in Abruzzo era scontata, anche se non in questi termini (il neo presidente Marco Marsilio ha vinto con oltre il 48% dei voti staccando di oltre 22 punti il M5s, primo partito alle politiche di un anno fa), la sorpresa di queste elezioni “vere” dopo mesi di sondaggi riguarda il centrosinistra.

Un piccolo miracolo impensabile solo qualche settimana fa, dunque, che sancisce il successo del “modello Abruzzo” di Legnini e che rappresenta un’indicazione a livello nazionale: il Pd era solo una delle otto liste, la maggior parte delle quali civiche, che hanno raccolto l’opposizione al governo giallo-verde tra le professioni e anche - va sottolineato - tra personalità moderate del centrodestra che non si riconoscono nella leadership salviniana. Una vera e propria coalizione non più Pd-centrica (la lista del Pd si è fermata all’11,13%, anche se naturalmente ha scontato il voto per le civiche di area).

Uno schema di gioco scientemente voluto da Legnini, che ha condotto la campagna elettorale sul territorio senza farsi accompagnare dai vari leader nazionali e che nella costruzione dell’alleanza ha quasi voluto “nascondere” il Pd. Come se fosse un brand ormai usurato, che non tira più. Uno schema di gioco che ha comunque dimostrato, e proprio in una regione tradizionalmente conservatrice come l’Abruzzo, che al di là dei destini e delle beghe interne al Pd esiste nel Paese un’area di centrosinistra che non si riconosce né nel centrodestra a trazione leghista né in un M5s in evidente difficoltà.

Ed è interessante notare come in termini di voti reali il centrosinistra è la coalizione che è cresciuta di più rispetto alle politiche: complice anche la grandissima astensione (l’affluenza è precipitata dal 75% al 53%), il M5s ha perso 180mila voti, il centrodestra ne ha guadagnati 20mila e il centrosinistra ben 35mila. Segno che nella cosiddetta società civile lo spazio per il centrosinistra c’è, e potrebbe ancora crescere con il recupero degli astenuti, in gran parte ex elettori pentastellati ora in stand by.

Una tendenza che potrebbe essere confermata tra due domeniche, quando al voto andrà la Sardegna. Quali conclusioni trarre a livello nazionale e in vista delle europee? Le elezioni locali hanno sempre dinamiche diverse e il M5s è notoriamente più forte nel voto di opinione nazionale. Eppure una domanda nel campo di centrosinistra c’è, ed è una domanda che sembra volere superare il Pd in qualcosa di più grande, e forse di nuovo. Ha buon gioco l’ex ministro Carlo Calenda, che da settimane ha lanciato il progetto di una lista unica alle europee di maggio che superi il Pd (“Siamo europei”), a trarne conseguenze utili al suo progetto: «Legnini ha fatto un grande lavoro. E se posso dire dimostra che ci vuole un fronte che vada oltre il Pd. Perché un risultato così alle europee cambierebbe radicalmente e positivamente lo scenario politico italiano».

Ma lo stesso Calenda, con poca coerenza per la verità, evoca al tempo stesso una possibile scissione commentando le reazioni poco entusiaste al suo progetto: «Troppi distinguo e perdite di tempo. Inizio a pensare che forse va davvero costruito qualcosa di nuovo lasciando il vecchio centrosinistra e cespugli vari al loro destino». Il compito del segretario in pectore del Pd Nicola Zingaretti, se la sua leadership verrà confermata alle primarie del 3 marzo, appare dunque arduo: costruire «il nuovo centrosinistra unito», come dice lui stesso, contrastando tuttavia le pericolose forze centrifughe. E pensando al suo Pd come a una forza politica che può tornare a parlare al Paese e non solo a una sua parte, come ha dimostrato il modello Abruzzo: a chi ha abbandonato il Pd per votare M5s e che ora è in difficoltà e si rifugia nell’astensione, ma anche a quei moderati del centrodestra che non si riconoscono nella leadership salviniana.

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