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Se l’automobile diventa un mezzo pubblico

di Maurizio Melis


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3' di lettura

Come in una fabbrica in cui l’85% dei capannoni sia occupato da costosi macchinari che vengono usati poco più di un’ora al giorno, c’è una risorsa che occupa circa l’85% dello spazio pubblico delle città ma rimane inutilizzata per il 95% del tempo: è l’automobile. Anche trascurando inquinamento, incidenti stradali e il fatto che il restante 5% è trascorso in coda, è difficile trovare risorse usate peggio. E tuttavia l’auto sta cambiando pelle, complici i guai di cui sopra uniti a potenti iniezioni di connettività, elettrificazione, automazione e intelligenza artificiale: un mix detto “auto connessa” e, domani, auto senza pilota, un oggetto diverso da quello attuale, destinato a trasformare un mezzo prettamente privato in uno prevalentemente pubblico: meno inquinante, meno vorace di spazi urbani, più sicuro ed economico, con vantaggi per tutti gli attori che non si faranno cogliere impreparati.

Uno studio che ha fatto scuola in tal senso è il progetto Hubcab, a cui si narra si siano ispirati i creatori di Uber. Con la collaborazione dei tassisti newyorkesi, ricercatori del Senseable City Lab del Mit di Boston mapparono una per una le corse dei taxi arrivando alla conclusione che se gli utenti avessero accettato di condividere la corsa sarebbe stato possibile portare tutti a destinazione con massimo tre minuti di ritardo, ma con il 40% di vetture in meno. Ora si valuta che una flotta condivisa di auto senza pilota potrebbe portare a destinazione per tempo tutti coloro che usano un automobile con un quinto dei veicoli attuali (usati e sostituiti molto più spesso).

Questa prospettiva rappresenta il più grande elemento di rottura per l’industria automobilistica dopo l’invenzione della catena di montaggio, cioè la trasformazione dell’auto da bene a servizio, con conseguente ridefinizione del mestiere svolto fin qui dalle case auto. Oggi modelli di car-sharing basati sulla possibilità di noleggiare “al volo” una vettura via telefonino hanno dimostrato di funzionare bene nelle grandi città, dove il contesto denso permette di servire molti utenti con meno veicoli. Ma con l’auto senza pilota questo limite verrà meno: sarà il veicolo ad andare dall’utente.

Anche fattori economici e culturali spingono nella stessa direzione: «I giovani di oggi non attribuiscono all’automobile lo stesso valore che le si attribuiva anni fa, quando l’unica cosa che ci interessava al compimento dei 18 anni era prendere la patente. Oggi con un potere d’acquisto che in termini reali è praticamente lo stesso, i giovani possono e devono fare scelte tra molte cose che prima noi non facevamo, o facevamo molto meno: viaggi, ristoranti, abbigliamento, divertimenti, telefonini, tv on demand...», spiega Pierantonio Vianello, direttore di Seat Italia, il marchio con la più giovane base di clienti: dieci anni meno della media del settore automobilistico.

La prospettiva della condivisione sta portando le case anche a una diversa focalizzazione sul veicolo, dove si pone attenzione a facilitare l’accesso a servizi quali lo smart parking (il 30% dei veicoli in circolazione è arrivato a destinazione ma cerca parcheggio) o alla possibilità di replicare il proprio smartphone sul cruscotto, fino a sistemi di altoparlanti che concentrano le onde sonore permettendo a ogni passeggero di ascoltare la propria musica. Mentre i prodromi dei futuri sistemi di guida autonoma, come la frenata automatica o la tenuta della carreggiata, rendono più facile adattarsi a un veicolo mai guidato.

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