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Se le élite politiche non sono classe dirigente di governo

L’ossessione per i dissidi interni ha avuto il sopravvento sulle sintonie nazionali ed europee

di Carlo Carboni

(Adobe Stock)

3' di lettura

In questi giorni di marosi elettorali tra leader e partiti, abbiamo modo di riflettere se sia preferibile affidare il timone a un’élite politica o a una classe dirigente di governo degna della definizione di Gaetano Mosca. Per giunta, in un Paese in cui le élite abbondano, ma una classe dirigente di governo è merce rara. Il governo Draghi lo era, perché era il simbolo della disponibilità di gran parte dei poteri economici e finanziari dominanti di governare con élite politiche rimaste a corto di soluzioni e d’idee per il Paese. Quindi stop al chiacchiericcio politichese, punti di programma e scadenze di riforma da rispettare: è quanto macina una classe dirigente di governo. La caduta del governo Draghi è un caso che richiede una precisazione sull’uso disinvolto e intercambiabile d’élite e di classe dirigente. Purtroppo, avviene anche in letteratura sociale. Élite, in sintesi, è una minoranza ristretta della popolazione che sta “in alto”, posizionata al vertice della piramide sociale. È la fotografia di una posizione apicale, in vari campi; tuttavia, in democrazia, è élite quella politica, che viene eletta. La classe dirigente si crea dalla saldatura di interessi politici con quelli economici sociali, militari, culturali scientifici, che consente di prendere decisioni di governo legittime e condivise. La classe dirigente, in democrazia, è il film d’azione di un’élite politica capace di costruire un consenso sociale di governo. Un film che non è uscito nell’Italia della politica opaca. I partiti ormai stentano a onorare il mandato costituzionale di attori nella società e di costruttori nelle istituzioni della democrazia parlamentare. Circola tanta astensione e anche tanta autoreferenzialità e incapacità dei partiti di radicarsi nelle società locali e nei grandi gruppi sociali. Se però la politica dei partiti è troppo debole, una classe dirigente può costituirsi con la scesa nel campo nelle istituzioni dello stato di soggetti simbolo di una classe dirigente intesa come «combinazione della classe economica dominante e dei governanti politici (e militari)» (Michael Mann, 1987). Lo Stato non può governare con una politica autoreferenziale, senza un fermo sostegno di ceti, classi sociali, cittadini. La politica debole – con poca testa e piedi d’argilla – è dovuta ricorrere alla soluzione Mattarella: un patto di classe dirigente che Draghi, ex presidente Bce, ha guidato. Lo ha fatto, governando e con consenso sociale. Tuttavia, lo Stato non può governare con il solo consenso sociale, se gran parte della politica rifiuta di cementarsi nella missione di classe dirigente. Per questo Draghi si è dimesso.

Al patto è venuta a mancare gran parte dell’élite politica che, ha messo alla porta (per ora) una soluzione certa di classe dirigente di governo. La politica ha fretta di legittimare nuovamente sé stessa in quanto eletta e, in democrazia, come sostengono in letteratura i britannici (James L. Newell, 2015), classe dirigente è quella legittimamente eletta. Tuttavia, le élite democratiche da anni sono implose (Carboni, 2015). Non riescono a organizzare un governo stabile che governi per la legislatura, eletto dal Parlamento con un largo consenso sociale (al netto di un ragionevole tasso di astensione). Non hanno altro radicamento sociale se non la comunicazione interneTv. Sono ormai rare le sedi di partito e si rianimano (si fa per dire) solo in frangenti elettorali: insomma, partiti leggeri, anzi piuma. L’Italia va alle elezioni con l’incertezza irradiata dalla sensazione che, dopo, possano non esserci le condizioni per avere una classe dirigente di governo nella prossima legislatura.

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Alla fine – da elettore a lettore – mi chiedo, non senza retorica: Pericle aveva ragione nel bollare gli astensionisti «cittadini inutili», in fuga da una responsabilità politica e civile? Come essere sicuri di scegliere nell’urna chi ci offre una visione e uno stile da classe dirigente? Non saremo noi il problema incapaci di scegliere, un po’ persuasi e un po’ persi nel mezzo di tanti sondaggi e commercial elettorali? O è responsabilità di un’élite politica italiana inguaribilmente concentrata sui dissidi interni e poco sulle sintonie nazionali ed europee?

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