l’alternativa del «diritto matematico»

Se l’algoritmo scrive la sentenza, che almeno rispetti la logica

Negli Usa già ci sono sentenze penali decise da una macchina. Anche in Uk il «robot» può decidere le multe. Non tutti i software sono uguali

di Marco Versiglioni

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(phonlamaiphoto - stock.adobe.com)

Negli Usa già ci sono sentenze penali decise da una macchina. Anche in Uk il «robot» può decidere le multe. Non tutti i software sono uguali


4' di lettura

Negli Stati Uniti la decisione penale assunta da una macchina dotata di un software è diventata realtà. Anche nel Regno Unito analoghi sistemi algoritmici sono usati per risolvere controversie relative a violazioni alle norme sulla circolazione stradale. Nel web si trovano app destinate a individuare punti di equilibrio sui quali comporre controversie relative a diritti disponibili (Adr). Da noi il Consiglio di Stato si è occupato espressamente di algoritmi e, soprattutto, l’Amministrazione finanziaria, che da tempo produce software sia per la selezione dei casi da controllare sia per la stima della credibilità dei dati dichiarati, si accinge a fare un uso moderno dei big data di cui dispone e disporrà.

I temi antichissimi collegati alla relazione diritto-macchina e al rapporto uomo-macchina assumono nell’era digitale, e ancor più nella prospettiva dell’intelligenza artificiale, una dimensione prima impensabile e coinvolgono tutti i rami del diritto: dal civile al penale, dall’amministrativo al lavoro, dal bancario al tributario, dal nazionale all’internazionale e così via. Ne è dimostrazione il fatto che negli ultimi tempi un numero crescente di convegni è dedicato a questo fenomeno. E assistendo alla dialettica che ne deriva - riguarda molti campi come difesa, sanità, finanza, etica - si ha la sensazione che non sia il digitale in sé, ma siano piuttosto i modi americani dell’uso del digitale a destare preoccupazione in Europa, almeno con riguardo al diritto.

Il modo applicato oltreoeceano
Ciò che più si teme è forse l’idea, in parte diventata realtà, che il diritto possa essere applicato al caso singolo con il “modo della correlazione”, che dovrebbe porsi come sostituivo del “modo logico” che tutti conosciamo, e che verrebbe applicato a milioni o miliardi o bilioni di casi giudiziari oggetto di sentenze e altri provvedimenti presenti nei big data. Esemplificando e prendendo a riferimento quanto già avviene nella sanità, la correlazione tra casi giudiziari nel modello Usa sembra simile a quella che potenti computer creano tra immagini o voci digitalizzate presenti nei big data per identificare la presenza di un tumore in una persona. Ma questo modo non sembra compatibile con l’universo giuridico perché il grado di scambiabilità dei casi giudiziari è ben diverso da quello dei casi clinici.

Nella sanità, dove l’uomo-medico vince ancora la sfida contro la macchina-medico, è possibile pensare che, con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, forse presto non sarà più così, proprio perché i casi, avendo a oggetto corpi umani, hanno un elevato grado di scambiabilità e il margine di errore dei computer è destinato a ridursi.

Altra cosa pare invece il diritto. I casi delle vite delle persone, delle quali il diritto si occupa, non sono e non saranno mai scambiabili, perché destinati a rimanere singoli, unici. Parimenti, ciascuna norma giuridica è un caso a sé, singolo, unico, non scambiabile. Se il fine del diritto è «dare a ciascuno il suo e ricevere da ciascuno il suo», cioè garantire l’uguaglianza dei rapporti tra ciascuno e il suo caso e tra ciascuno e la sua norma, allora il modo della correlazione non può essere applicato, a meno che non si voglia rinunciare al principio fondamentale di uguaglianza (ossia di scambiabilità) che caratterizza i moderni ordinamenti a base costituzionale (ad esempio l’articolo 3 della Costituzione italiana).

La proposta alternativa
Esiste però un modo diverso di affrontare il tema giuridico dell’innovazione digitale. Si chiama “diritto matematico”. In estrema sintesi è un diverso algoritmo, softwarizzabile ma al tempo stesso naturale, reale, semplice, antico. Un algoritmo “estratto” dal diritto che c’è e animato dalla consueta logica aristotelica, applicata però - e questa è l’innovazione - a quattro esaustivi tipi di verità, nessi, nomi, concetti e segni (non numeri) ricavati analogicamente dalla matematica.

Metodi a confronto
Cerchiamo allora di capire come funziona e come si confronta con il modo correlativo. Prendiamo ad esempio una decisione giuridica (da testare) e cerchiamo di capire se essa possa avere un’efficacia dichiarativa (accertamento di rapporti giuridici) o un’efficacia costituiva (modifica di situazioni e rapporti giuridici). Il modo correlativo d’oltreoceano prende spunto da un infinito numero di sentenze disponibili nei big data e arriva alla soluzione univoca del caso in due fasi, una analogica e una digitale: il percorso seguito dal robot non è però spiegabile, né in senso diretto, né in senso inverso, e il perché della decisione rimane imperscrutabile, insindacabile.

Il “diritto matematico”, invece, fornisce solo la “norma d’uso” della disposizione da applicare al caso, mentre la decisione di merito, come la sua premessa, resta all’uomo. Il percorso, logico, deduttivo, trasparente e sindacabile, si articola in tre fasi consecutive: analogica, digitale e analogica.

Insomma, in questa versione europea l’uomo mantiene il primato e il “diritto matematico” costituisce solo un vincolo di metodo (e non di merito), e può tornar utile, in una prospettiva digitalizzata, sia a fini legistici (drafting legislativo, contrattuale o provvedimentale), sia a fini applicativi quali prova, interpretazione, motivazione e così via(per approfondimenti sulla metodologia giuridico-matematica: dirittomatematico.it o https://www.versiglioni.info/dirittomatematico/).

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