politica e società

Se le identità uniscono, anziché dividere

La democrazia non consiste in maggioranze che vincono e minoranze che perdono: è ognuno di noi che si assume la responsabilità di contribuire al benessere

di KwameAnthony Appiah


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(AFP)

11' di lettura

Partiamo da una storia. Più di ottocento anni fa, un cavaliere normanno di nome Guillaume de Crispe si trasferì in un villaggio non lontano da Oxford, in Inghilterra. Nel 1921 nacque la sua sedicesima bisnipote, a neanche venti chilometri di distanza, in una famiglia che ormai da tre secoli veniva chiamata Cripps. Negli anni 50 questa donna trovò un lavoro a Londra, in un’organizzazione che lavorava per l'armonia razziale. Fu così che conobbe uno studente di giurisprudenza proveniente dalla colonia britannica della Costa d’Oro. Era un militante anticolonialista, presidente del Sindacato degli studenti dell’Africa occidentale e rappresentante in Gran Bretagna di Kwame Nkrumah, che avrebbe guidato la Costa d’Oro all’indipendenza, con il nome di Ghana, nel 1957. Si sposarono.

Io fui il loro primo figlio.

La famiglia di mio padre veniva dall’Ashanti, una regione nel cuore della moderna Repubblica del Ghana. La sua genealogia risaliva fino a un generale del XVIII secolo, un illustre esponente dell’aristocrazia militare che creò l’Impero Ashanti; e il suo nome – Akroma-Ampim – è uno di quelli che mi hanno dato i miei genitori.

Il mio libro, La menzogna dell’identità: come riconoscere le false verità che ci dividono in tribù, è pieno di storie di famiglia come queste, perché volevo cercare di capire in che modo le narrazioni plasmano la percezione che abbiamo di noi stessi. Il senso dell’identità di ogni persona è inevitabilmente determinato dal suo background personale, ma sei dei capitoli del libro sono dedicati ognuno a identità largamente condivise: genere, fede religiosa, nazionalità, colore, classe sociale e cultura. Perché sono importanti? E cosa hanno mai in comune?

Questi modi così disparati di suddividere le persone hanno effettivamente alcune cose importanti che li uniscono, e sono tre: la prima è che tutte le identità sono accompagnate da etichette e idee su perché e a chi dovrebbero essere applicate; la seconda è che l’identità di una persona definisce le sue idee sul modo in cui dovrebbe comportarsi; la terza è che influenza il modo in cui le altre persone la trattano. Per concludere, tutti questi aspetti dell’identità sono regolarmente oggetto di contestazione: chi fa parte del gruppo, come dev’essere fatto, come deve comportarsi ed essere trattato.

Quanto al motivo per cui l’identità è importante, la risposta, in breve, è che le identità sociali con queste caratteristiche sono molto importanti per fabbricare le nostre comunità e le nostre vite. Fabbrichiamo la nostra vita in quanto uomini e donne, in quanto italiani e americani, in quanto cattolici e protestanti. Ma spesso e volentieri, nel mondo moderno, le identità sono importante non perché uniscono le persone, ma perché le mettono una contro l’altra.

Un’altra storia di famiglia: mio padre fu eletto nel nostro primo Parlamento in Ghana, alla fine degli anni 50. Mio nonno, era stato primo ministro del Regno Ashanti, e mio padre, come suo padre, sentiva fortemente la sua identità di ashanti. Ma uno dei grandi temi della vita di mio padre come politico, negli ultimi trent’anni, è stata l’importanza di combattere quello che definiva il «tribalismo».

Nell’inglese del Ghana, chiamiamo «tribù» i tanti gruppi etnici che compongono il Paese, e la maggior parte dei ghanesi è orgogliosa di dirvi qual è la sua tribù. Il Ghana ha 23 lingue parlate da più di 50mila persone, e complessivamente le lingue sono più di 80, alcune parlate da più di una tribù. A seconda del criterio che si vuole adottare, si contano almeno cento tribù.

Uno dei significati che si può dare al termine «tribalismo» è quello di prendere troppo sul serio queste identità politiche più vecchie (più vecchie del Ghana, intendo) e non dare, di conseguenza, il giusto peso alla moderna identità nazionale. Mio padre pensava che quando operi come politico nazionale nel Parlamento ghanese, per esempio, non devi cercare di far ottenere alla tua tribù vantaggi indebiti rispetto alle altre; e non devi mai mancare di dare il giusto peso ai problemi delle tribù diverse dalla tua.

Era un ideale di cui la nostra scena politica non ha mai saputo mostrarsi mostrata all’altezza: tutti sono stati sempre più che consapevoli delle origini tribali dei nostri leader politici, e tutti hanno dato per scontato che far parte del gruppo etnico del presidente può offrire vantaggi immeritati.
Ma l’ideale resta comunque importante: le culture politiche sono definite da questi ideali, anche quando nella pratica non li rispettiamo. Lo Stato non deve avere un’identità tribale. Questo è l’ideale dell’antitribalismo. Il Ghana non dev’essere necessariamente ashanti, proprio come la maggior parte delle persone qui presenti, immagino, ritiene che l’Italia non dev’essere necessariamente bianca.

Sono cresciuto, quindi, sapendo che il tribalismo era un male. Il che significa che essere ghanese, cioè identificarsi con il Paese, era un bene. Eravamo patrioti ghanesi. Ma sono cresciuto anche pensando che ero un ashanti, e che la sorte degli ashanti – incarnati nel mio zio e prozio, re degli ashanti – era importante per me, per la mia famiglia e per tutti gli altri ashanti. Eravamo orgogliosi della nostra storia. Noi avevamo sconfitto gli inglesi in guerra in più di un’occasione. Noi sostenevamo l’Asante Kotoko, la nostra squadra di calcio locale. Non ho mai pensato, quindi, che rigettare il tribalismo significasse rigettare la mia tribù.

Come si fa, allora, a godere delle nostre tribù senza soccombere agli effetti debilitanti del tribalismo? La risposta di mio padre era che per quanto divisi fossimo, c’era comunque, come per i cittadini di qualsiasi Paese un’identità che ci accomunava, ed era la nostra identità nazionale. E la teoria della democrazia è che noi, il popolo di questa nazione, abbiamo il compito di dirigere insieme la nave dello Stato. La democrazia non sono maggioranze che vincono e minoranze che perdono: è ognuno di noi che si assume la responsabilità di contribuire al benessere collettivo della nazione. E come sosteneva il grande filosofo americano John Rawls, dobbiamo riconoscere che i nostri concittadini, anche se hanno idee diverse su cosa sia una vita giusta, devono comunque trattarsi vicendevolmente come persone libere e uguali e offrire condizioni di cooperazione sociale che tutti possiamo abbracciare.

Un patto democratico impone di garantire per tutti, quindi, non solo per la nostra tribù, i diritti enunciati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, cose come la libertà di parola, di religione e di assemblea, o il diritto a essere protetti dalla legge indipendentemente dalla razza e dal sesso. Perciò dobbiamo trovare posti, sia fisici che virtuali, dove persone delle nostre tribù politiche dominanti interagiscano per costruire la fiducia sociale che consente alle tribù di vivere insieme in pace, pur continuando, naturalmente, a dissentire su questioni importanti. Dobbiamo dialogare gli uni con gli altri, al di là delle nostre identità diverse.

In questo momento nel mio Paese, e, sospetto, anche nel vostro, dobbiamo trovare modi per usare le nostre identità non politiche, in quanto cittadini di comunità specifiche, membri di chiese, sinagoghe e moschee, persone di tante identità diverse, per combattere il tribalismo che sta minando la democrazia in tutto il mondo. Non dobbiamo mettere da parte tutte le altre identità che abbiamo, ma dobbiamo domare la loro capacità di impedirci di lavorare insieme per il bene comune. Questo vale sia nell’ambito della politica internazionale che in quello della politica nazionale, naturalmente. Nel bene o nel male, è solo attraverso le identità che le idee possono cambiare il mondo.

Nel corso della mia vita ho assistito, imparato e partecipato alla riconfigurazione del significato di essere una donna o un uomo nei vari luoghi, reciprocamente legati, in cui ho vissuto la mia vita. Senza questo processo di reimmaginazione del genere, che ci ha liberati tutti, sempre di più, non avrei potuto vivere la mia vita di uomo gay, sposato con un altro uomo, costruire una vita con lui in pubblico e in privato. Questa vita è stata resa possibile dalla lotta di altre persone, in modi grandi e piccoli, e dai piccoli rischi che mi sono preso personalmente nel corso degli anni con amici, datori di lavoro e familiari.

Insomma, anche se le identità possono limitarci, non dobbiamo mai dimenticare che possono essere anche fonte di liberazione. Le donne lottano insieme, al di sopra delle divisioni di classe, di lingue, di religione e di nazione, nella battaglia mondiale contro l’oppressione e la disuguaglianza. Le identità sociali collegano la piccola scala in cui viviamo le nostre vite accanto ai nostri parenti e ai nostri amici con movimenti, cause e problemi più ampi. Possono rendere intellegibile, vivo e impellente un mondo più vasto. Possono espandere i nostri orizzonti a comunità più grandi di quelle che abitiamo personalmente. Viviamo in un’epoca in cui le nostre azioni, nel regno dell’ideologia come in quello della tecnologia, hanno effetti sempre più globali. Abbiamo quindi un disperato bisogno, oggi, dello spirito cosmopolita.

Il cosmopolitismo nacque nel IV secolo avanti Cristo come un atto di sfida, quando Diogene il Cinico, che come noto viveva in un grande vaso di terracotta, rivendicò per primo di essere un kosmopolitês. La parola si traduce più o meno come «cittadino del mondo». Diogene amava sfidare il senso comune della sua epoca, e questa parola recava dentro di sé un paradosso: un politês era il cittadino maschio adulto libero di una polis, una delle città-Stato greche sparse nell’Europa sudorientale e nell’Asia minore, e il kosmos era, beh, l’insieme dell’universo. Era ovvio, per qualunque contemporaneo di Diogene, che non si poteva appartenere all’universo nello stesso modo in cui si apparteneva a una città come Atene, che aveva a quell’epoca soltanto 30mila cittadini adulti maschi liberi.

Eppure, questa formulazione paradossale si è conquistata un seguito straordinario in tutto il pianeta. Il populismo di destra sarà anche in crescita in Europa, ma in uno studio del 2016 condotto dalla Bbc quasi i tre quarti dei cinesi e dei nigeriani intervistati (e più della metà dei brasiliani, dei canadesi e dei ghanesi) hanno detto di considerarsi «cittadini del mondo» più che cittadini dei loro Paesi. Perfino due americani su cinque la vedevano nello stesso modo.

Questa concezione dell’identità, tuttavia, ha qualcosa di fuorviante. Il sondaggio della Bbc dà per scontato che si debba per forza confrontare l’importanza relativa delle lealtà globali e di quelle locali, come se fossero necessariamente in competizione. A me sembra un modo di ragionare sbagliato. Dopo tutto, io, come milioni di persone, sono un membro votante di almeno tre entità politiche: il Comune di New York, lo Stato di New York e gli Stati Uniti. Se mi chiedessero a quale mi sento più legato, farei molta fatica a sapere quale risposta dare.

E proverei lo stesso disorientamento se venisse aggiunta alla lista la mia condizione metaforica di cittadino del mondo. Dal momento che la cittadinanza è un tipo di identità, la sua forza di attrazione, come quella di tutte le identità, varia a seconda del contesto e dell’argomento. Durante le elezioni per il sindaco, conta di più il fatto che sono un newyorchese; durante le elezioni per il Senato, la città, lo Stato e il Paese sono tutti importanti per me; alle elezioni presidenziali, mi trovo a ragionare sia come cittadino degli Stati Uniti che come cittadino del mondo. E molti dei problemi più gravi che abbiamo di fronte, dai cambiamenti climatici alle pandemie, non rispettano i confini politici.

Ma c’è qualcos’altro di importante in quella tradizione, qualcosa che si è sviluppato con maggior chiarezza nel cosmopolitismo europeo del XVIII secolo: il riconoscimento e la celebrazione del fatto che i nostri concittadini del mondo, nei diversi luoghi in cui vivono, con le loro diverse lingue, culture e tradizioni, meritano non solo la nostra attenzione morale, ma anche il nostro interesse e curiosità. Le interazioni con gli stranieri, proprio perché sono diversi, possono aprirci possibilità nuove, così come noi possiamo aprire possibilità nuove per loro. Per comprendere la metafora della cittadinanza globale, contano sia l’attenzione per gli estranei che la curiosità verso di loro.

La calunnia tipica rivolta contro i cosmopoliti, ai nostri giorni, è che siamo «senza radici». È un’accusa che riflette non solo cecità morale, ma anche confusione intellettuale. L’aspetto distintivo del cosmopolitismo moderno è la sua celebrazione del contributo di ogni nazione al coro dell’umanità. Il cosmopolitismo è condivisione. E non puoi condividere se non hai nulla di tuo da mettere sul tavolo. I cosmopoliti degni di questo nome hanno rizomi che si spandono orizzontalmente e radici che scavano in profondità: sono tutto il contrario di individui senza radici.

Se il nazionalismo e il cosmopolitismo sono in realtà intrecciati tra loro (altro che incompatibili), allora perché il cosmopolitismo è diventato il capro espiatorio per quelli che cercano di stringere un’alleanza con lo spirito del nazionalismo? Una delle ragioni è che alcune persone, in nome del cosmopolitismo, si sono spinte troppo in là, lasciandosi spesso sedurre da questa allettante linea di pensiero: se tutti contano, allora tutti contano necessariamente allo stesso modo, e se ciò è vero, allora ognuno di noi ha gli stessi obblighi morali nei confronti di tutti. La parzialità – preferire quelle persone a cui si è legati per sangue, cultura o territorio – può apparire moralmente arbitraria. Il vero nemico di coloro che sono preoccupati all’idea che ci siano «cittadini di nessun luogo» non è un cosmopolitismo ragionevole, ma l’idea ben diversa, a volte abbracciata da persone che si autodefiniscono «cittadini del mondo», che sia sbagliato mostrare parzialità verso il proprio luogo o il proprio popolo.

Quello che la versione imparziale del cosmopolitismo non riesce a capire è che il fatto che tutti contino allo stesso modo, nell’ottica della moralità universale, non significa che ognuno di noi abbia gli stessi obblighi verso chiunque. Io ho un affetto particolare per i miei nipoti, che non si estende ai vostri nipoti. Ritengo anzi che sarebbe moralmente sbagliato non preferire i miei parenti quando si tratta di distribuire il bene limitato della mia attenzione e delle mie ricchezze. Ne consegue forse che odio necessariamente i vostri nipoti, o che cerco di plasmare il mondo a loro sfavore? Sicuramente no. Posso riconoscere i legittimi interessi morali della vostra famiglia e al tempo stesso dedicare un’attenzione speciale alla mia. Non è che la mia famiglia conti più della vostra: è che conta di più per me.

Generalmente, abbiamo un maggiore attaccamento verso quelle persone con cui siamo cresciuti e con cui costruiamo la nostra vita che con quelle al di fuori della famiglia. Ma possiamo comunque preferire quelli con cui abbiamo in comune progetti o identità, ed è un tratto distintivo della psicologia umana il fatto di essere capaci di provare sentimenti intensi riguardo a identità condivise da milioni o miliardi di estranei. Questa caratteristica è evidente nelle forme di nazionalismo che non danno luogo a rispetto verso le altre nazioni, ma esplodono invece in ostilità e xenofobia. Questo lato del nazionalismo dev’essere domato, e il cosmopolitismo è un modo per tenerlo a freno. Ma è assurdo non vedere l’altra faccia del nazionalismo: la sua capacità di unire le persone in progetti come la creazione di uno Stato sociale o la costruzione di una società di eguali. Così come il tribalismo dev’essere controbilanciato dal patriottismo, il nazionalismo ha bisogno delle controforze del cosmopolitismo. Locale, nazionale, globale: abbiamo bisogno di identità a ogni livello.

Conviviamo con quasi 8 miliardi di esseri umani su un piccolo pianeta che si sta riscaldando. L’impulso cosmopolita che attinge alla nostra umanità comune non è più un lusso: è diventato una necessità. E per riassumere quell’antico ideale, voglio tornare ad alcune parole con cui ho concluso il mio ultimo libro. Furono scritte qui, in questa citta, da uno schiavo liberato dell’Africa romana, un interprete latino di commedie greche, uno scrittore dell’Europa classica che si faceva chiamare «l’Africano». Sono tra le mie parole preferite: le amava anche Montaigne, uno dei miei scrittori preferiti, che crebbe in un castello decorato nello stile di una villa romana nel Périgord, in Francia, nel XVI secolo, e le fece incidere su una trave nel suo studio. Queste parole furono scritte da Publio Terenzio Afro più di duemila anni fa: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto». Sono umano, nulla di ciò che è umano mi è estraneo. In un mondo pieno di chiassose rivendicazioni identitarie che ci dividono, a volte vale la pena di ricordare che c’è ancora un’identità che ci accomuna.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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