commercio internazionale

Se il destino del Ceta è appeso ai campanili

di Gianpaolo Rossini

3' di lettura

Apertura internazionale ed Europa sono idee che non brillano più. Ne fa le spese il Ceta, trattato di libero scambio stipulato tra Ue e Canada. Nel 1957 col Trattato di Roma che dà vita alla Unione europea (allora Comunità europea) i Paesi membri federalizzano nella Commissione le politiche commerciali, compresi i Trattati, verso Paesi terzi. Quando gli accordi non si limitano agli scambi mercantili e toccano altre materie come quelle finanziarie o la proprietà intellettuale, allora la Commissione non basta e occorre la ratifica di ciascun stato della Ue.

È il caso del Ceta, che nella sua prima versione, nel 2016 trova l’opposizione di una parte del Belgio, la Vallonia, contraria ad alcune norme sui contenziosi commerciali tra canadesi ed europei. Si apportano migliorie e il Trattato è ratificato da diversi membri Ue mentre altri dovrebbero seguire presto, anche se incidenti di percorso non sono da escludere, visto che diverse voci del governo italiano giallo-verde sono per non ratificare. Alle quali arriva il sostegno della Coldiretti, associazione degli agricoltori proprietari di aziende agricole. L’intesa commerciale non riconoscerebbe adeguatamente i prodotti italiani del territorio, lasciando campo libero alla contraffazione e all’imitazione in Canada. L’ennesimo caso di Italia bistrattata in Europa.

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Ma sarà vero? Il Ceta è un documento di 30 capitoli cui la Commissione (dove l’Italia ha un peso non marginale), lavora con i canadesi per più anni. Il Trattato, tra l’altro, riconosce e tutela l’indicazione geografica di provenienza nel mercato canadese di parecchie specialità agroalimentari. Dunque non potranno essere venduti beni prodotti fuori dalle aree di denominazione che utilizzino lo stesso nome. Ad esempio l’etichetta Parmigiano Reggiano potrà essere usata solo da formaggio prodotto dal consorzio nella zona italiana di tutela. In assenza del Ceta, in Canada non ci sarà alcuna protezione e quindi si potrà vendere una confezione di Parmigiano Reggiano prodotta da un caseificio canadese. Con il Ceta, no.

Andiamo però a vedere quali prodotti italiani agroalimentari sono protetti nel Ceta da imitazione oltre al Parmigiano? In Appendice 20 troviamo l’elenco. Al Bel Paese sono riconosciute 40 tipicità territoriali. Non poche visto che i francesi ne hanno 42, gli spagnoli 27, i greci 16, i tedeschi 12. Coldiretti e governo levano gli scudi. Probabilmente volevano un maggior numero di denominazioni protette. Non ci resta allora che scorrere l’elenco. Tra certezze come il Parmigiano Reggiano troviamo parecchie sorprese. Sulle 40 etichette italiane ben due sono per l’aceto balsamico di Modena. Una per “Aceto balsamico tradizionale di Modena” e l’altra per “Aceto balsamico di Modena”. Da consumatore abituale italiano di aceto cado dalle nuvole. Chiedo lumi e scopro che ci sono due consorzi, forti tra i nostri rappresentanti a Bruxelles, in guerra da anni. Ma la litania prosegue. C’è protezione distinta per il “prosciutto di Modena” e il “prosciutto di Parma”. Ancora due consorzi, che consentono peraltro utilizzo di materia prima che proviene da aree al di fuori delle due province. Non conoscevo l’etichetta “prosciutto di Modena” e neppure nella vicina Bologna lo trovo. Appaiono poi tre distinti tipi di speck: “Speck dell’Alto Adige”, “Sudtitoler Speck” e “Sudtiroler Markenspeck”. Senza contare, bizzarria europea, che l’Austria protegge il “Tiroler Speck”. Analogamente abbiamo due etichette protette: la “mela dell’Alto Adige” e la “Sud Tiroler Apfel” (Apfel sta per mela in tedesco). Procedendo tra campanilismi sfrenati riconosciamo “Olio Veneto Valpolicella”, “Olio veneto dei colli Berici ed Euganei” nonché il “Veneto del Grappa”. Si tratta di produzioni di olio di oliva limitate che quasi mai varcano i confini delle loro province, sconosciuti nel resto d’Italia. E che dire del “kiwi di Latina”, un frutto che ha cominciato a essere coltivato appena 40 anni fa in quasi tutta Italia e che con questa denominazione è noto solo in provincia di Latina. E la “Garda carne fresca e congelata”? Tra i miei parenti veronesi nessuno la conosce. La lista di doppioni e produzioni quasi sconosciute che l’Italia vorrebbe protette dal Ceta è lunga e sconcertante.

Dire che il Ceta danneggia le nostre tipicità è affermazione priva di fondamento. In più, se non ratifichiamo il Ceta non proteggiamo neppure le 40 produzione riconosciute. E quindi si finisce per fare male proprio a coloro che si finge di sostenere. Meglio sarebbe cercare di essere più coesi e responsabili. Cedere a sfrenati e pasticcioni campanilismi rischia di ridicolizzarci fuori e dentro i nostri confini. Buttare il Ceta e inveire contro Europa e libero scambio è un errore che qualunque cittadino informato riconoscerebbe.

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