visto da washington

Se nasce un G2 come Reagan con Thatcher

di Mario Platero


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(PA)

4' di lettura

È nato un nuovo G2 ieri a Washington, quello fra la Gran Bretagna di Theresa May e gli Stati Uniti di Donald Trump. Non è un binomio da sottovalutare: 35 anni fa Ronald Reagan e Margaret Thatcher fecero un’alleanza politica che cambiò il mondo. Ieri, quando i due leader hanno parlato nella East Room di priorità per gli interessi dei lavoratori, di protezione dei confini, di bilateralismo spinto, abbiamo visto in embrione i denominatori comuni che legano la “Brexit” di May con l’America “grande” di Trump. Con un bonus importante: la May ha avuto un effetto calmante su Trump. Soprattutto, la Signora è stata una interprete/traduttrice perfetta del Trump pensiero, spesso contraddittorio e fuorviante perché ridotto a slogan, a frasi monche, a messaggi dettati più dalla ripicca che da una visione con orizzonti lontani. È stato grazie alla “traduzione” della May che su Russia, Messico, Nato, abbiamo avuto ieri notizie rassicuranti rispetto alle iperboli, alle incomprensioni, ai litigi di appena 24 ore fa.

Ieri insomma abbiamo visto una fotocopia delle promesse degli anni Ottanta in chiave 2017: il tentativo di rispondere alle sfide, alle insicurezze alle paure del nostro tempo puntando esclusivamente all’interesse interno delle rispettive nazioni e delle rispettive popolazioni. È stata la May ad aver dato con chiarezza la chiave di lettura di questo percorso comune che i due hanno aperto davanti a loro, quando ha detto senza esitare di sapere cosa unisce solidamente i due leader e il loro Paesi in questo momento storico: «Se guardate all’approccio dei nostri due Paesi, credo che una delle cose che abbiamo in comune sia quella di mettere al centro la difesa degli interessi dei lavoratori ordinari».

Di quelle persone - ha continuato - che lavorano moltissime ore, che fanno del loro meglio per le proprie famiglie, ma che nonostante il sacrificio sentono che il destino è contro di loro. Dobbiamo essere sicuri che le nostre scelte, il nostro governo e la nostra economia, aiutino davvero questa categoria sociale». È questo il messaggio politico chiave del vertice a due della prima visita di un leader straniero alla Casa Bianca di Donald Trump: ieri i due hanno promesso di essere pronti a compiere, insieme, la loro missione. Come? Con accordi commerciali equi, con il recupero di forza lavoro che si è persa nei meandri della globalizzazione, con la protezione dell’identità nazionale, con la difesa dei confini, sia da immigrati clandestini che dal terrorismo. Donald Trump ha vinto le elezioni americane e la Gran Bretagna ha votato per Brexit grazie a risposte molto semplici e molto aggressive a questa summa di paure che unisce una buona parte della popolazione occidentale. Trump ha anche predetto uno sgretolamento dell’Unione Europea, perché la forza di questo messaggio è incontenibile ed è inascoltata dai burocrati centrali.

Ma è stata la May ad aver articolato per Trump la sua missione. È lei che ci ha fatto capire, senza mai dirlo direttamente perché dal punto di vista di Trump è necessaria la linea dura da parte americana contro gli squilibri commerciali con il Messico: troppo disavanzo commerciale che ricade sul lavoratore americano dimenticato. Trump a sua volta ci ha dimostrato di essere in grado di esibirsi in tripli salti mortali: dopo la clamorosa, pessima rottura su Twitter con il Messico ieri ha parlato per un’ora con il presidente messicano Nieto. C’è stato persino un comunicato congiunto. I due continuano a non essere d’accordo ma hanno parlato - ha detto Trump - «in amicizia…rifaremo il Nafta anche con il Canada nell’interesse di tutti».

La May ha anche offerto un entroterra giuridico che a Trump manca, quando si è parlato di Russia: è vero ed è importante recuperare un rapporto con Vladimir Putin, con cui Trump avrà oggi una conversazione telefonica, senza però sacrificare la sicurezza comune, ha detto la May. Ieri ad esempio circolavano indiscrezioni sulla possibilità che Trump potesse eliminare le sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina e l’annessione della Crimea. Farlo sarebbe stato una follia sotto ogni punto di vista. Ma di questi tempi, nell’era della politica fatta in 140 caratteri su Twitter, potevamo essere pronti a tutto. Trump in conferenza stampa ha negato che le sanzioni potessero essere eliminate, ha farfugliato un «ci vorrà tempo». Ma l’”assist” è venuto di nuovo da Theresa May: di fatto ha riaffermato a nome di entrambi quella continuità della politica estera americana che spesso sembrava vacillare. «Il percorso per togliere le sanzioni passa per gli accordi Minsk», ha tagliato corto.

La seconda “traduzione” ha riguardato la Nato. Di nuovo, Trump sembrava muoversi a tentoni: «Non possiamo spendere solo noi, dobbiamo riformare…»; tempo fa aveva persino detto la Nato è «obsoleta». La May ha tradotto: «Il presidente Trump mi ha detto di essere al 100% per una continuità della Nato… dovremo ragionare sulla redistribuzione dei costi, sulla necessità di combattere meglio il terrorismo, sulla protezione delle nostre reti Internet». Nuove missioni per la Nato, che da sempre sono state introdotte nell’alleanza, non “chiusura” dell’alleanza con Trump, come avevano “letto” nelle parole di Trump molti media internazionali.

Con il primo vertice alla Casa Bianca di Donald Trump insomma, molte paure ad esempio quella per una guerra commerciale, sono rientrate. Ma la sfida per una trasformazione, per una evoluzione del multilateralismo è partita e l’aver trovato in Theresa May un alleato ha improvvisamente rafforzato la presidenza Trump, ancora appena agli inizi dei primi 100 giorni.

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