Interventi

Se l’italia si specchia nell’autunno caldo

di Valerio Castronovo

3' di lettura

Ci si è chiesti sovente, nelle analisi e nelle riflessioni dedicate a una fase cruciale come quella degli anni 60-70, se fosse stata inevitabile l’esplosione di una vasta ondata di agitazioni sindacali quale si manifestò dal settembre 1969. Oppure se si fosse trattato di un fenomeno prevedibile o comunque circoscrivibile. Oggi, alla luce delle valutazioni emerse in sede storica, va detto innanzitutto che l’“autunno caldo” coincise, non a caso, con la parabola declinante della politica di programmazione del centro-sinistra, in quanto, dopo la nazionalizzazione del settore elettrico e l’introduzione della cedolare secca, risultò sempre più evidente, dal 1965 in poi, il divario fra gli obiettivi fissati a suo tempo e i risultati concreti, frattanto raggiunti o in via di realizzazione, per quanto riguardava la riforma fiscale e quella urbanistica, la riforma del sistema sanitario e quella della scuola secondaria e dell’Università, la riduzione del dualismo fra Nord e Sud e l’ammodernamento dell’agricoltura.

Inoltre, in assenza di adeguate misure di controllo, tali da impedire o arginare certe derive speculative (come nell’edilizia e nel mercato immobiliare, nelle attività finanziarie, nella distribuzione commerciale, nelle strutture sanitarie), l’“inflazione da rendita” stava provocando un incessante rincaro di beni e servizi, con due conseguenze: da un lato, la riduzione dei margini di profitto per le imprese metalmeccaniche e chimiche (in quanto gli aumenti di costo, per l’acquisto di prodotti intermedi effettuati presso i settori di rendita, non potevano esser traslati sui prezzi dovendo affrontare la concorrenza estera); dall’altro, la drastica decurtazione del potere d’acquisto dei salari.

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Nel contempo si era riversata nei principali centri del Nord una nuova massiccia fiumana di immigrati dalle regioni del Sud, in cerca di un posto di lavoro, dato che l’industria aveva ripreso a tirare. S’era così aggravato l’impatto di tanti problemi cruciali sia per la carenza di abitazioni popolari e l’insufficienza di servizi pubblici; sia per un aumento del costo della vita, dovuto per lo più alla continua lievitazione dei prezzi dei generi alimentari e dei canoni di locazione.

Si erano perciò accumulati nelle grandi aree urbane forti motivi di tensione sociale. E in questo contesto, in cui vennero tutt’insieme al pettine i nodi strutturali insoluti del “miracolo economico”, s’innestarono le rivendicazioni operaie, iniziate nell’ambito dell’industria metalmeccanica (in vista del rinnovo dei contratti aziendali) e imperniate sulla richiesta sia di un forte aumento delle retribuzioni (giustificato, d’altronde, da uno squilibrio fra il livello dei salari e quello della produttività) sia di un tangibile miglioramento delle condizioni di lavoro in fabbrica.

Peraltro, quel che caratterizzò fin da subito un turbine di scioperi e dimostrazioni fu la comparsa alla ribalta, negli stabilimenti di maggior stazza, di Comitati di base e di Consigli di fabbrica, tendenti a scavalcare le Commissioni interne dei sindacati di categoria e ad agire di propria iniziativa, sulla scorta delle istanze emerse dalle assemblee e dai collettivi operai per una revisione radicale dei procedimenti di lavoro e di altre disposizioni normative.

Al fine di riassorbire la vigorosa spinta dei delegati di linea e di reparto, incanalandola entro una piattaforma rivendicativa unitaria, venne stabilendosi una convergenza fra i leader delle tre federazioni sindacali dei metalmeccanici, con l’obiettivo di trasformare la montante protesta operaia in una strategia del “cambiamento”, all’insegna di una concezione meno verticistica sul piano organizzativo e più attenta agli orientamenti espressi dal basso, dalle nuove forme di rappresentanza della manodopera nei luoghi di lavoro.

Ma se l’impetuosa contestazione che aveva preso avvio nei principali centri industriali, anche sulla scia della forte carica ideologica anticapitalista impressa dai militanti di vari gruppi dell’estrema sinistra extraparlamentare, non si trasformò in un moto dirompente antisistema, ciò fu dovuto a due importanti risoluzioni avvenute pressoché in contemporanea. Che consistettero, da un lato, nell’approvazione, nel maggio 1970, da parte della Camera, dello Statuto dei lavoratori, proposto l’anno prima dal ministro socialista del Lavoro Giacomo Brodolini (alla cui versione legislativa aveva poi provveduto il giurista Gino Giugni) per la tutela dei diritti costituzionali dei lavoratori nelle fabbriche; dall’altro, nell’approvazione, da parte dell’Assemblea generale della Confindustria, di un suo nuovo statuto, concepito in base al rapporto di una Commissione presieduta da Leopoldo Pirelli, che venne salutato dai giornali come un «manifesto del riformismo imprenditoriale».

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