più investimenti nelle rinnovabili

Se il Fondo petrolifero norvegese diventa più «green»

di Michele Pignatelli


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(Reuters)

3' di lettura

Investire di più nelle rinnovabili. Un invito che potrebbe oggi apparire scontato, una sorta di mantra per governi e imprese, se non fosse che il destinatario è il Fondo sovrano norvegese, che ha costruito la sua ricchezza – un patrimonio da 990 miliardi di dollari – sul petrolio del Mare del Nord.

A formularlo è il think tank americano Ieefa (Institute fo Energy Economics and Financial Analysis), in un report che – al di là degli aspetti prettamente finanziari – è anche emblematico del dilemma squisitamente politico che il Paese si trova ad affrontare in materia di scelte energetiche.

Il declino dei guadagni da combustibili fossili
Presentando quest’anno al Parlamento le sfide che il Fondo sovrano del Paese deve affrontare, il ministero delle Finanze ha rilevato che entrambe le sue fonti di reddito – le vendite petrolifere e i rendimenti sul capitale investito – sono in calo. Istituito nel 1991, il Fondo è cresciuto fino a diventare il maggiore del mondo grazie ai proventi di petrolio e gas (tasse pagate dalle compagnie, licenze, partecipazioni azionarie) e agli investimenti nel mercato azionario e obbligazionario. Oggi detiene l’1,3% di tutte le azioni quotate, comprese partecipazioni in società responsabili di emissioni inquinanti pari a 90-100 milioni di tonnellate di Co2. Il modello finora è risultato redditizio – dal 1998 al 2016 il rendimento effettivo è stato del 3,79% - ma ha iniziato a segnare il passo dal 2014, con la netta flessione dei prezzi petroliferi. Così da quel forziere, destinato principalmente a garantire pensioni e welfare ai norvegesi, il governo si è visto costretto ad attingere per far fronte a esigenze di budget prima sconosciute.

Le opportunità delle rinnovabili
L’economia norvegese oggi ha ripreso vigore, nel primo semestre dell’anno è cresciuta dell1,3% escludendo le attività petrolifere, ma una rinnovata strategia per il Fondo rimane una priorità. Di qui i “suggerimenti” del think tank Ieefa.

Almeno 25 miliardi di dollari potrebbero essere investiti nel segmento delle rinnovabili

Oggi il mandato affidato al management dal ministero delle Finanze è di limitare gli investimenti nelle rinnovabili a 5-8 miliardi di dollari: troppo poco per un settore che l’istituto americano definisce “un segmento a crescita rapida, con rendimenti allettanti e un outlook positivo”. L’opportunità, secondo lo Ieefa, è offerta dall’ampliamento degli investimenti azionari del Fondo dall’attuale 62,5% al 70% del suo capitale, deciso quest’anno dal ministero delle Finanze di Oslo; almeno un terzo di questo denaro disponibile per nuovi investimenti - ossia ben 25 miliardi di dollari - potrebbe essere indirizzato, a giudizio del think tank, verso le rinnovabili: utilities, società quotate, progetti infrastrutturali.

Il Primo ministro Erna Solberg (Afp)

La politica energetica a un bivio
La scelta ricadrà sul nuovo governo che uscirà dalle elezioni del prossimo 11 settembre. Quello attuale di centrodestra, guidato da Erna Solberg, ha oscillato tra aperture verso un modello meno dipendente dal greggio (e più orientato alle rinnovabili) e scavi nell’Artico, ancora alla ricerca dell’oro nero. Da una parte, come è ormai tendenza diffusa in Scandinavia e nel Nord Europa in genere, il Paese si fa paladino della responsabilità ambientale degli Stati e punta con decisione sulle energie pulite: il 98% della produzione di elettricità deriva da fonti rinnovabili, per lo più energia idroelettrica, ed è stato lanciato l’ambizioso progetto di avere, entro il 2025, l’intero parco auto a impatto zero (già oggi è elettrico il 35% delle automobili nuove vendute, anche grazie a un generoso sistema di sussidi). D’altra parte, però, la Norvegia rimane il maggiore produttore europeo di petrolio, il colosso nazionale Statoil ha effettuato quest’estate scavi nel Mare di Barents (peraltro con esito non soddisfacente) per rimpiazzare la produzione in declino del Mare del Nord, mentre un po’ tutti i partiti - quelli di governo ma anche i laburisti, principale raggruppamento di opposizione - non escludono di iniziare lo sfruttamento delle promettenti risorse petrolifere sottomarine di Lofoten, Vesteralen e Senja, arcipelago della costa settentrionale norvegese che è una sorta di paradiso naturale (nonché della pesca al merluzzo).

L’arcipelago delle Lofoten (Agf)

In ballo, dunque, c’è di più delle scelte di investimento del Fondo sovrano: come ha scritto il Financial Times in un recente reportage dall’arcipelago citato, su petrolio e energia finisce per giocarsi una partita che va oltre gli aspetti economici, coinvolgendo l’anima del popolo norvegese.

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