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Se cala l’import si salvano riso, vino e latte. Soffrono olio, pasta e caffè

Coronavirus: buona autonomia per molti settori, ma dipendenza dall’estero per altri. Federalimentare: suggestiva l’autonomia ma import essenziale

di Giorgio dell'Orefice

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La produzione di caffè dipende completamente dall’import di materia prima

Coronavirus: buona autonomia per molti settori, ma dipendenza dall’estero per altri. Federalimentare: suggestiva l’autonomia ma import essenziale


3' di lettura

Il risotto all’Amarone è assicurato. Di certo non mancherebbero i formaggi (come il latte a colazione), la disponibilità di frutta e verdura farebbe felici i vegani, ma sarebbe complicato per tutti gli altri. Perché non sarebbe assicurata la disponibilità di prodotti chiave della tavola italiana come la pasta, scarseggerebbero le carni e l’olio d’oliva, e del caffè resterebbe solo un ricordo.

In tempi di lockdown da coronavirus, in cui si sta registrando più di un problema alle frontiere con difficoltà e rallentamenti per le merci italiane in uscita ma anche per quelle in entrata, con autotrasportatori che fin dalla fase iniziale dell’emergenza Covid-19 talvolta erano (e ancora sono) restii a venire in Italia, da più parti sono riecheggiati gli inviti a “consumare italiano” o comunque a privilegiare sugli scaffali della grande distribuzione i prodotti alimentari made in Italy.

Un invito che viene di tanto in tanto rinnovato, che di certo sarà fondamentale quando si uscirà dalla quarantena e occorrerà sostenere e rilanciare l’economia nazionale, ma che però si scontra con una realtà che è più complessa.

I PRODOTTI CHE VENGONO IMPORTATI DI PIÙ E QUELLI IN CUI SIAMO AUTOSUFFICIENTI
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Secondo i dati di Federalimentare l’autosufficienza, ovvero la possibilità di produrre con sole materie prime nazionali e senza far ricorso alle importazioni, è una prerogativa di pochi settori in Italia. Il vino, il riso e le acque minerali solo completamente autosufficienti, mentre parallelamente sono del tutto dipendenti dall’estero il caffè, il cioccolato (al 90%), il comparto delle conserve ittiche (95%).Hanno un buon grado di autosufficienza il lattiero caseario (importa appena il 14%) e l’ortofrutta trasformata (16%).

Ma la forte dipendenza dall’estero per le materie prime resta una caratteristica di un ampio e rilevante gruppo di prodotti chiave della tavola degli italiani. Si tratta innanzitutto dei due settori fortemente interconnessi della pasta e del comparto molitorio (farine, semole ecc.) che rispettivamente importano il 45% e il 40% delle materie prime, come anche altri due segmenti fortemente legati come quello delle carni preparate (importa il 40% delle materie prime) e il settore zootecnico (nel quale solo la filiera avicola è del tutto autosufficiente) che è obbligato a ricercare all’estero ben il 65% dei prodotti per l’alimentazione animale. Senza contare il caso dell’olio d’oliva (che importa dall’estero il 60% delle materie prime necessarie anche per esportare , visto che la produzione nazionale da sola non copre neanche i consumi interni).

Il totale di importazioni agricole ammonta a 21 miliardi. Di questi 10,9 riguardano prodotti vegetali (2,7 import di cereali per produrre pasta e 1,3 riguardano olio extravergine d’oliva in buona parte riesportato)e 7,2 prodotti zootecnici (prevalentemente carni).

«Puntare all’autosufficienza – spiegano a Federalimentare – è di certo un traguardo suggestivo e di grande valenza strategica ma si scontra con vincoli difficili da superare. Da un lato va ricordato come l’agricoltura nazionale tra il 1990 e il 2017 ha perduto tra i 17 e i 35mila ettari l’anno di terreni coltivabili. Aspetto che ha di certo inciso sulla progressiva riduzione del tasso di autoapprovvigionamento passato negli ultimi venti anni dal 90 all’83%. E questo nonostante l’industria alimentare italiana tutt’ora continui a trasformare circa il 72% della produzione agricola made in Italy».

Il problema è che ora, nel pieno dell’emergenza Coronavirus, possano incontrare difficoltà gli acquisti dall’estero di alcune materie prime chiave per il made in Italy. «Siamo stati tra i primi a sollevare il problema degli autotrasportatori stranieri che non volevano venire in Italia – ha spiegato il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio – . Certo a distanza di qualche giorno la situazione è cambiata e non siamo più i soli in Europa a subire gli effetti di Covid-19. Inoltre va ricordata la dura presa di posizione di Bruxelles che nei giorni scorsi ha minacciato sanzioni contro chi impedisce la libera circolazione delle merci».

Secondo il presidente di Federalimentare, il settore in questo primo mese ha perso in media il 20-30% del fatturato. E ha limitato i danni recuperando sul fronte dei consumi domestici una parte di ciò che si è perso con la chiusura di ristoranti e bar. «Ma sull’import non possiamo abbassare la guardia – ha aggiunto Vacondio – anche perché in alcune filiere le imprese più attrezzate hanno in magazzino materie prime per continuare a produrre per non più di due settimane».

«Anche noi importiamo dall’estero il 40% delle materie prime – ha spiegato il direttore dell'Assica (l’associazione degli industriali delle carni e dei salumi), Davide Calderone – e abbiamo incontrato problemi in particolare con i paesi dell’Est Europeo come Croazia e Ungheria che hanno respinto i nostri prodotti e con autotrasportatori che hanno rifiutato di venire in Italia per paura di essere messi in quarantena nei propri paesi. Speriamo che casi del genere non si ripetano».

Riproduzione riservata ©
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    Giorgio dell’OreficeVicecaposervizio

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: agricoltura, agroalimentare, made in Italy, vitinicoltura, olio

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