falchi & colombe

Se Freud (e non Keynes) è di casa alla Fed

di Donato Masciandaro


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(Reuters)

4' di lettura

Il presidente della Fed taglierà o no i tassi di interesse? Perché non sceglie e non spiega? La risposta può essere cercata tra le motivazioni tradizionali: il benessere degli Usa, il ruolo dei mercati finanziari, l’incertezza macroeconomica.

Oppure la risposta può essere cercata utilizzando ragioni meno scontate e innovative - il tornaconto del burocrate, la psicologia. Le seconde appaiono più efficaci delle prime.

Anche nella settimana appena trascorsa il dibattito negli ambienti economici e finanziari è stato dominato dall’enigma Fed. Una fitta nebbia avvolge le decisioni che la banca centrale americana prenderà alla fine di questo mese, dopo che a partire da dicembre l’orientamento della politica monetaria ha registrato una netta conversione: una direzione di tendenziale ritorno verso tassi di interesse in graduale rialzo si è trasformata prima in uno stallo, poi in una attesa di ribasso. La banca centrale non decide. Perché? Per interpretare la condotta del presidente Jerome Powell e dei suoi colleghi del consiglio della Fed si possono utilizzare due approcci: uno tradizionale e consolidato, l’altro meno convenzionale e innovativo.

L’approccio tradizionale parte dal pressuposto che le scelte di Powell coincidano con l’interesse nazionale degli Stati Uniti a una crescita economica sana e regolare nel medio periodo. Se questo assunto è vero, l’incertezza di Powell dipende dal fatto che c’è incertezza su quale sia la condotta di politica monetaria più idonea. Il presidente Trump, ad esempio, non ha dubbi sul fatto che la Fed dovrebbe immediatamente abbassare i tassi di interesse. Ma possiamo esercitare almeno il beneficio del dubbio sul fatto che la visione del presidente coincida sempre e comunque con l’interesse del suo Paese. Quindi anche per Powell abbiamo bisogno di una bussola che ci informi in modo trasparente sulla rotta che la Fed segue, in modo da avere tutti un metro di giudizio. Quindi l’approccio consolidato ci dice che il banchiere deve comunicare in modo trasparente e credibile il legame tra i suoi obiettivi, i suoi strumenti, e la loro reattività agli shock macroeconomici; la Fed dovrebbe comunicare la sua funzione di reazione. Ma non lo fa. Perché? La prima spiegazione è che la funzione di reazione è difficile da definire. Non regge. È possibile dimostrare che tutte le scelte fatte finora dalla Fed potrebbero essere spiegate con una specifica funzione di reazione, esplicitando le ipotesi che la banca centrale formula in termini di andamento delle variabili macroeconomiche, reali e nominali.

Una seconda risposta è che la funzione di reazione non si può esplicitare perché è l’andamento dei mercati finanziari a essere imprevedibile; poiché non sappiamo come reagiscono i mercati, è meglio non esplicitare informazioni che potrebbero essere fraintese. Anche questa non regge. Il dovere di un buon banchiere centrale è quello di aumentare le informazioni, non contribuire a far crescere l’incertezza. Nel rapporto con i mercati, il leader deve continuare a essere il banchiere centrale: suo è il dovere di informare, prendendosi la responsabilità di gestire al meglio le reazioni dei mercati, anche quelle non previste. Guai se il leader - divenissero i mercati finanziari. Tutte le volte che la Fed ha accomodato i desideri dei mercati il risultato finale è stato una crisi finanziaria; l’ultimo esempio è la Grande crisi del 2008.

Una terza spiegazione è che l’inedito livello della incertezza macroeconomica impedisce alla banca centrale di essere più trasparente, costringendola di volta in volta a reagire a seconda dei dati che l’economia fornisce. Il leader è l’incertezza. Anche questa spiegazione zoppica. Si può avere una funzione di reazione anche in presenza di incertezza macroeconomica. Anzi: una Fed trasparente potrebbe continuare a essere dipendente dai dati, solo che sarebbero esplicitati quali sono i dati rilevanti.

Allora si deve prendere in considerazione un’altra eventualità: che Powell e i suoi colleghi facciano quello che gli conviene. In questa visione il banchiere centrale è un tecnocrate, cioè un burocrate. Il suo obiettivo è massimizzare la reputazione di essere un buon banchiere centrale, perché questo gli dà vantaggi presenti e futuri. Una simile prospettiva non è sempre coincidente con gli interessi di lungo periodo del proprio Paese. Ma le differenze si noterebbero meglio se la banca centrale - cioè la Fed - esplicitasse una sua funzione di reazione. In assenza di essa, la visione di Powell dovrebbe essere migliore di quella di Trump solo perché Powell è un burocrate indipendente. Non convince per nulla. Un burocrate indipendente che non si lega le mani con una funzione di reazione è semplicemente un soggetto irresponsabile, nel senso tecnico del termine. Come tale, quello che conta diventa la sua personale percezione dei costi e dei benefici di modificare i tassi, ovvero di non far nulla. Quindi la psicologia conta. La percezione individuale comprende anche la necessità di avere consenso nel board della Fed. Quindi non far nulla e spiegare il meno possibile può essere conveniente. In questo caso non serve Keynes, basta Freud.

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