editorialeEUROPARLAMENTO E M5S

Se la coerenza dei valori prevale sulla tattica

di Adriana Cerretelli

Il leader dell’Alde, il belga Guy Verhofstadt (Epa)

3' di lettura

Una rivolta incontenibile del gruppo liberale finita con uno schiaffo sonoro al suo leader, il belga Guy Verhofstadt, che credeva di poter manipolare la base a suo piacimento e invece alla fine è stato costretto a rimangiarsi l’accordo contro natura con il Movimento di Beppe Grillo.

Per una volta, a sorpresa, ha perso l’Europa dell’opportunismo più spregiudicato e ha vinto quella migliore: dei valori identitari e della coerenza politica, quasi sempre vilipesi senza ritegno. Non accade tutti i giorni.

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Alla vigilia di una serie di importanti appuntamenti elettorali in Olanda, Francia, Germania e forse anche Italia, la bruciante sconfitta dell’ex-premier belga lancia anche un segnale inequivocabile a tutti gli apprendisti stregoni d’Europa: è possibile vendere l’anima al populismo ma solo per chi non ce l’ha un’anima politica, per tutti gli altri è un gioco perdente. Anzi suicida. Per batterlo meglio muoversi sul proprio terreno, mandare ai cittadini messaggi chiari, trasparenti.

È questa la lezione esemplare che scaturisce dal clamoroso passo falso di Verhofstadt, che sognava di tornare a fare del suo gruppo il terzo dell’emiciclo per importanza, dopo popolari e socialisti, ma sperava soprattutto di conquistare così, il 17 gennaio, la presidenza dell’europarlamento.

Pur di riuscirci, era disposto a tutto, a scavalcare i suoi armeggiando in solitudine nelle segrete stanze della politica europea con alambicchi e pozioni varie pur di realizzare il suo “patto con il diavolo”, conquistarsi i 17 voti del M5S che aggiunti ai suoi 68 avrebbero promosso i liberali a terza forza parlamentare.

Non importa se in questo modo avrebbe procurato all’Europa uno shock degno della saga dell’incredibile, che l’anno scorso ha visto la vittoria di Brexit prima e poi quella di Donald Trump alle presidenziali Usa.

Peccato che, macerato dalla nostalgia del potere, il leader dell’Alde abbia perso lucidità orchestrando l’anomalo matrimonio con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

l sodalizio tra il perbenismo politico-ideologico del liberalismo europeo e la sedizione anti-sistema eletta a politica del grillismo “descamisado” è apparsa subito ai liberali non una spregiudicata ma utile scelta strategica ma una contorsione impossibile e assolutamente inaccettabile.

Da una parte un partito che discende dalla tradizione alta della democrazia rappresentativa europea, un partito europeista e federalista, pro-euro, pro-disciplina dei conti pubblici, pro-riforme, pro-Ttip e libero commercio.

Dall’altra il suo esatto contrario: un movimento personalistico nato e cresciuto sul web non privo di ombre, campione della democrazia diretta dal basso però pilotata dall’alto, nazionalista, localista, protezionista e no-global, anti-federalista, anti-europeista e anti-euro, anti-rigore e pro-mutualizzazione del debito italiano.

Se la scelta di Grillo di passare dall’estremismo euroscettico del gruppo di Nigel Farage, l’autore di Brexit, all’estremismo opposto del club di Verhofstadt aveva una logica immediata nella conquista di più potere, soldi e poltrone parlamentari e, in prospettiva, di un’aura di presentabilità politica anche in vista delle elezioni italiane, quella di Verhofstadt è suonata ai più come un’operazione più a perdere che a guadagnare.

È vero che con l’ingresso dei 17 del M5S il gruppo liberale sarebbe tornato più forte nell’emiciclo ma lo spudorato cinismo che lo ispirava rischiava di trasformarsi in un micidiale boomerang politico: nella prova provata, la prima, dell’imbarbarimento dei partiti tradizionali che, per il più bieco opportunismo politico, accettano di pagare qualsiasi prezzo, calpestando la propria identità e i propri valori, accodandosi ai cattivi maestri populisti nella vana illusione di poterne trarre solidi benefici o magari riuscire anche ad ammaestrarli.

Non è andata così, questa volta. Forse Verhofstadt, che voleva la poltrona più alta del parlamento, alla fine perderà anche quella di leader del gruppo. «Quella di Grillo non era la conversione di Paolo sulla via di Damasco. Sull’economia niente ci univa al suo movimento, dietro il quale si dice ci sia anche l’ombra della Russia di Putin, che di questi tempi mesta nelle democrazie occidentali», commenta la liberale francese Sylvie Goulard.

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