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Se l’Italia si abitua a giocare a fondo classifica

Bisogna cominciare a interrogarsi, al di là delle politiche più o meno efficienti quando non miopi e fallimentari messe in atto dai governi, se la grande stagnazione, che data dai primi anni '90, abbia eroso anche lo spirito e la cultura della crescita che sono stati i secolari punti di forza dell’Italia

di Guido Gentili

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(Fotolia)

2' di lettura

Ormai, ci siamo abituati. Arrivano le nuove stime del Fondo Monetario, e che dicono? Che l’Italia è il “fanalino di coda” in quanto a crescita del prodotto interno lordo. Per essere esatti, e lasciando da parte le performance di paesi come India, Cina e Stati Uniti: il mondo crescerà in media del 3,2% nel 2019 e del 3,5% nel 2020, l'Eurozona segnerà +1,3% e +1,6%. Francia e Regno Unito faranno +1,3% e +1,4%, la Spagna +2,3% e +1,9%, la Germania (in affanno) +0,7% e +1,7%. Quanto all'Italia, ecco i numeri: +0,1% e +0,8% (rivisto dal +0,9%).

Ultimi, come già indicato di recente dalla Commissione europea. E previsioni del resto in linea con la Banca d’Italia (+0,1% e +0,7%) e con lo stesso Governo italiano (appena un filo sopra) attraverso il ministro dell’Economia Giovanni Tria: +0,2 e +0,8. Ministro che, superato per il momento lo scoglio della procedura d’infrazione europea per violazione della regola del deficit e del debito e in vista della legge di bilancio 2020 che dovrà tendere alla riduzione del debito, considera in questa fase «soddisfacenti» le condizioni dell'economia italiana.

Evidentemente, non ci si può accontentare di crescere a questi ritmi. E a fronte di un indebolimento generale della manifattura europea (secondo i dati flash di luglio l’Indice IHS Markit PMI Composito dell'Eurozona è sceso a 51.5 rispetto al 52,2 di giugno) la nuova sterzata accomodante della Bce a trazione Draghi aprirà una finestra per i governi che vogliano spingere sul pedale della crescita (non a debito, s'intende).

Bisogna però cominciare ad interrogarsi, al di là delle politiche più o meno efficienti quando non miopi e fallimentari messe in atto dai governi (un Paese non cresce comunque per decreto) se la grande stagnazione, misurata in termini di Pil e che data dai primi anni '90, abbia eroso anche lo spirito e la cultura della crescita che sono stati i secolari punti di forza dell’Italia. Una sorta di smarrimento collettivo, un calo di tensione generale che la spinta pur straordinaria di tanti “singoli” o spezzoni di società (essere la seconda potenza manifatturiera in Europa alla spalle della Germania è un dato reale, non un'aspirazione) non riescono alla lunga a compensare. Per cui, alla fine, tra improbabili politiche di riscatto e un oceano di chiacchiere e litigi, ci si abitua a giocare a fondo classifica nella posizione, appunto, di “fanalino di coda”. Nessuna meraviglia, poi, se il Pil non sale.

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