Arte immersiva

Se l’intelligenza artificiale trasforma corpi e narrazioni

L’interazione tra scienza, tecnologia e arte rappresenta uno spazio privilegiato per interrogare la contemporaneità: l’esempio di Martine Syms

di Simone Arcagni

2' di lettura

Non lo scopriamo certo adesso, ma il connubio e l’interazione tra scienza, tecnologia e linguaggi espressivi, artistici, rappresenta uno spazio privilegiato per interrogare la contemporaneità in maniera complessa e profonda. Ulteriore prova è “Neural Swamp”, l’installazione di Martine Syms che sarà esposta alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino dal 14 settembre al 30 gennaio 2022. Un’opera immersiva curata da Irene Calderoni e Amanda Stroka assegnataria della seconda edizione della Future Fields Commission in Time-Based. Un’operazione interessante, questa, realizzata dalla Fondazione torinese in collaborazione con il Philadelphia Museum of Art. Interessante perché si tratta di commissionare un’opera a un giovane artista mettendogli a disposizione un lungo periodo per idearla e produrla (due anni), ma anche un budget altrimenti irraggiungibile. E l’idea è quella proprio di puntare su una riflessione che investa le tecnologie e che metta in campo uno spirito critico sul nostro tempo. Martine Syms è un enfant prodige dell’arte internazionale, con alle spalle diverse esperienze e prestigiose mostre, dal talento vario e complesso. È regista anche di un lungometraggio. La sua arte spazia da una consapevolezza tecnologica non comune (maturata anche con le frequentazioni del Berggruen Institute e dell’Università di Berkeley) alla performance e alla narrazione audiovisiva.

“Neural Swamp” sarà uno spazio narrativo ampio e complesso con strutture che rimandano al mondo dello sport che diviene una metafora delle complesse performance a cui siamo sottoposti nel mondo delle interfacce social (tema caro all’artista). Una performance a cui sono sottoposte soprattutto le donne, e in particolare le donne afroamericane. E anche qui si innesta un altro dei temi cari a Syms, quello dell’identità, a partire proprio da quella nera e quella femminile. È la curatrice Irene Calderoni a raccontare la genesi e l’estetica del progetto: al centro di questa struttura/ambiente complessa troviamo tre schermi con due attrici afroamericane che recitano parte di una sceneggiatura che l’artista ha scritto per un film e che è confluita in quest’opera, che a sua volta probabilmente partorirà, in un processo poetico generativo, un nuovo lungometraggio. Le attrici hanno letto un copione ma questa sceneggiatura, così come le loro voci, sono state date in pasto a un’intelligenza artificiale che in tempo reale genera nuove letture. Le voci stesse sono prodotte da una seconda intelligenza artificiale, con il suono artificiale che tenta di mimare quello naturale provocando però una distanza. La questione di genere e quella della cultura afroamericana si innestano così in una più profonda coscienza della cultura contemporanea, caratterizzata dalla proliferazione, circolazione e fruizione delle immagini e dalla costante ricerca di tecnologie che cancellano o rendono invisibili i corpi, le voci e le narrazioni nere.

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