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Se i dati macro lasciano indifferente Wall Street

di Walter Riolfi

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(REUTERS)


2' di lettura

Il paradosso che esce dai dati Markit di febbraio è che l’economia della tanto bistrattata eurozona parrebbe andare meglio di quella della felice America. Ammesso che gli indici Markit siano confrontabili, il Vecchio continente starebbe crescendo a ritmi più veloci: di certo in Germania e Francia, ma probabilmente pure nei Paesi periferici (si veda l’articolo a pagina 5). Se quei numeri vanno maneggiati con prudenza, poiché si riferiscono al singolo mese di febbraio, si possono tuttavia trarre alcune considerazioni: negli Stati Uniti la tendenza è di un rallentamento della crescita; in Eurozona, invece, di una accelerazione. In entrambi i casi, i numeri di Markit lascerebbero intendere un aumento del pil attorno al 2,5% annuo: che è parecchio per noi e una mezza delusione per gli americani.

Anzi, una doppia delusione. Perché sull’euforia seguita all’elezione di Donald Trump, è volata Wall Street, s’è rafforzato il dollaro, la fiducia dei consumatori è andata alle stelle e persino quella degli imprenditori, secondo alcuni indicatori, avrebbe raggiunto gli indimenticabili livelli del 1984, quando, con Roland Reagan alla presidenza, il pil Usa crebbe di oltre il 7%. A prescindere dalle simpatie politiche per la presunta «rivoluzione» Trump, l’ottimismo degli imprenditori americani, i piccoli in particolar modo, è andato un po’ oltre ogni razionale conclusione, non fosse altro perché, al di là dell’enfasi oratoria, nulla ancora sappiamo della riforma fiscale, del piano di infrastrutture e dei dazi doganali. Non a caso, pure alcuni indici di fiducia tra i consumatori (quello del Conference Board o dell’università del Michigan, per esempio) hanno accennato una correzione, dopo il balzo di novembre e dicembre.
Sempre euforica resta, invece, Wall Street che, anche ieri, ha visto l’S&P scalare un nuovo record. Questa imperturbabilità si spiega probabilmente con il continuo flusso di denaro che, attraverso i fondi e soprattutto gli Etf, si riversa sulla borsa dai tanti piccoli investitori. A 2.360 punti, l’indice ha già superato gli obiettivi che alcuni grandi broker s’erano posti solo due mesi fa e, tra questi, c’è Goldman Sachs che tanti suoi uomini ha prestato all’amministrazione Trump.

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È arduo affermare che a Wall Street si stia formando una pericolosa bolla speculativa, anche perché, come ha osservato Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, è davvero difficile riconoscere una bolla prima che scoppi. Ma Kashkari, ieri, ha aggiunto alcune interessanti osservazioni: ha ammesso che la Fed ha, come terzo mandato, la stabilità delle attività finanziarie e, indirettamente, ha manifestato perplessità sulla presunta rivoluzione Trump. S’è chiesto come, con la «sola matematica», sia possibile una crescita del pil al 4%, ha precisato che se la politica fiscale non migliora la produttività crea inflazione e ha ricordato lo storico impegno degli Usa a favore del libero scambio.

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