a tavola con walter de silva

«Se mi offrissero l’Alfa, vacillerei»

di Paolo Bricco


default onloading pic

7' di lettura

Nella vita placidamente avventurosa di Walter De Silva – di professione designer di automobili – c'è di tutto. Ci sono Maria Rubiolo – la capo ufficio stampa della Fiat di Vittorio Valletta che sembrava uscita da un romanzo di Mario Soldati – e l’ultimo grande maestro dell’auto italiana, quel Vittorio Ghidella che è una figura incompiuta di un Paese incompiuto. La Milano degli anni Settanta con gli intellettuali, gli architetti, le ragazze – tante ragazze – al Bar Jamaica e il quadrifoglio verde, il simbolo dell’Alfa Romeo sempre lì lì per sfiorire. E, poi, la sistematicità granitica di Martin Winterkorn – l’amministratore delegato del gruppo Volkswagen, costretto alle dimissioni nel 2015 dal dieselgate - e l’attitudine da outsider e da ragazzo di strada di Sergio Marchionne. E, ancora, la sensualità delle scarpe da donna e la comoda desiderabilità delle poltrone. Mi contraddico? Mi contraddico, sono infinito, contengo moltitudini.

Walter De Silva, classe 1951, indossa un paio di jeans blu scuro e scarpe da tennis di pelle bianca, un pullover marrone molto elegante sopra una camicia azzurra. I capelli sono corti e gli occhiali – americani, marchio Moscot Lemtosch - hanno una montatura blu. Monaco di Baviera. Pioggia che arriva dalle vicine Alpi. Freddo di primo autunno. Walter vive nel quartiere Au, case popolari e palazzi borghesi, loft di architetti e software house, il fiume Isar e il verde delle molte piante e dei giardini che rende Monaco una delle città tedesche in cui è più dolce vivere.

Al ristorante di cucina italiana L’Incontro, appena dietro alla casa e all’atelier di De Silva, prendiamo entrambi saltimbocca alla romana cucinati in maniera più che accettabile, accompagnati da verdure bollite e serviti dal cameriere con giovialità bavarese. Acqua minerale naturale per me e gassata per lui. Mentre parla, Walter gesticola cosi tanto da sembrare quasi che disegni con una matita immaginaria le linee dei suoi discorsi.

«Era il 1972. Maria Rubiolo mi fece entrare nella sua stanza di Corso Marconi. Io avevo vent’anni. La sua scrivania era lunghissima e straripante di carte. Mi fece qualche domanda di prammatica. Poi sentenziò: “Non so se tu diventerai un grande disegnatore di automobili, ma di certo hai il physique du rôle”». Tota Rubiolo – Tota è in torinese la donna non sposata - era la responsabile dell’ufficio stampa della Fiat. Uno degli ingranaggi principali in quella macchina insieme complessa e elementare che era la Torino degli anni Cinquanta e Sessanta, dominata da Vittorio Valletta e dal direttore della Stampa Giulio De Benedetti. Nel 1972, la città non è più quel blocco compatto che egemonizza l’Italia e la Fiat del cielo-terra-mare non è più il gruppo in grado di acquisire per cassa la Ford o la Volkswagen. Ma la Signorina Rubiolo è ancora una mezza divinità, soprattutto agli occhi di un ventunenne. Il beneficiario di quella investitura – fra l’intuizione di un talento che si sarebbe realizzato e la buona educazione da piemunteis faus e curteis, piemontesi falsi e cortesi – diventerà in effetti uno dei designer che più segnerà, nei quarantacinque anni successivi, la storia dell’auto europea, dando linfa estetica alla esausta Alfa Romeo negli anni Novanta e contribuendo in misura determinante alle vicende prima di Audi e poi del gruppo Volkswagen.

«A Torino, ero arrivato da Milano nel 1961, all’età di 10 anni, quando mio padre Emilio, architetto e disegnatore a cui si deve il fumetto di fantascienza “L’Astrale”, era passato dalla ButanGas alla Fiat, ufficio Stampa e Propaganda. A Milano vivevamo fra la casa nostra e la casa delle mie zie, fra via Washington e corso di Porta Romana, giocando per strada, bussando ai vicini per avere una tazza di latte e biscotti, in abitazioni che avevano le chiavi nelle toppe ma le porte aperte. Andavo in una scuola elementare montessoriana. Eravamo dei monelli. Milano era bellissima agli occhi di un bambino. Il trasferimento a Torino fu un trauma. Nella quinta elementare di corso Marconi erano tutti in divisa, vigeva un clima di ordine e di terrore, nessuno poteva portare i suoi giocattoli. Abitavamo vicino al Parco del Valentino. A me sembrava che, nelle strade tutte cardo e decumano di quella nuova città, non ci fosse nessuno. Dopo le medie mi iscrissi all’istituto tecnico e, poi, ad architettura. Ma io volevo fare le auto. Mi ricordavo sempre di quando, dalla casa di Porta Romana delle mie zie che era al primo piano, guardavo le macchine: ero così vicino che quasi le toccavo». Dice proprio così: «Le toccavo». E l’espressione sprigiona qualcosa di sensuale.

La famiglia De Silva stava bene, ma non abbastanza da pagare la retta a Walter al Royal College of Art di Londra, dove si insegnava il design dell’auto. «Allora, mio padre mi disse: “vai a bottega”». E la bottega è, appunto, il Centro Stile Fiat, dove Walter entra – dopo il corso Allievi Fiat – il 2 aprile 1972. «Devo tutto a quella Torino, così dura e insopportabile. Partivamo dal foglio bianco e arrivavamo al prototipo in scala uno a uno. L’odore dei materiali come l’ebano, il gesso e la plastilina. I battilastra e i tappezzieri. Operai che ti squadravano e si accorgevano di errori minimi: “Quando impari a disegnare, torna da me”». È allora, fra l’accumulazione dell’esperienza e la riflessione teorica, che inizia a definire la sua idea di design e di trasformazione della bellezza in un prodotto industriale: «Per me il design è disciplina e filosofia. La sintesi di questi elementi, in particolare nella progettazione di qualcosa che poi si inserirà nel mondo e nella società influendo sulla vita degli uomini, non può che essere di natura etica».

Nel 1975, De Silva va a Milano, dove è distaccato dalla Fiat nello studio di Rodolfo Bonetto, che lavorava per grandi imprese come Sony e Olivetti, Fiat appunto e Sip. A Torino si sparava nelle strade. La violenza politica era nelle fabbriche. Anche Milano non era una città facile. Ma era un’altra cosa. «Lo studio era in via Vincenzo Monti, davanti al Bar Magenta, dove incontravi Franca Rame e Dario Fo. Passavano Marco Zanuso, Achille Castiglioni, Gae Aulenti. Fra via Monti e via Carducci aprivano le prime agenzie dei fotografi di moda. Avevamo 25 anni. Eravamo circondati da ragazze di una bellezza travolgente».

Dal ristorante L’Incontro ci spostiamo al numero civico 39 di Zeppelinstrasse, dove si trova l’atelier che Walter condivide con Emmanuelle, sua moglie e socia nell’attività di design delle scarpe da donna (prodotte da Ggr, la società di proprietà della famiglia di Sergio Rossi). A un certo punto passa Alessandro, 18 anni, il più giovane di una famiglia ricomposta formata anche da Fabio (44 anni), Elena (35), Beatrice (28) e Julie (22). Siamo al piano rialzato di un edificio che sembra la versione moderna di un palazzo dei mercanti di Lubecca. Nell’atelier, segnato da una parete originale in mattoni rosso chiaro, ci sono scrivanie, disegni, riconoscimenti, due poltrone Luft e un Pinocchio in legno. «Li colleziono. Fino al 1950, il marchio Pinocchio delle scarpe per bambino apparteneva alla mia famiglia materna, 12 operai in una fabbrichetta al Parco Solari. In 45 anni di lavoro, di gatti e di volpi io ne ho incontrate tante e ho imparato che, per dire la verità, bisogna sapere qualche volta dire una bugia».

Nel 1978, De Silva rientra a Torino chiamato da Franco Mantegazza («il mio secondo padre»), una personalità fra gli affari, la diplomazia e la nobiltà, il tipico mix apprezzato dagli Agnelli. Il progetto – coordinato da Renzo Piano – è la Vss, la Vettura Sperimentale a Sottosistemi, una vettura concettuale basata sui moduli e sui componenti. Nel 1987, la realizzazione di un desiderio personale con il passaggio all’Alfa Romeo, ancora a proprietà pubblica. «L’Alfa è sempre stato un fenomeno quasi inspiegabile per la sua suggestione. Ricordo, a un Salone di Francoforte di fine anni Ottanta, Claus Luthe, il capo del design di Bmw, che mi spiegava il suo progetto ispirato dall’Alfa: la Serie 3 come la Giulietta, la Serie 5 come l’Alfetta e la Serie 7 come l’Alfa 6».

Un mese dopo la sua assunzione, Alfa Romeo diventa di proprietà di Fiat. Negli anni Novanta, la gestione della Fiat del marchio è improntata alla condivisione delle piattaforme, al controllo dei costi e alla standardizzazione rispetto al resto del gruppo. De Silva, che firma la 147 e la 156, non ha un rapporto sereno con Paolo Cantarella, il braccio destro industriale di Cesare Romiti. Nel 1999 passa al gruppo Volkswagen, voluto da Ferdinand Piëch («il più grande visionario che abbia incontrato»). Fino al 2002 è in Seat. Dal 2002 al 2007 passa in Audi e, chiamato da Winterkorn («il più grande ingegnere dell’auto»), diventa dal 2007 al 2015 responsabile del design dell’intero gruppo Volkswagen (12 marchi, 21 studi, 2mila designer alle sue dipendenze).

Le “sue” macchine sono 120. De Silva è stato davvero il punto di congiunzione fra la tecno-manifattura tedesca e l’estetica italiana. Durante il suo periodo, Audi è passata da 540mila auto vendute a oltre un milione. L’intero gruppo da 5,8 a 10 milioni. «Prendevo due o tre aerei al giorno. Ho capito la correttezza del modello tridimensionale tedesco, che lavora sempre su brand, prodotto e mercato, dando originalità a ogni modello». Esattamente il contrario della World Car della Fiat post-ghidelliana. «Marchionne? L’ho visto quattro volte. Non siamo mai arrivati a una proposta definitiva. Certo, se mi offrissero la responsabilità completa di Alfa Romeo potrei vacillare». E sorride: «L’amore è un sentimento irrazionale». L’amore ha delle ragioni che la ragione non conosce. Fuori la pioggia cade sempre più fitta sui tigli di Monaco. Quanto tempo è passato da quando Walter bambino a Milano “quasi toccava” le auto dal primo piano di Porta Romana. Prima di congedarsi, vale la pena proporgli un gioco. «Quali auto che non ho designato avrei desiderato fare? Ehhhh....una Aston Martin, una Chevrolet Corvette e una Ferrari». E pronuncia questi nomi quasi voluttuosamente.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti