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Se Draghi liberasse le camere e gli italiani dai maledetti maxiemendamenti?

Non servono riforme costituzionali ma qualche ritocco ai regolamenti del Parlamento per evitare che il procedimento legislativo ordinario venga annullato a discrezione del governo

di Montesquieu

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3' di lettura

Fino ad oggi, le vere sorprese da Mario Draghi riguardano il suo rapporto con il Parlamento. Il resto, qualsiasi risultato ottenga la sua azione di governo, non sorprenderà nessuno, viste le impressionanti credenziali. L’emozione palpabile del debutto, la considerazione che il buon funzionamento delle istituzioni è fondamentale per l’economia, quasi un’eresia per un economista; il ritorno nelle assemblee di Camera e Senato dei grandi dibattiti che precedono i grandi appuntamenti; la scelta del decreto legge come primo atto antipandemico, forse influenzata da un parere del Comitato della legislazione di Montecitorio. In poche settimane, parole ed atti inequivocabili, un rispetto che i governi non avevano da tempo verso le Camere.

La sopraffazione dei governi sulle Camere

E un atto di buona volontà, la scelta del decreto legge, che non però coglie il dato reale della crisi della legislazione: crisi multiforme, in primo luogo sintomo della sopraffazione dei governi sulle Camere, quella legislativa. Il nodo da sciogliere non è infatti nella natura amministrativa del Dpcm in luogo di quella legislativa del decreto legge: quantomeno per la intensa interlocuzione dei Dpcm con le camere, superiore a quella di molti atti di legislazione. E non solo i decreti legge o le leggi di bilancio, ma anche la legislazione ordinaria.

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Il procedimento legislativo secondo la Costituzione

Del procedimento legislativo ordinario, quello dell’ articolo 72 , che disciplina le attività di commissioni ed assemblee, seziona le leggi in articoli, pretende dalle leggi unicità di argomento, garantisce diritti di emendamento e di voto ai parlamentari; di quel procedimento può non rimanere più nulla, quando lo decidano i governi, a loro discrezione. Di certo, dopo l'iniziale, burocratica assegnazione di un progetto di legge alla commissione competente, Camera e Senato hanno la sola garanzia di un voto conclusivo, sotto forma di fiducia al governo. Oggetto è il vero protagonista delle legislazione dei nostri giorni: un serpentone chiamato maxiemendamento, privo di limiti alle dimensioni e di obblighi di coerenza e di omogeneità dei temi trattati. Un testo indivisibile e intangibile, perché il tutto possa concludersi con il voto di cui sopra. Quando arriva da palazzo Chigi quel testo, tutto si ferma, anche retroattivamente. Lavoro sprecato, utile solo al pensiero populista del lavoro parlamentare misurabile in quantità.

Parlamentari spettatori

Impressiona, di questo sovvertimento di funzioni costituzionali, l’impermeabile omertà dell’intero arco parlamentare: maggioranze e opposizioni sanno che la ruota dell’alternanza gira, e chi subisce oggi profitterà domani. Fa più scandalo un Dpcm che sfugge al procedimento legislativo, di cento leggi delle quali Assemblee, commissioni e parlamentari siano semplici spettatori. Il fenomeno, al di fuori di ogni ipocrisia, è l’amministrativizzazione della funzione legislativa, sotto il profilo della valutazione istituzionale. Persino leggi elettorali hanno subito questa sorte.

Il parere degli organi di tutela costituzionale

Da notarsi che prassi e precedenti di un procedimento legislativo così scheletrizzato, non possono vantare avalli dagli organi di tutela costituzionale: tale non è il giudizio del capo dello Stato di “compressione” del Parlamento, sulla legge di stabilità del 2019; e nemmeno la mancata considerazione da parte delle Corte costituzionale del ricorso avanzato dai gruppi di opposizione contro i metodi brutali di approvazione della stessa legge l’anno successivo. E viceversa, l'anno successivo, a parti invertite. Gli unici avalli a queste scorciatoie legislative sono venuti dai presidenti delle Camere, avalli privi di titolo, e dimostrazione di una terzietà sempre più tenue.

Pochi decidono tutto per tutti

Al di là del sopruso formale, la legislazione dei maxiemendamenti porta la responsabilità di un degrado avvilente della nostra legislazione, a spese degli elettori, cui è rimasto per tranquillità sociale solo il titolo di popolo sovrano. Anche se ben poco decidono nella scelta dei loro rappresentanti; e a loro volta quei rappresentanti decidono ancora meno nelle decisioni delle Camere. Pochi partiti, al giorno d’oggi poche persone, decidono tutto per tutti. Proprio quei primi atti, quelle prime parole di Mario Draghi e del suo governo, nascondono l’auspicio e la possibilità che proprio il meno parlamentare dei governi, il meno esposto all’influenza dei partiti, il meno sensibile al consenso degli elettori, possa mettere mano allo spostamento di funzioni dal parlamento al governo. O iniziare a farlo: non servono riforme costituzionali, al massimo qualche ritocco ai regolamenti delle camere.

Via i maxiemendamenti in cambio di iter dai tempi certi

Ma soprattutto serve un’iniziativa del governo, di rinuncia alla presentazione degli osceni maxiemendamenti, in cambio di certezze nei tempi dell’iter delle leggi. Di quelle che le democrazie funzionanti concedono ai governi. Via i maxiemendamenti, rinasce l’esame articolo per articolo, cade l'utilità del voto di fiducia, da moltiplicarsi per il numero degli articoli. Il grimaldello che ha fatto saltare l’articolo 72 della Costituzione , è tutto in questa strana coppia, maxiemendamento e voto di fiducia. Basta poco, basta la buona volontà delle parti, per far cessare il paradosso di una costituzione materiale inconciliabile con quella formale.

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