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Se Italia ed Europa facessero un contratto?

di Carlo Bastasin e Gianni Toniolo

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(EPA)


4' di lettura

Prestando fede alle dichiarazioni pubbliche dei leader di partito, poco meno del 100% dei rappresentanti del Parlamento italiano ritiene che l’economia del Paese sia frenata dall’Europa. È circa un quarto di secolo che l’economia italiana cresce meno della media dei Paesi partner, ma molti si sono convinti che la responsabilità sia della moneta unica introdotta nel 2002. Gli altri Paesi dell’euro-area hanno recuperato da tempo il livello di produzione pre-crisi e solo l’Italia è rimasta indietro, ma noi preferiamo parlare di un difetto generale che poco ci riguarda.

Senza l’Italia, il resto dell’euro-area sta crescendo a un tasso più rapido degli Stati Uniti, ma noi preferiamo confondere i problemi italiani dentro un imprecisato declino europeo.

Le critiche all’Europa sono doverose, soprattutto per gli errori di gestione della crisi greca e degli anni successivi, fatto salvo riconoscere che larga parte della responsabilità degli sbagli ha fatto capo al ruolo prevalente dei governi e al dispiegarsi dei rapporti di forza intergovernativi, più che alle mediazioni delle istituzioni comuni. Ma in Italia la retorica anti-europea nasconde la reticenza del Paese nel prendere atto delle proprie cattive abitudini. Nasconde una domanda addirittura più scomoda: non sarà proprio l’Italia, con rischi che ne fanno una Grecia elevata al cubo, a frenare l’Europa lungo il percorso di integrazione e di responsabilità politica che noi per primi invochiamo?

Nei giorni scorsi la School of European Political Economy (SEP-Luiss) ha pubblicato due studi in cui si sostiene che non sia l’Europa la causa dei problemi italiani, ma che proprio l’Italia sia una delle ragioni per le quali l’Unione europea fatica a realizzare forme di maggiore solidarietà e integrazione. Evitare che l’economia italiana continui a divergere e che il suo debito resti instabile sarebbe quindi indispensabile a mettere in atto, migliorandolo, il percorso già individuato dalle istituzioni europee (il Rapporto dei Cinque Presidenti) verso una più genuina unione economica e politica: dall’assicurazione europea sui depositi, a risorse comuni di bilancio, fino alla creazione di titoli di debito europei la cui responsabilità farebbe capo a un ministro delle Finanze dell’euro-area.

Un esempio concreto è offerto dallo stallo in cui è finita l’unione bancaria, tanto importante per poter stabilizzare il vulnerabile sistema del credito in Italia. Mentre sono già operativi il Meccanismo unico di Supervisione e quello di Risoluzione, non si riesce ad avanzare nel negoziato per un’assicurazione unica dei depositi bancari e nella costituzione di fondi europei necessari sia all’assicurazione, sia alla risoluzione. Le parti mancanti del processo di unione bancaria sono più importanti per l’Italia che per qualsiasi altro Paese.

Il motivo dell’impasse è il disaccordo tra i ministri finanziari sulla sequenza tra riduzione dei rischi (nel Paese più esposto) e condivisione dei rischi (da parte degli altri). Un anno fa, l’Italia ha bloccato ogni riflessione sui limiti alla quantità di titoli sovrani che le banche tengono nei loro portafogli, una misura che avrebbe dovuto ridurre il rimbalzo continuo tra rischi del debito pubblico e rischi delle banche. Nelle conclusioni dell’Ecofin del giugno 2016 si legge che i negoziati sull’assicurazione dei depositi sarebbero ricominciati solo dopo che fossero fatti progressi nelle misure di riduzione dei rischi. All’opposizione minoritaria dell’Italia, gli altri Paesi hanno risposto anche imponendo decisioni all’unanimità per ogni avanzamento nella condivisione dei rischi. In questa situazione, in caso di problemi, l’Italia si troverebbe isolata e priva di aiuti. Se si considerano i ritardi con cui si sono ridotti i rischi del Monte dei Paschi, si può ipotizzare che l’assenza di collaborazione tra Europa e Italia sia una delle ragioni per l’aumento dello spread degli ultimi mesi.

Analogamente, si può pensare che i ritardi dell’Italia nel ridurre il proprio debito pubblico siano la ragione fondamentale per la quale è tanto difficile convincere i partner a creare un’obbligazione pubblica europea, un’altra di quelle misure che da sole renderebbero molto più agevoli le condizioni di sostenibilità del debito italiano. Il rischio connesso alla sostenibilità del debito pubblico italiano è anche la ragione fondamentale che ostacola la creazione di un fondo fiscale europeo per la gestione delle economie. Un tale fondo, insieme a un titolo comune europeo, presuppone l’istituzione di un’autorità comune che presieda a essi, cioè di un ministro delle Finanze europeo, se non di un vero governo economico dell’euro-area. Gli esponenti della politica italiana che invocano un’altra Europa, meno fissata sui numeri e più sulle scelte politiche, dovrebbero sapere che le istituzioni europee aiuterebbero l’Italia se solo questa desse un segnale credibile di voler aiutare se stessa.

La condizione di incertezza in cui si dibatte l’economia italiana è legata proprio al rischio di non tenere il passo della moneta unica. L’Italia soffre di incertezza dal 1992 quando una crisi finanziaria, istituzionale e politica fece crollare in un anno gli investimenti del 15%. La crescita fu in parte recuperata grazie alla prospettiva di essere ammessi alla moneta unica. Ma le crisi più recenti hanno ricreato insicurezza e colpito allo stesso modo gli investimenti italiani con altri due tagli del 15% ognuno. Senza la certezza che l’Italia sia solidamente incardinata nella moneta unica, gli investitori – in primis proprio gli italiani – non sembrano disposti a credere nel Paese.

È una debolezza ormai intrinseca all’Italia, che non è per forza legata a scelte politiche buone o cattive condotte dai governi anno dopo anno. Per superare l’incertezza, gli studi pubblicati da SEP-Luiss propongono un accordo contrattuale tra Italia ed Europa. Si tratterebbe di un accordo non punitivo, bensì di sostegno, che eviti al Paese il percorso penoso dei programmi di assistenza a cui hanno dovuto far ricorso altri Stati membri. Si tratta di un accordo con il quale l’Italia recupera attraverso fondi europei in larga parte già disponibili, il livello di investimento perduto e un quadro di certezza per gli investitori privati. Per ottenere ciò il Paese delegherebbe alle istituzioni comuni la funzione di rigoroso controllo su come gli investimenti vengono eseguiti e sulla realizzazione concreta delle riforme necessarie al Paese, sulla cui scelta e sul cui disegno tuttavia il Parlamento manterrebbe la piena sovranità nel rispetto delle regole comuni.

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