Interventi

Se il liberismo è di sinistra, le aziende pubbliche efficienti lo sono ancora di più

di Alfredo De Girolamo*


2' di lettura

Il dibattito che si è aperto sule pagine del Sole 24 Ore, a seguito dell’intervento del Prof. Zingales del 19 febbraio scorso, è interessante e consente di recuperare un minimo di confronto pubblico di tipo strategico (se non teorico-politico) sul tema dell’impresa pubblica nel XXI secolo.

Purtroppo questo dibattito non c’è stato in occasione della stesura e della discussione dei decreti Madia sulle partecipate pubbliche e spl, e questo ha comportato una poca chiarezza dei testi, frutto più di bilanciamenti giuridico-formalistici e di qualche incursione lobbistica specifica, che non di un “ragionamento” politico strategico sul ruolo dell’impresa pubblica (a tutti i livelli geografici) nell’economia moderna.

L’assunto di Zingales può essere una ragionevole base di partenza teorica e pragmatica al tempo stesso: l’impresa pubblica in teoria (nel mondo perfetto) potrebbe non esistere, ma esiste (in tutto il mondo), quindi concentriamoci sulla scelta di “quale impresa pubblica” conservare e in che condizioni operative e di mercato.

Le imprese partecipate io credo che debbano poter esistere sempre quando il mercato è aperto (o attraverso gare o come mercato libero, ma anche attraverso quotate e spa miste con gara) e poter competere sempre. Una scelta che valorizza le imprese pubbliche efficienti e penalizza le altre e fa bene alla concorrenza e al mercato (in molto settori la concorrenza è adesso garantita dalle imprese partecipate). Un punto purtroppo poco chiaro nell’attuale testo del Madia che andrà corretto in questo senso, promuovendo non solo le quotate (per altro solo quelle quotate entro il 2015) ma anche chi ha vinto gare o chi opera sul libero mercato.

Il secondo punto è che le aziende partecipate che stanno sul mercato devono essere sottoposte alle stesse regole delle private per evitare disparità di trattamento e lesioni della concorrenza. È ovvio che parlo di società di mercato che non hanno più affidamenti diretti. Su questo punto il decreto Madia fa un passo avanti (le imprese partecipate possono fallire e devono prevenire le crisi di impresa e possono quotarsi) ma anche uno indietro (limiti di perimetro delle attività, obblighi su assunzioni, acquisti, trasparenza, governance) che di fatto le pongono fuori mercato. Non va bene, chi sta sul mercato deve poter essere imprenditore a tutti gli effetti, scegliendo le proprie convenienze produttive. Sulla base di questo assunto in pochi anni la selezione delle imprese efficienti avverrà da sola, sulla base delle regole di mercato, non di leggi ideologiche di “rottamazione”.

Terzo, è ragionevole chiudere o accorpare società partecipate che non operano su mercati aperti, o che svolgono attività lontane dall’interesse pubblico, puntando a contrastare eventuali fenomeni patologici di questo tipo di impresa.
Infine gli assetti di regolazione: occorre completare il quadro delle Autorità con l’introduzione di quella dei rifiuti in modo che tutti questi mercati siano strettamente regolati. Esiste poi il diritto comunitario e quindi, la possibilità giuridica dell’in house, e anche queste aziende devono essere regolate come le altre.

Se il liberismo è di sinistra, una politica industriale che promuova le imprese pubbliche efficienti sul mercato mi sembra una scelta ancora più progressista e riformista.

*L’autore è Presidente Confservizi Toscana

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