caso SALVINI

Se i grillini sparano sul quartier generale

di Paolo Armaroli


Da sinistra a destra, i due vicepremier del governo giallo verde Luigi Di Maio e Matteo Salvini (foto Ansa)

3' di lettura

Presidente della giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, nonché relatore sull’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Matteo Salvini richiesta dal tribunale dei ministri di Catania dopo che la procura si era espressa per l’archiviazione, Maurizio Gasparri è un veterano. Siede in Parlamento, prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, dalla bellezza di ventisette anni. E non ne è il decano, ex aequo con il gemello Ignazio La Russa, solo perché Umberto Bossi, il Senatur, fu già eletto nel 1987. Cinque anni prima.

Avendo l’argento vivo addosso, Gasparri ha ricoperto un’infinità d’incarichi senza risparmio di energie. E l’esperienza conta. Basti dire che la sua relazione introduttiva, presentata in giunta martedì scorso, è puntuale ed esaustiva. Ma c’è qualcuno che rimesta tra i fondi del caffè e tira a indovinare quale sarà la relazione finale del Presidente. Un azzardo perfino per un veggente.

Perché prima Salvini dovrà dire la sua in giunta: di persona o con una memoria. Quale che sia la relazione finale di Gasparri, una cosa è certa. Per quel poco che lo conosciamo, sarà corredata da solide pezze d’appoggio.

Nel frattempo, vediamo come si muovono i protagonisti sulla scacchiera senatoriale. Luigi Di Maio, felice come una pasqua, credeva di avere un poker d’assi in mano. Non aveva forse detto Salvini di non temere il giudizio dei magistrati e di volersi difendere non dal processo ma nel processo? Ma allora, ha concluso non senza ragione il vicepresidente pentastellato del Consiglio, voteremo senz’altro di sì all’autorizzazione. Altrimenti daremmo un dispiacere all’alleato.

Il piano era ben congegnato. Con quel sì Di Maio pensava di prendere due piccioni con una fava. Da una parte mandare sotto processo l’alleato/rivale. E tenerlo a bagnomaria per chissà quanto tempo. Con il rischio di una condanna definitiva che, ai sensi della legge Severino, lo avrebbe fatto decadere dal Parlamento e con il risultato della sua ineleggibilità per sei anni. Ma un ministro condannato potrebbe mai restare nel pieno esercizio delle sue funzioni? Di sicuro no. Dall’altra, un sì pronunciato per non fare un dispetto all’amico Salvini non avrebbe esposto i grillini all’imbarazzante dilemma tra un sì e un no.

Sono queste considerazioni che hanno convinto Salvini a una retromarcia. Né lo tranquillizzava la promessa di Di Maio. Quella di dire al processo di condividere pienamente l’operato di Salvini sul caso Diciotti, che gli ha comportato l’accusa di sequestro di persona. L’uomo fiuta l’aria meglio di un segugio. Quello “stai sereno” di marca renziana sottinteso da Di Maio, più che tranquillizzarlo, lo ha messo ancor più sul chi vive. E, abilissimo com’è a rigirare la frittata, è passato al contrattacco.

Onestamente, non possiamo dargli torto. Difatti Di Maio, Danilo Toninelli e infine Giuseppe Conte hanno dichiarato che la responsabilità è comune. Ne consegue che un eventuale sì dei grillini all’autorizzazione si configurerebbe come un no a un governo del quale i pentastellati sono magna pars. Una situazione pirandelliana. Sia in giunta sia in assemblea il voto è a scrutinio palese. Perciò quell’ipotetico sì, sul quale lo stesso Di Maio non è più sicuro di mettere le mani sul fuoco, equivarrebbe a una mozione di sfiducia. Dalla quale conseguirebbe automaticamente la crisi ministeriale. E, con ogni probabilità, lo scioglimento delle Camere. A meno che il presidente Sergio Mattarella non si rassegni a un governo di centrodestra nato all’insegna del trasformismo.

Ecco, non vorremmo che su una spalletta del lungotevere spuntasse una scritta del seguente tenore: “Aridatece Agostino Depretis”. Un trasformista senza eguali. Dopo tutto, meglio l’originale delle fotocopie.

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