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Se i dividendi di Cdp vengono prima della sua missione

di Alessandro Penati


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3' di lettura

Questo Governo, anche più dei precedenti, punta sulla Cassa depositi e prestiti (Cdp) come motore per lo sviluppo, in un rinnovato entusiasmo per lo Stato alla guida di una politica industriale per il Paese. Come enfaticamente rimarcato nella presentazione del suo nuovo piano triennale: «Dall’Italia per l’Italia. Promuoviamo lo sviluppo dell’Italia».

La presentazione prosegue: «Impieghiamo responsabilmente il risparmio del Paese per favorire crescita e occupazione, sostenendo l’innovazione e la competitività delle imprese, le infrastrutture e il territori».

Seguono iniziative, interventi, obiettivi e strategie sulla cui utilità è difficile non concordare. Di fatto la Cdp surroga una Pubblica amministrazione (Pa) inefficiente, incapace di accedere ai fondi Ue e di utilizzarli, di promuovere e realizzare progetti infrastrutturali, di sviluppare servizi di pubblica utilità o riqualificare territorio e aree urbane, e via di seguito. In parole povere, lo Stato usa un’entità fuori della Pa per fare quello che Pa non riesce a far bene.

Ma a leggere i bilanci, sorgono dubbi sulle reali capacità della Cassa di mobilitare risorse finanziarie capaci di incidere veramente sullo sviluppo. Secondo gli ultimi dati disponibili, Cassa S.p.a. ha un attivo totale di 366 miliardi, appena la metà di quello di Intesa Sanpaolo o UniCredit. Opera con una leva totale elevata, di 15,4 volte il patrimonio, simile a quella di Intesa o UniCredit, anche se banca non è. Quindi non può espandere il proprio attivo indebitandosi di più, se non mettendo a rischio il rating; né può sperare in un aumento di capitale perché lo Stato, azionista di controllo, è affamato di risorse da incassare sotto forma di dividendi. Né può cambiare la struttura del proprio attivo, come analizzato di seguito.

Al netto di derivati, ratei, risconti e poste minori, Stato ed enti locali assorbono circa 270 miliardi dell’attivo (è quasi l’80%) della Cassa che, al tempo stesso, raccoglie circa 270 miliardi per conto dello Stato, con strumenti garantiti dallo Stato, incluso il risparmio postale: finanziariamente è debito pubblico, con un’opzione put per il rimborso alla pari. Così la Cassa prevalentemente raccoglie risorse dello Stato per lo Stato. Ma poiché i tassi attivi e passivi praticati per questa attività di intermediazione sono di fatto stabiliti dal governo, il margine di interesse di Cassa è un “prezzo” politico che, al netto delle commissioni retrocesse a Poste italiane, costituisce poco più
della metà del suo utile.

    Il conto economico di Cassa dipende quindi in modo cruciale dai dividendi da partecipazioni (quasi metà dell’utile) che, in prevalenza, i vari governi hanno parcheggiato a vario titolo in Cassa (come Eni, Terna, Poste, Snam, Italgas, Fincantieri) e su cui Palazzo Chigi esercita il controllo effettivo. Si crea così un circolo vizioso: Cdp ha una parte del suo attivo immobilizzato in partecipazioni che non controlla, i cui dividendi sono però cruciali per il suo conto economico, dal quale dipendono i dividendi che deve corrispondere allo Stato azionista. Ovvio l’interesse di quest’ultimo a mantenere elevata la redditività delle partecipate. Così Snam, Terna e Italgas (reti regolamentate di pubblica utilità) sono nel 5% delle società con un margine prima di interessi e imposte (Ebit) più elevato tra tutte le 460 società non finanziarie dell’indice del mercato azionario europeo. Aiuta a capire le ragioni dietro l’accesa diatriba sul conferimento della rete Tim in Openfiber, entrambe partecipate da Cdp, per farne una società regolamentata di pubblica utilità.

    Quel che resta dell’attivo è per le imprese e l’economia reale. E non è molto.

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