nuovi equilibri

Se la globalizzazione futura sarà guidata dalla Cina

di Barry Eichengreen


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4' di lettura

L’erratico unilateralismo del presidente americano Donald Trump rappresenta una vera e propria abdicazione alla leadership economica e politica mondiale. Il suo ritiro dall’accordo di Parigi sul clima, l’abbandono del patto sul nucleare iraniano, la guerra dei dazi e i suoi frequenti attacchi nei confronti di paesi alleati o segnali di avvicinamento a paesi avversari, hanno rapidamente trasformato gli Stati Uniti in un partner inaffidabile per la difesa dell’ordine internazionale.

Ma le politiche ispirate allo slogan “America First” della sua amministrazione hanno fatto ben più che escludere gli Usa dalla leadership mondiale. Esse hanno anche creato uno spazio perché altri paesi possano ridefinire il sistema internazionale a loro piacimento. L’influenza della Cina, in particolare, è destinata ad aumentare in conseguenza di ciò.

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Basti pensare, ad esempio, che se l’Unione europea inizia a percepire gli Stati Uniti come un partner commerciale inaffidabile, sarà più incentivata a negoziare un accordo commerciale con la Cina, secondo condizioni accettabili per il governo del presidente Xi Jinping. Più in generale, se gli Usa voltano le spalle all’ordine mondiale, la Cina si ritroverà nella posizione ideale per assumere un ruolo guida nella riforma delle norme che regolano il commercio e gli investimenti internazionali.

Pertanto, la domanda chiave per il mondo è la seguente: cosa vuole la Cina? E che tipo di ordine economico internazionale hanno in mente i suoi leader?
Per cominciare, è probabile che la Cina continuerebbe a sostenere una crescita guidata dalle esportazioni. Come Xi ha dichiarato a Davos nel 2017, la Cina è impegnata a “promuovere un’economia globale aperta”. Ovviamente, Xi e il suo entourage non intendono smantellare il sistema commerciale mondiale.
Sotto altri aspetti, però, una globalizzazione dai tratti cinesi sarebbe diversa dalla globalizzazione che siamo abituati a conoscere. Rispetto alla prassi standard seguita nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, la Cina tende a basarsi più sugli accordi bilaterali e regionali che sui cicli di negoziati multilaterali.

Nel 2002, la Cina ha sottoscritto l’Accordo quadro sulla cooperazione economica globale con l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico. In seguito, ha negoziato una serie di accordi bilaterali di libero scambio con altri dodici paesi. Nella misura in cui la Cina continuerà a preferire gli accordi bilaterali ai negoziati multilaterali, il suo approccio implicherà un restringimento del ruolo dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).
Il Consiglio di Stato cinese ha invocato una strategia commerciale che «faccia capo alla periferia del paese, si irradi lungo la nuova Via della Seta (Belt and Road) e affronti il mondo». Ciò suggerisce che i leader cinesi hanno in mente un sistema a raggiera, in cui la Cina è il fulcro e i paesi che si trovano nella sua periferia i raggi. Altri anticipano il profilarsi di sistemi commerciali a raggiera che abbiano come centro la Cina e forse anche l’Europa e gli Stati Uniti – uno scenario che diventerebbe più verosimile nel momento in cui la Cina cominciasse a ridefinire il sistema commerciale globale.

Il governo potrebbe, a quel punto, formulare altri accordi istituzionali sinocentrici per completare la propria strategia commerciale. Tale processo è già in corso. Le autorità cinesi hanno fondato la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture, guidata da Jin Liqun, che è l’alternativa regionale alla Banca mondiale. La Banca popolare cinese ha messo a disposizione di oltre trenta banche centrali linee di swap per un importo di 500 miliardi di dollari, sfidando il ruolo del Fondo monetario internazionale. Per illustrare l’influenza del paese, nel 2016 la Banca di sviluppo cinese, che è gestita dallo stato, e la Banca industriale e commerciale della Cina hanno erogato aiuti di emergenza al Pakistan per un totale di 900 milioni di dollari, consentendo al suo governo di evitare, o quantomeno rimandare, il ricorso all’Fmi.
Un sistema internazionale plasmato dalla Cina darebbe, inoltre, meno peso ai diritti sulla proprietà intellettuale. Pur immaginando un cambio di atteggiamento da parte del governo cinese nel momento in cui il paese diventasse uno sviluppatore di nuove tecnologie, l’inviolabilità della proprietà privata è sempre stata relativa nel sistema socialista cinese. Pertanto, è probabile che le tutele della proprietà sarebbero più deboli rispetto a un regime internazionale a guida statunitense.

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Il governo cinese cerca di forgiare la propria economia attraverso sovvenzioni e direttive rivolte a imprese statali e non solo. Il piano Made in China 2025, teso a promuovere le capacità high tech del paese, è solo l’ultima incarnazione di questa strategia. L’Omc prevede delle norme tese a limitare tali sovvenzioni. Un sistema commerciale plasmato dalla Cina punterebbe, come minimo, a rimuovere questi vincoli.
Un regime internazionale a guida cinese sarebbe, inoltre, meno aperto all’afflusso di investimenti diretti esteri (IDE). Nel 2017, la Cina era seconda solo a Filippine, Arabia Saudita e Indonesia nella classifica degli oltre sessanta paesi valutati dall’Ocse sulla base del rigore del proprio regime interno in rapporto agli IDE.

Tali restrizioni sono un altro strumento studiato per offrire alle aziende cinesi un margine per sviluppare le proprie capacità tecnologiche. Il governo sarebbe, presumibilmente, a favore di un sistema che autorizzi altri paesi a fare uso di tali politiche. In un simile contesto, le multinazionali statunitensi che vogliono operare all’estero si troverebbero a fronteggiare nuovi ostacoli.
Infine, la Cina continua a esercitare uno stretto controllo sul proprio sistema finanziario, nonché a mantenere delle restrizioni sugli afflussi e i deflussi di capitali. Se è vero che l’Fmi ha recentemente mostrato più apertura verso tali controlli, un sistema internazionale guidato dalla Cina sarebbe ancora più conciliante in merito alla loro applicazione. Il risultato sarebbero ulteriori barriere alle istituzioni finanziarie americane che cercano di fare affari a livello internazionale.
Riassumendo, se da un lato un’economia globale a guida cinese resterebbe aperta al commercio, dall’altro sarebbe meno rispettosa della proprietà intellettuale statunitense, meno aperta agli investimenti stranieri statunitensi e meno disponibile nei confronti degli esportatori e delle multinazionali statunitensi in cerca di condizioni paritarie. Questo è il contrario di ciò che l’amministrazione Trump afferma di volere, ma è anche il sistema che le sue stesse politiche sono destinate a creare.

(Traduzione di Federica Frasca)
Barry Eichengreen insegna economia all’Università della California, Berkeley, ed è un ex consigliere politico senior del Fondo monetario internazionale.

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