Scenari

Se l’Europa spera che la Brexit diventi stay

di Adriana Cerretelli

(EPA)

3' di lettura

«Quando Theresa May dice “Brexit is Brexit” mi ricorda Leonid Breznev per il quale l’economia doveva essere economica»: niente come l’ineffabile ironia di Vladimir Chizhov, ambasciatore russo a Bruxelles dal 2005, diplomatico di lungo corso che di disastri se ne intende, poteva regalare al primo ministro britannico una stroncatura più feroce. Peggio. Dopo la pesante sconfitta elettorale, che inevitabilmente ne ha sconfessato la linea politica, la battuta assume il sapore amaro di una specie di profezia. Nessuno a Londra e più ancora in Europa capisce che cosa sarà di preciso Brexit.

Confusamente la sensazione è che forse oggi Brexit non sia più Brexit e che prima o poi possa perfino tramutarsi in Remain. Il dubbio circola nelle capitali e non si tenta nemmeno di nasconderlo. Prima Wolfgang Schauble, il ministro delle Finanze tedesco, l’ha espresso ad alta voce dicendo che se Londra «volesse cambiare la sua decisione, naturalmente troverebbe le porte aperte in Europa». Poi lo ha ribadito il presidente francese Emmanuel Macron al termine dell’incontro all’Eliseo con la May, pur avvertendo che «più i negoziati andranno avanti e più difficile sarà tornare indietro». Disponibile, con precisi distinguo, anche Guy Verhofstadt, ex-premier belga, attuale negoziatore dell’europarlamento su Brexit: «Certo porta aperta però una porta nuova di zecca per entrare in una nuova Europa con poteri reali, una vera unità e senza rimborsi del contributo al bilancio Ue».

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Chi tace sulle aperture, ma invita a non temporeggiare oltre sull’avvio delle trattative è il francese Michel Barnier, controparte dei britannici al tavolo negoziale a nome della Commissione Ue, che agirà entro i limiti del mandato ricevuto dal Consiglio europeo. Salvo sorprese in extremis, i negoziati cominceranno come previsto il 19 giugno per affrontare due temi bollenti: i diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito e viceversa, il prezzo del divorzio, cioè una stangata da 100 miliardi secondo i calcoli di Bruxelles che Londra rispedisce al mittente.

«A un anno dal referendum e a tre mesi dalla notifica della volontà di uscire dall’Ue, ancora non si sa che cosa vogliano gli inglesi», confessa un esperto europeo del dossier. «Di sicuro sottovalutano la complessità del processo di separazione, il tempo limitato (si deve chiudere entro marzo 2019, ndr) per un lavoro giuridicamente immenso».

Da smantellare ci sono 44 anni di regolamenti e direttive Ue, un intricato labirinto fatto da quasi 300 accordi commerciali e oltre 450 normative per i settori più disparati. La maggioranza di essi richiederà non solo negoziati bilaterali Ue-Londra ma tra quest’ultima e paesi e istituzioni terze, come il Wto.

Per questo Barnier vorrebbe, con il primo round di incontri, cominciare almeno a capire le reali intenzioni britanniche. Se l’impresa era ardua prima del voto, ora rischia di dimostrarsi impossibile. Prima di tutto per la fragilità del nuovo Governo May (ancora da annunciare) e la guerra civile tra i Tories che si combatte alle sue spalle. E poi per la confusione che regna sul traguardo da raggiungere.

Esclusa la “hard Brexit” auspicata dal premier sconfitto con uscita da unione doganale, mercato unico, giurisdizione della Corte di Giustizia Ue per puntare a un semplice accordo di libero scambio, previo periodo di transizione, ora si vagheggia un divorzio morbido, giusto, equilibrato, amichevole: tanti aggettivi, niente contenuti per ora. Lo vuole un grosso pezzo del Paese, della classe politica, Labour in testa ma anche parte dei Tories, l’industria, specie finanziaria, pena la delocalizzazione verso lidi più promettenti.

“Soft Brexit” potrebbe significare rimanere nell’unione doganale e anche nel mercato unico a vario titolo, secondo il modello norvegese o elvetico, ma perdendo il diritto di voto in Consiglio e sulle nuove normative Ue. Tre anni fa la Svizzera ha provato a bloccare per referendum la libera circolazione dei lavoratori Ue ma alla fine ha dovuto fare marcia indietro per non far saltare il resto dei suoi accordi con l’Unione.

Davvero la partnership dimezzata risponde agli interessi di un grande Paese come il Regno Unito? L’Europa sta alla finestra e spera di riaccoglierla nel club perché sa di avere a sua volta molto da perdere dal divorzio. Quando, come di questi tempi, la cronaca non smette di sorprendere, niente è da escludere, nemmeno l’affondamento di Brexit da parte dei suoi autori. Per puro pragmatismo britannico, forse ritrovato.

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